Monteflavio nella storia

Monteflavio nella storia Il più giovane "Castello" della Sabina. Monteflavio, comune italiano della Città Metropolitana di Roma a metri 850 s.l.m.

nel cuore del Parco Regionale Naturale dei Monti Lucretili.

𝐋’𝐀𝐧𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐥𝐥𝐞𝐠𝐫𝐢𝐧𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐓𝐫𝐢𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐕𝐚𝐥𝐥𝐞𝐩𝐢𝐞𝐭𝐫𝐚-Arianna Gilardi 2008 Monteflavio:un paese della Sabina R...
19/10/2026

𝐋’𝐀𝐧𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐩𝐞𝐥𝐥𝐞𝐠𝐫𝐢𝐧𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐚 𝐓𝐫𝐢𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐕𝐚𝐥𝐥𝐞𝐩𝐢𝐞𝐭𝐫𝐚

-Arianna Gilardi 2008
Monteflavio:
un paese della Sabina Romana
nell'Italia Repubblicana pag. 89.

-Emiliano De Mico
preziosa testimonianza storica.

-Maestro Guido Rosati
testimonianza diretta nel commento.

Tra le tradizioni religiose più radicate nella storia di Monteflavio c’è il pellegrinaggio al Santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, che per tanti anni i Monteflaviesi hanno affrontato a piedi attraverso i Monti Lucretili e Simbruini, un lungo cammino della durata di diversi giorni, circa tre per l'andata e altrettanti per il ritorno, scandito da preghiere, canti religiosi, sacrifici e momenti di profonda solidarietà.

Secondo una tradizione tramandata oralmente, le origini del pellegrinaggio risalirebbero alla metà del XIX secolo e sarebbero legate alla figura di Domenico Petricca un pastore del paese che, mentre conduceva il proprio gregge oltre il Monte Pellecchia, incontrò una compagnia di pellegrini diretta alla Santissima Trinità e decise di unirsi a loro, fu colpito a tal punto che l'anno successivo avrebbe coinvolto anche gli abitanti di Monteflavio, dando così origine alla tradizione.

Il pellegrinaggio aveva inizio il giovedì precedente la festività della Santissima Trinità, domenica successiva alla Pentecoste, con la partenza dalla chiesa nella piazza del paese. Accompagnati dai canti, preghiere e dallo stendardo religioso, i pellegrini raggiungevano la ca****la della Madonna del Carmine, chiamata delle carbonere e conosciuta dai monteflaviesi come a Madonella lungo l'attuale via Monte Pellecchia, https://www.facebook.com/share/p/1EQWqweRSE/, qui avveniva un momento particolarmente significativo, gli anziani e quanti non potevano affrontare il viaggio salutavano la compagnia che, con l’aiuto di asini o muli per il trasporto delle provviste e del necessario, iniziavano il pellegrinaggio.

Dalla Madonnella, il percorso fiancheggiava il Colle della Caparnassa, proseguiva lungo la Costa Romana e si inoltrava nella Valle Lopa, tra il Monte Pellecchia sulla sinistra e il Monte Santo Chirico sulla destra. Superata la Forcellilla o Forcella di Civitella, i pellegrini lasciavano il Monte Ariaoni sulla sinistra e scendevano lungo il fosso Gattaceca chiamato localmente U Riu, costeggiando Colle Rotondo raggiungevano poi Prato delle Forme nel territorio di Roccagiovine. Da qui affrontavano la ripidissima discesa conosciuta come la Scarpata fino a raggiungere la Valle dell'Aniene lasciandosi Mandela sulla destra. Dopo circa un giorno e mezzo di cammino e brevi soste giungevano nella località Le Molette ai piedi del massiccio di Monte Livata, dove era prevista la sosta notturna all'aperto, per riposare e rifocillarsi prima di riprendere il viaggio.
Il percorso proseguiva quindi aggirando lo sperone montuoso di Cervara di Roma, risalendo verso Monte Livata attraverso le faggete dei Monti Simbruini fino a raggiungere l'altopiano di Campo Secco. Da qui si scendeva verso Vallepietra passando per la località Osteria del Pellegrino prima di affrontare l'ultimo tratto che conduceva al Santuario della Santissima Trinità, ai piedi del Monte Autore, ed una volta raggiunto tutti si raccoglievano in una sentita e duratura preghiera collettiva, momento culminante del lungo viaggio di devozione.

Dopo altri tre giorni di cammino, percorrendo a ritroso lo stesso itinerario, i pellegrini facevano ritorno verso Monteflavio e uno dei momenti più emozionanti era l'arrivo alla Madonnella, dove la comunità tornava simbolicamente a riunirsi ed insieme, formando un unico corteo accompagnato dallo stendardo della Santissima Trinità, dai canti religiosi e dal suono festoso delle campane, raggiungevano la chiesa SS. Maria Assunta nella piazza del paese.

