Rifondazione Comunista France

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Circolo PRC-Sinistra Europea "Carlo Giuliani" Paris, France
Parti de la Refondation Communiste (Italie) - Parti de la Gauche Européenne

21/11/2023

Nazionalismo laico (Parte I)
Abu Dharr Al-Ghifari. Chi sostiene di avere già sentito questo nome è un vero esperto o un impostore. In Occidente il dialogo con Al-Ghifari si limita ad alcune frasi della monumentale opera di Jacques Droz “Storia del socialismo in 15 volumi” e ad una voce nella “Enciclopedia di Oxford del mondo islamico”. Non stupisce se l’uomo, morto nel 652, ha lasciato una traccia cosi’ sottile. Eppure Al-Ghifari ha avuto nella storia del socialismo arabo un ruolo centrale.
All’inizio del XX secolo intellettuali arabi sono alla ricerca di un’autentica fonte, grazie alla quale accordare le idee del marxismo con l’Islam, onnipresente nei loro paesi. Si imbattono in Abua Dharr, un compagno di strada di Maometto, che aveva affermato, nel suo commento delle sure del Corano, che nessuno puo’ accumulare ricchezze in questo mondo. Deve piuttosto dare al prossimo tutto cio’ che esorbita dai suoi bisogni perché solo un tale comportamento piace a Dio. Non c’è da meravigliarsi se, con affermazioni simili, Al-Ghifari si attira l’indignazione dei potenti, che si erano arricchiti sull’onda dell’espansione islamica. Ma Abu Dharr non si scompone, postula “l’amore per i poveri e la vicinanza a loro”, invita i suoi seguaci a guardare solo verso “colui che sta sotto e non a chi sta sopra” ed afferma la necessità di trattare alla pari le aderenti alla comunità. Il fatto che aggiunga che non c’è altra potenza all’infuori di quella di dio è un attacco aperto alle dinastie che si formano sul suolo islamico. Queste ultime, tuttavia, non osano reprimerlo perché Maometto stesso paragona Abu Dharr con Gesù Cristo e rende onore espressamente alla sua vita ascetica. Questo non evita ad Al-Ghifari di essere bandito. Muore in un piccolo insediamento, la cui struttura, sorprendentemente, è molto simile a quella di un kibbutz israeliano.
Per questo l’asceta è perfettamente adatto al “role-model” per un socialismo arabo, perché alle società arabe del XX secolo manca non solo un vero proletariato, ma anche un’agrucoltura paragonabile a quella dei contadini russi. Con un compagno di Maometto, invece, era possibile fare una politica proletaria anche nel sud dell’Impero osmanico.
Alla fine del XIX secolo, nell’Impero osmanico lo scontento per il sistema superato del sultanato cresce. Al centro dello Stato emergono forze progressiste che si fanni presto conoscere col nome di “Giovani turchi”. C’è fra loro, all’inizio, anche Mustafa Kemal, detto più tardi Atatürk. In Egitto si trattava anzitutto di studenti che tornavano dall’Europa occidentale, che volevano contrapporre una democrazia progressista alla teocrazia imperante. Diventa loro portavoce Mustafa Hussein Al-Mansuri, che pubblica nel 1915 i primi scritti genuinamente socialisti nello spazio arabo. Al-Mansuri capisce che la rivolmuzione industriale, arrivata con qualche ritardo anche nell’Impero osmanico, moltiplica i profitti dei capitalmisti: “dic=ventano ricchissimi e trattano i lavoratori ancora più crudelmente e senza scrupoli. Tagliano loro i salari e allungano l’orario di lavoro.” Questi deficit sociali – come li chiama Al-Mansuri – devono essere compensati da un socialismo: “l’unica possibilità di procurare felicità e benessere all’umanità è la consegna ai lavoratori della proprietà dei mezzi di produzione.” Se Al-Mansuri si rivela come un allievo di Karl Marx, esula tuttavia dall’ideologia socialista classica di allora: “anche se i socialisti, seguendo l’insegnamento di Marx, si considerano ingternazionalisti, non vuol dire che il loro amor di patria muoia.” E aggiunge che il socialismo non puo’ essere applicato nello stesso modo in tutti i pmaesi. “In nazioni democratiche come l’Inghilterra o la Francia il socialismo puo’ arrivare al potere in modo pacifico ma in nazioni tiranniche occorre la violenza.” Al-Mansuri diventa il capostipite di tutti i successivi partiti della sinistra araba, che hanno in comune fin dall’inizio due caratteristiche: il nazionalismo e la tendenza al terrore.
Quattro anni dopo l’apparizione del manifesto di Al-Mansuri è fondato in Palestina il primo partito marxista. Si chiamo “Partito comunista della Palestina”. Come il Partito comunista egiziano, fondato poco dopo, aderisce al Komintern ma non ha un ruolo centrale per il suo stretto allineamento su Mosca. Alla fine degli anni 30 molti militanti di sinistra non seguono le consegne di Mosca e cercano in Al-Mansuri z Al-Ghifari un socialismo nazionale panarabo autonomo. Michel Aflaq e Saladin Al Bifar fondano nel 1943 il “Partito socialista arabo della rinascita”, presto noto come “Baath”. Fondano per far conoscere i loro obiettivi il giornale Al baath, che condivide gli ideali del Risorgimento italmiano. All’inizio, le relazioni del Baath con i comunisti sono ambivalenti. Da una parte, i socialisti arabi condividono le idee dei comunisti per la costruzione di una società senza classi, dall’altra i Baath si schiera contro i principi comunisti per una rivoluzione nazionale. Per l’area araba dovrebbero essere conquistati “Unità, libertà e socialismo. Il resto del pianeta puo’ fare quel che gli aggrada. Per raggiungere questi obiettivi non è legittima solo la violenza rivoluzionaria ma anche militare. Il Baath milita per la cacciata dei coloni britannici e francesi con la forza delle armi e per il rovesciamento delle dinastie feudali arabe, che si oppongono fondamentalmente al progresso.
Andreas Pittler
Liberamente tradotto dal tedesco da Giustiniano
12 novembre 2023
(continua)

27/10/2023

https://paris-luttes.info/de-gaza-a-paris-resistance-17503

Appel de Urgence Palestine pour un rassemblement place du Châtelet samedi 28 à partir de 14h30.

Israël commet des crimes de guerre d’une violence insupportable, avec le soutien du gouvernement français.
Nous exigeons un cessez-le-feu immédiat et la fin du blocus.

Halte au massacre, halte au siège !

Stop à l’occupation, au colonialisme et à l’apartheid.

Non à la répression de la solidarité avec la lutte du peuple palestinien

26/10/2023

La Brigade de Solidarité Aubervilliers-Pantin organise un soirée de soutien à la Palestine jeudi 26 octobre à Aubervilliers

Au programme à partir de 18h

exposition de photos d’Ahmad Al-bazz sur les villages détruits en 1948
projection de courts-métrages co-réalisés par A. Paq sur la situation en Palestine
Discussions avec la campagne BDS (Boycott-Désinvestissement-Sanction) et le collectif Tsedek ! sur la situation et comment soutenir le peuple palestinien.
et une cantine pour finir.

À la bourse du Travail d’Aubervilliers au 1 rue des 21 appelés à Aubervilliers.

https://paris-luttes.info/soiree-de-soutien-a-la-palestine-a-17493

26/10/2023

Riportiamo l'appello che ha lanciato il Corteo nazionale per la Palestina a Roma, Sabato 28 Ottobre alle ore 15.

I Palestinesi ci chiedono non solo la solidarietà, ma di sostenere attivamente la loro lotta di liberazione, il diritto alla resistenza, di denunciare il genocidio in atto, la pulizia etnica, l’apartheid, di riempiere le piazze e di fare pressioni in tutti i modi sul governo italiano gridando “Non in nostro nome!”.

Ci chiedono di rompere il muro mediatico che da giorni diffonde falsità, bugie, manipolazioni della storia e fakenews.

È il Popolo Palestinese che può insegnare qualcosa a noi e non noi a loro, noi abbiamo il dovere politico, etico e morale di metterci a servizio di tutti coloro che da anni sono oppressi dallo Stato di Israele.

Di seguito l’appello.

PER LA LOTTA DI LIBERAZIONE ANTICOLONIALE
PER SPEZZARE L’ASSEDIO A GAZA
PER FERMARE IL GENOCIDIO

Il 7 ottobre, il popolo palestinese, ha ricordato al mondo di esistere, ha dimostrato che sono ancora i popoli a scrivere la storia.
In Italia e in tutto il mondo abbiamo assistito a mobilitazioni senza precedenti a supporto della causa palestinese, ridando forza a una lotta che dura da più di un secolo e che non si è mai spenta anche quando è venuta meno l’attenzione dei media internazionali.

Da quel giorno i bombardamenti su Gaza non si sono mai interrotti e sotto gli occhi di un mondo ipocrita il mandante sionista si è guadagnato la scusante per perpetrare il suo progetto di genocidio.
La sera del 17 ottobre, Isr4ele ha colpito l’ospedale Al Ahli, dove oltre al personale medico e ai pazienti erano presenti tantissime persone sfollate, lì riunitesi nella speranza di trovare un posto sicuro.

Un massacro: in questo momento i martiri sono circa 4741 e i feriti migliaia.

Per anni il colonialismo israeliano ha cercato di tenere bassa l’attenzione sulla Palestina per poter continuare indisturbato la propria opera di pulizia etnica.
Arresti tra palestinesi del ‘48, pogrom a Huwara e ora il massacro a Gaza sono azioni criminose che vanno avanti dal 1948 ad oggi.

Ma il popolo palestinese ha rialzato la testa, rivendicando il suo diritto a resistere per esistere.
Il nostro popolo si tiene stretto e unito sotto la propria bandiera, quella della resistenza, quella della lotta di liberazione con ogni mezzo necessario.
La popolazione palestinese e soprattutto quella di Gaza, anche a costo della vita, pur così disumanamente massacrata, vuole la libertà: vuole vivere e non sopravvivere.

L’oppressione coloniale israeliana, ha gettato la maschera mostrandosi per quello che è: un’ideologia dello sterminio totale e il suo necessario prodotto, con cui non ci può essere conciliazione o pace.
Il massacro non si fermerà finché in Palestina esisterà uno Stato coloniale animato da un’ideologia razzista.
Non può esserci pace senza giustizia.

La comunità internazionale e l’Italia, supportando Israele, non sono solo responsabili morali ma anche materiali dei crimini di guerra che il sionismo compie da 75 anni.

Come palestinesi in Italia non avremo pace finché la Palestina sarà gravata dal giogo coloniale israeliano, finché continuerà il genocidio del popolo palestinese, finché non verranno istituiti corridoi umanitari per far entrare aiuti a Gaza, finché l’Italia sosterrà militarmente Israele.
Perciò esigiamo dal Governo italiano:

L’interruzione degli accordi militari con Isr4ele
La fine del genocidio a Gaza
Che si adoperi per lo smantellamento delle colonie, dell’occupazione e del regime di apartheid
Aiuti umanitari
il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinesel Rispetto del diritto internazionale in Palestina

Chiamiamo a raccolta tutti coloro che vogliono schierarsi al fianco della giustizia, per fermare il massacro, e per la liberazione: il 28 ottobre a Roma, da piazza Porta San Paolo a Piazza San Giovanni (concentramento ore 15).

SOSTEGNO AL POPOLO E ALLA RESISTENZA PALESTINESE!
INTIFADA FINO ALLA VITTORIA!

——

Unione Democratica Arabo Palestinese
Associazione Palestinesi in Italia
Comunità Palestinese
Giovani Palestinesi d’Italia
Movimento Studenti Palestinesi in Italia

21/04/2023

Polizia violenta
Giovedi’ 13 aprile, alle 23.40, Safyatou, Salif e Ilan tornano a casa in motorino dopo aver trascorso la serata alla moschea di Bagnolet, cittadina di 38.000 abitanti alla periferia est di Parigi. Si dirigono verso il XX arrondissement della capitale. Una macchina della polizia li insegue. Safvatou non si ferma. Ha paura. Sul motorino sono in tre e Ilan non ha il casco. Martedi’ 18 aprile la Prefettura di polizia (questura) di Parigi spiega che i poliziotti “volevano procedere a un controllo” del motorino ma che “il conducente ha rifiutato di fermarsi e imboccato una strada contromano prima di perdere il controllo della moto in circostanze da stabilire”.
Oggi, venerdi’, la polizia precisa che i poliziotti avevano parlato, in un primo tempo, di una caduta dallo scooter “senza contatto” con la macchina della polizia, “ammettendo in seguito che c’era stato un contatto fra i due veicoli senza che fosse chiaro se fosse volontario o involontario.” Per l’avvocato Arié Alimi, che ha sporto denuncia a nome delle famiglie delle vittime per “tentativo di assassinio su minori da parte di persona armata, depositaria dell’autorità pubblica”, “si tratta di una violenza poliziesca estremamente grave. Un veicolo della polizia ha urtato volontariamente dei ragazzi sapendo che poteva ucciderli”.
Safyatou, 17 anni, la diagnosi è perforazione dello stomaco, frattura delle colonna vertebrale, costole rotte. La prognosi non è più riservata ma le ferite sono gravi. Salif, 13 anni, ferito al fegato, ha potuto lasciare l’ospedale. Ilan, 14 anni, se l’è cavata con una ferita al ginocchio. Un’inchiesta è in corso. Il ministro degli Interni ammette “un intervento non conforme a quanto la deontologia e il diritto consentono”. I tre responsabili sono sospesi e in stato di fermo, dopo aver ammesso, contrariamente a quanto dichiarato in un primo tempo, che c’è stato “contatto” fra l’auto e il motorino. Rischiano 15 anni di carcere e 225.000 euro di multa.
Le testimonianze sono chiare: Méline, 37 anni (una testimone che si trovava, in macchina, dietro l’auto della polizia) racconta che il veicolo avrebbe urtato volontariamente i ragazzi. Li avrebbe prima affiancati, aprendo una portiera lato passeggero per tentare di far perdere loro l’equilibrio. Un poliziotto avrebbe estratto la sua arma, secondo due dei ragazzi. Vittime e testimone aggiungono che, in seguito, l’auto della polizia avrebbe sterzato a destra, facendoli finire sul selciato.
Secondo Méline, i poliziotti avrebbero levato i caschi ai due ragazzi che li portavano. Ilan chiedeva sua madre, ma la donna è stata avvertita solo l’indomani. I poliziotti avrebbero perfino tentato di fare andar via i testimoni e di far cancellare a Méline i video in suo possesso quando si è recata al Commissariato per testimoniare...
Giustiniano
21 aprile 2023

18/04/2023

« Noi europei »
La nuova parola d’ordine è « De-Risking”. Il cancelliere tedesco intende ridurre i legami dell’economia tedesca con la Cina e, contemporaneamente, evitare lo sganciamento completo (decoupling) sollecitato dai poteri forti USA. L’idea non è nuova. Politica e media urlano da anni che le imprese tedesche devono stabilirsi in Malesia o in India, invece che in Cina. Con quale risultato? Scarso, finora. Alcune ditte si spostano di loro iniziativa in Vietnam, dove i salari sono più bassi che in Cina. Tuttavia il volume degli investimenti tedeschi nella Repubblica popolare continua ad aumentare. Adesso Scholz vuole ridurre almeno la dipendenza per le materie prime essenziali nella svolta energetica che, se non sono estratte in Cina, vi sono spesso trasformate. Il cancelliere vorrebbe che, in futuro, questo avvenisse negli Stati ricchi di risorse, come l’Indonesia.
Peccato che l’Indonesia persegua da anni il progetto di trasformare con profitto, entro i suoi confini, le sue risorse naturali. Dal 2020 è impossibile esportare il nichel non trasformato. Per questo, da tempo, imprese di altri paesi si sono stabilite in Indonesia per la sua ulteriore lavorazione. Prime fra tutte le imprese cinesi. Adesso la filiale cinese della Volkswagen, Powerco, intende costruire un quadro industriale per non dipendere più dagli acquisti presso le aziende cinesi. Fra le imprese partner del progetto c’è Huayou Cobalt di Tongxiang, vicino a Shanghai. Fare affari in Indonesia senza incappare in una nuova dipendenza da ditte cinesi diventa arduo.
Tanto più che la Repubblica tedesca deve congedarsi dalla latente sufficienza neocoloniale di chi la sa più lunga. Per accedere alle materie prime indonesiane, Scholz vuole finalmente concludere il Trattato di libero scambio fra UE e Indonesia, la cui trattativa si trascina dal 2016. Il motivo? Giacarta non è disposta a farsi dettare da Bruxelles l’approccio con la produzione dell’olio di palma. Ma l’UE insiste. Non ci sono dubbi sui danni che possono essere provocati dalle piantagioni di olio di palma. Presentarsi come maestri in materia di ecologia e incassare speciali privilegi commerciali, però, può essere stato possibile all’epoca del dominio globale dell’Occidente. L’inizio della sua fine lo costringe a scegliere l’una o l’altra opzione.
Che “noi europei” arriviamo a capire abbastanza alla svelta che i paesi emergenti non dipendono più dai generosi donatori della parte ricca del mondo ma possono farcela anche senza di “noi”? E’ lecito dubitarne…
Giustiniano
18 aprile 2023

18/04/2023

Pace, forse
L’ONU vede nel riavvicinamento fra Arabia saudita e Iran buone prospettive di pace nello Yemen devastato dalla guerra. “Credo che, da otto anni, non abbiamo avuto occasioni serie per fare progressi verso la cessazione del conflitto”, ha detto lunedì a New York, in una riunione del Consiglio di Sicurezza, l’incaricato speciale dell’ONU Hans Grundberg. Ma adesso le parti in conflitto dovrebbero fare passi più coraggiosi in direzione della pace.
“Dobbiamo arrivare a una maggiore libertà di movimento per le persone e per le merci in tutto lo Yemen” ha detto Grundberg. Per questo ha invitato i contendenti a liberare dei corridoi a Tais, nel sud-ovest del paese e ad aprire l’aeroporto della capitale, Sanaa. Secondo lui “tutto questo non è solo ragionevole, ma possibile’. “Le parti non possono lasciarsi sfuggire quest’occasione senza pervenire ad un accordo.”
Nel fine settimana, lo scambio di quasi 900 prigionieri ha dimostrato che negoziati fra le due parti possono conseguire degli risultati. Fra venerdì e domenica, il governo ha liberato circa 700 prigionieri e gli Ansarollah (Huthi) ne ha liberati 180.
Gli Ansarollah controllano gran parte del nord del paese, compresa la capitale, Sanaa. Il “governo”, non più democraticamente legittimato da tempo, tenuto in vita dall’Arabia saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, risiede nella città portuale di Aden. Il riavvicinamento dei due rivali, Arabia saudita e Iran, fa sperare nella pace, tanto più che, recentemente, si è svolto un incontro fra Ansarollah e Arabia saudita.
Giustiniano
18 aprile 2023

17/04/2023

Act now, stop war, end racism
E’ iniziato ieri a Karuizawa (Giappone), segnato dalle proteste e dalle divergenze interne, il vertice dei ministri degli Esteri del G7. Al centro dei colloqui l’escalation dello scontro Occidente-Cina, oltre a nuove misure nella guerra in Ukraina. I 7 e il responsabile Esteri dell’UE, Joseph Borrell, intendono discutere anche della situazione in Iran, in Medio Oriente e in Afghanistan. Il vertice, che serve anche a preparare quello del 19-21 maggio a Hiroshima, si conclude domani.
Gli osservatori sottolineano le crepe nel G7 riguardo al conflitto su Taiwan attizzato dagli USA, a proposito del quale il presidente francese Macron mette in guardia gli Stati europei da un coinvolgimento in “affari che non li riguardano”. Il disappunto di Washington, Berlino e Tokyo è grande. Sono prevedibili scontri verbali con la ministra degli Esteri francese, dato che Washington sollecita dal G7 nuove misure aggressive contro Pekino.
A proposito della guerra in Ukraina, la bollente ministra degli Esteri tedesca sostiene che “occorre mostrarsi decisi” e far vedere al presidente russo che “non raggiungerà i suoi obiettivi con logoramento e la stanchezza”. Nelle scorse settimane si riferisce insistentemente di un aumento del logoramento delle forze armate ukraine e di una crescente stanchezza, anche negli USA, per il protrarsi della guerra. La Baerbock comunica la volontà del G7 di “intensificare il suo impegno”. Non è chiaro come. Mentre le possibilità di ulteriori sanzioni appaiono limitate, sono in discussione nuove forniture di armi.
A Karuizawa di parlerà anche della recente fuga di notizie dagli USA. Secondo il loro ministro degli Esteri, Anthony Blinken, non ci saranno ripercussioni sulle relazioni con gli altri Stati del G7. Media canadesi e giapponesi sono di diverso avviso. La disponibilità a condividere informazioni riservate con gli USA cala se i suoi documenti segreti sono visibili perfino su Twitter. Parte dell’opinione pubblica giapponese mostra tutta la sua ostilità. “Act now, stop war, end racism” è scritto sui cartelli che i dimostranti mettono domenica sotto il naso dei ministri del G7.
Nel fine settimana anche il presidente brasiliano Lula da Silva chiede che la guerra finisca. Gli USA dovrebbero “smetterla di promuovere la guerra e cominciare a parlare di pace”, dice Lula nel corso della sua visita a Pekino. Anche l’UE dovrebbe “cominciare a parlare di pace”. Concludere la guerra in Ukraina con una pace è chiaramente “interesse di tutto il mondo”…
Giustiniano
17 aprile 2023

Photos from Rifondazione Comunista France's post 17/04/2023

Fascisti del XX e del XXI secolo
Il ricercatore Luca Di Mauro scrive :
« … l’ausiliaria femminile presidente del Consiglio, in visita in Etiopia, non ha ritenuto necessario parlare del colonialismo italiano nel Paese e ha pure ironizzato sul fatto che a nessuno fosse venuto in mente l’argomento perché non erano presenti inviati di “Repubblica” (solo dal suo punto di vista classificabile come giornale democratico e antimperialista). Oggi lo stesso essere immondo ha definito il rogo di Primavalle come ‘una delle pagine più buie della storia nazionale’. Ora, posto che la morte di un bambino di otto anni è sempre una tragedia che nessuna politica può giustificare, ci permettiamo di far notare che a Debra Libanos, durante l’esperienza coloniale che non è stata ritenuta ieri degna di menzione, tal Rodolfo Graziani – politicamente imparentato con chi ora guida il governo – diede un ‘romano esempio di pronto e inflessibile rigore’ falciando con le mitragliatrici (anche) 500 diaconi copti preadolescenti. Alcuni di otto anni, altri meno. A Gaia Zeret, nella ‘grotta del ribelle’, i fascisti provocarono un immenso ‘rogo’ (vedi le coincidenze) con armi chimiche (yprite) e lanciafiamme per ‘stanare’ un reparto di ‘feriti, servi, anziani, donne e bambini’ al seguito della vera resistenza etiopica. I bambini morti (i più piccoli anche di uno o due anni) semplicemente non sono mai stati contati. Ma il numero supera il centinaio”.
Per memoria, per l’incendio nel quale persero la vita, il 16 aprile 1973, Virgilio (22 anni) e Stefano Mattei (8 anni), figli di Mario Mattei - segretario della sezione del quartiere romano di Primavalle del Movimento Sociale Italiano - sono stati condannati a 18 anni di reclusione tre esponenti di ‘Potere Operaio’. Le effettive dinamiche, tuttavia, non sono mai state chiarite.
Si stima che le vittime etiopiche del conflitto con l’Italia, fra il 1935 e il 1947 (anno degli Accordi di Parigi), siano 750.000. La Resistenza etiopica, sia organizzata che spontanea, mantiene sempre il controllo delle campagne e non dà tregua ai fascisti "vittoriosi", che devono limitarsi ad occupare le città. Kebedech Seyoum, partigiana etiope nata verso il 1910, alla testa di un esercito, affronta gli occupanti in quattordici scontri. Nel febbraio 2008, a Roma, è fondato il ‘Laboratorio femminista Kebedech Seyoum”, per ricordare il ruolo delle donne nella lotta antifascista…
Giustiniano
17 aprile 2023

25/03/2023

Parigi brucia
Ancora una volta la Francia mostra di essere capace di non arretrare davanti ad un presidente che assume pose da sovrano. Dopo che, giovedì, oltre tre milioni di persone sfogano in piazza la loro collera per l’allungamento della vita lavorativa deciso per decreto, la data del prossimo sciopero è già fissata. Martedì prossimo il paese si ferma di nuovo. Venerdì la stampa sembra interessarsi a tutt’altro: come comunica l’Eliseo, dopo un colloquio fra Macron e Sua Maestà il re d’Inghilterra, d’Irlanda del nord etc., la visita, in programma da domenica a mercoledì, è rimandata a causa dei “violenti disordini”. Charles deve poter essere ricevuto nelle condizioni corrispondenti alle amichevoli relazioni anglo-francesi. Decisivo l’annuncio sindacale che tutto ciò di cui aveva bisogno il monarca sarebbe stato bloccato.
Nel frattempo, venerdì mattina, il ministro dell’Interno, Darmanin, annuncia l’arresto di 457 persone e il ferimento di 440 poliziotti e gendarmi. Ovviamente non parla delle violenze della polizia, ampiamente documentate sui social. I borghesi, evidentemente, sono scossi dalle immagini di un poliziotto che crolla, colpito all’elmetto da un sasso, molto più che dai video che mostrano poliziotti che pestano con i manganelli manifestanti a terra. Gli incendi delle montagne di spazzatura sono 903 nella capitale, lamenta Darmanin, denunciando una “radicalizzazione” dell’ “estrema sinistra” che intenderebbe “attaccare la Repubblica”. Altri video mostrano come gli addetti allo spegnimento solidarizzano piuttosto con i manifestanti, agitando allegri dei bengala.
Molti non aspettano la prossima giornata di mobilitazione annunciata dai sindacati. La Direzione generale dell’aviazione civile (DGAC) invita le compagnie ad annullare domenica il 33% dei voli a Orly. Lunedì sarà cancellato il 20%. Si muovono anche i giovani: venerdì scuole e università sono in sciopero, manifestazioni e blocchi spontanei dappertutto. “Siamo qui per mantenere la pressione”, dice un liceale a Rennes. Non vogliono limitarsi a una data stabilita dai sindacati. La raffineria di Total-Energies, a Gonfreville-l’Orcher, in Normandia, è un hotspot del fronte contro il capitale. Per garantire l’approvvigionamento degli aeroporti parigini, lo Stato precetta giovedi’ sera i lavoratori, prelevandoli a casa perché siano al lavoro venerdì mattina. A “France Bleu Normandie”, il rappresentante della CGT, David Guillemard, sottolinea l’assurdità della misura: “non è per le ambulanze o le urgenze, ma perché gli aerei possano volare”.
Giovedi’ sera ha preso fuoco la porta del municipio di Bordeaux: la visita della città faceva parte del programma di Charles e Camilla…
Giustiniano
25 marzo 2023

24/03/2023

Giovani del marzo francese
Ivry-sur Seine, 5 km da Parigi, 65.000 abitanti. Negli ultimi 100 anni i sindaci sono 5. Tutti comunisti. Natacha, 18 anni, è sempre stata refrattaria alla scuola, al lavoro, alla moda e ai conformismi. Ama la liuteria, l’arte, la lettura. Non sopporta l’autorità. La sua prima manifestazione è un 1° maggio. Aveva 14 anni. Dappertutto i grandi palloni colorati dei sindacati, i cartelli, gli striscioni, i simboli dei partiti. Domanda a tutti chi sono. Cosa fanno. Fino a quando vede delle bandiere rosse e nere. Chiede a suo padre chi siano “Sono gli anarchici…quelli che non hanno capi”. A Natacha piacciono subito.
La sua è una famiglia di barcaioli. Suo nonno suona la fisarmonica nei bals musette la domenica. Natacha cresce in un cantiere dove si costruiscono le barche. In un allegro disordine. E’ la sua prima immagine dell’anarchia. Ne ha una visione poetica. Per lei non si tratta di mettere al primo posto la classe operaia ma di far saltare l’idea stessa di classe sociale. Si rende conto che le classi esistono ma coltiva l’idea della loro scomparsa. Non ha mai pensato di essere destinata ad andare a lavorare.
La liuteria, per lei, non è un lavoro. E’ una passione che aiuta a sbarcare il lunario, perché il sistema monetario è una realtà alla quale è impossibile sfuggire. Quello che fa di Natacha un’anarchica è la dimensione sociale. Partecipa a tutte le manifestazioni contro la riforma delle pensioni. Ce l’ha anche con le mode e il codismo. Per lei non si può fare una “fabbrica di libertà”, non si può riprendere il sistema e fare una scuola più libera ma una scuola comunque, fare un lavoro più libero ma, comunque, un lavoro. Lo scopo è creare qualcosa che dia a ciascuno la possibilità di esprimersi, di prendere in mano tutti gli aspetti della vita e di creare realmente la sua…
Giustiniano
24 marzo 2023

22/03/2023

Per un pugno di voti
Lunedì sera il governo francese, presieduto dall’ex socialdemocratica Elisabeth Borne, è sopravvissuto per un pelo a due mozioni di sfiducia. Per rovesciare la compagine macronista, bloccando temporaneamente la “riforma delle pensioni”, sono mancati solo nove voti. Per la mozione trasversale del gruppo di centro LIOT hanno votato 278 deputati. Ce ne sarebbero voluti 287. La mozione dei fascisti (Rassemblement National, 88 seggi) ha raccolto 94 voti. A Palais Bourbon, protetto da centinaia di poliziotti pesantemente armati, la Borne l’ha fatta franca grazie alla destra gaullista (Les Républicains). Adesso la legge che sposta l’età legale della pensione da 62 a 64 anni, da lei imposta giovedì bypassando il dibattito parlamentare grazie al ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, è confermata. La sinistra parlamentare prepara un referendum popolare.
Dopo il risultato della mozione, nelle strade di Parigi mucchi di immondizie bruciano. Due settimane di sciopero degli addetti alla raccolta dei rifiuti ne hanno lasciato 12.000 tonnellate. Giovani in collera hanno eretto barricate nel centro della città. Esigono le dimissioni di un presidente dal quale si sentono traditi e del suo governo. Gli arresti sono centinaia. La benzina comincia a scarseggiare. I trasporti sono ridotti. Gli scioperi nel settore energetico continuano. Macron interpreterà il suo personaggio oggi, mercoledì, alle 13, sugli schermi televisivi nazionali di TF1 (privatizzata) e TF2 (pubblica). Per domani, giovedì, l’intersindacale lancia un appello per una nuova, grande giornata di mobilitazione contro il dictat delle pensioni accompagnata da scioperi in tutto il paese. In un’intervista rilasciata martedì al quotidiano Libération, perfino l’ex capo gruppo macronista in parlamento, Gilles Le Gendre, definisce la legge dannosa per “per gli esorbitanti costi politici e sociali con un modesto ricavato finanziario”.
Anche per i loro sciagurati progetti futuri, come l’inasprimento della legge sull’immigrazione o la privatizzazione della previdenza sociale, Macron e Borne dipenderanno dai 61 deputati della destra borghese. La loro coalizione, costituita dal movimento macronista “Renaissance”, dai liberisti del movimento democratico (MoDem) e dal minipartito “Horizon. dell’ex primo ministro macronista Edouard Philippe, dispone solo di una maggioranza relativa all’Assemblea nazionale. Nei quattro anni che gli restano, il presidente dovrà governare contro la maggioranza della popolazione. Il 75% dei francesi non respinge solo la sua “riforma pensionistica” ma l’arroganza, le bugie, le false cifre, la profonda corruzione di una democrazia ormai puramente formale. Per Jean-Luc Mélenchon, fondatore de “La France Insoumise”, adesso Macron deve aver paura del “popolo”. Al voto di “sfiducia parlamentare” deve seguire quello di “sfiducia popolare. Nella stessa serata di lunedì 250 deputati hanno chiesto un “Référendum d’Initiative Partagée” (R.I.P.), per il quale è necessario il sostegno di 50 parlamentari e di 1/10 degli elettori (in Francia, 4,7 milioni). Ci sono 9 mesi di tempo per raccogliere le firme, che devono essere certificate dalla Corte Costituzionale.
Se è vero che l’Italia borghese, culla del trasformismo e del fascismo, resta un laboratorio politico le cui “ricerche” sono da sempre utili a capire cosa succederà nel resto d’Europa, non è detto che il loro risultato sia lo stesso…
Giustiniano
22 marzo 2023

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