Questa antica tradizione del viaggio a piedi è rimasta fino alla fine degli anni cinquanta, quando il percorso cominciò a essere affrontato con mezzi di trasporto, inizialmente venne utilizzato il camion di Isidoro Cherubini tagliaboschi monteflaviese, dove i pellegrini prendevano posto sul pianale di carico riadattato tipo camion trasporto militari, raggiungendo Vallepietra attraverso Camerata, successivamente si è passati ai più moderni pullman.

Ancora oggi il pellegrinaggio alla Santissima Trinità di Vallepietra viene compiuto annualmente, mantenendo alcuni momenti dell'antica usanza, come il canto tipico e le preghiere che accompagnano i partecipanti per tutta la durata del viaggio. Al ritorno, il luogo di ritrovo non è più la Madonnella ma “u Stradò” nei pressi della Chiesa di San Martino. Da qui i pellegrini risalgono in processione verso la chiesa mentre le campane suonano a festa e vengono intonati gli stessi canti religiosi che accompagnavano i loro antenati, con lo stendardo della Santissima Trinità orgogliosamente portato in testa al corteo.

12/09/2026

Una bella pagina di storia monteflavie raccontata su Rai 3 il 11.09.2026 attraverso la vicenda di Romolo Cortellessa.
Condividiamo con piacere il post del Comune di Moricone e il racconto di una storia che merita di essere conosciuta e ricordata.

𝟏𝟔𝟕𝟑 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐑𝐨𝐬𝐚         -𝐌𝐨𝐧𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐞 𝐒𝐮𝐨𝐫𝐞-1750 𝐴𝑛𝑑𝑟𝑒𝑎 𝐺𝑖𝑟𝑜𝑙𝑎𝑚𝑜 𝐴𝑛𝑑𝑟𝑒𝑢𝑐𝑐𝑖𝑁𝑜𝑡𝑖𝑧𝑖𝑒 𝐶𝑟𝑖𝑡𝑖𝑐𝑜-𝐼𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝑚𝑚𝑖𝑟𝑎...
03/09/2026

𝟏𝟔𝟕𝟑 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐑𝐨𝐬𝐚
-𝐌𝐨𝐧𝐚𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐞 𝐒𝐮𝐨𝐫𝐞-

1750 𝐴𝑛𝑑𝑟𝑒𝑎 𝐺𝑖𝑟𝑜𝑙𝑎𝑚𝑜 𝐴𝑛𝑑𝑟𝑒𝑢𝑐𝑐𝑖
𝑁𝑜𝑡𝑖𝑧𝑖𝑒 𝐶𝑟𝑖𝑡𝑖𝑐𝑜-𝐼𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝑚𝑚𝑖𝑟𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒
𝑆. 𝑅𝑜𝑠𝑎 𝑉𝑒𝑟𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑉𝑖𝑡𝑒𝑟𝑏𝑒𝑠𝑒
𝑃𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎 51
𝐵𝑖𝑏𝑙𝑖𝑜𝑡𝑒𝑐𝑎 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝐶𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑖 𝑅𝑜𝑚𝑎

Inoltre nella Terra di Monte Flavio in Sabina, Baronia dell’Eccellentissima Casa Barberina, v’è una Chiesa dedicata a Santa Rosa con un bel Monistero annesso di pie Fanciulle, che coll’esemplarità del loro vivere, e contezza del loro stato, danno bene a vedere d’imitare, e seguire nella Pietà quanto più possono, questa lor Santa Protettrice.

1909 𝐼𝑛𝑛𝑜𝑐𝑒𝑛𝑧𝑜 𝐺𝑖𝑜𝑟𝑑𝑎𝑛𝑖
𝑀𝑜𝑛𝑡𝑒𝑓𝑙𝑎𝑣𝑖𝑜 -𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑀𝑜𝑛𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖-
𝑝𝑎𝑔𝑖𝑛𝑒 27-28-29
𝐿𝑖𝑏𝑟𝑒𝑟𝑖𝑎 𝐹𝑜𝑛𝑑𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑀𝑎𝑟𝑐𝑜 𝐵𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑅𝑜𝑚𝑎

A compiere il quadro di Monteflavio è indispensabile aggiungere quella dolcissima tinta d’idealità che a lui conferisce un piccolo gruppo di suore le quali, abitando il loro monastero di Santa Rosa dalle suore stesse mantenuto, coadiuvano il comune nella difficile mansione di educare le menti e i cuori de’ bimbi di Monteflavio.

Il monastero fu fondato da un certo Giovanni Amico Mancini circa il 1673. Egli fece fabbricare a suo conto il detto monastero di Santa Rosa e vi collocò alcune zitelle disposte a prendere l’abito monacale cedendo loro tutti i suoi beni, a condizione che il monastero fosse di clausura: pena la nullità della donazione. Mentre faceva le pratiche per ottenere tale clausura, improvvisamente morì, e le monache vissero in comunità come oblate col reddito de’ suoi beni e di quelli costituenti la dote di esse, senza alcun voto di clausura.

Lo scopo della fondazione era: la preghiera e l’istruzione religiosa del popolo. Così il monastero di Santa Rosa visse indisturbato una vita operosamente tranquilla senza che la serenità delle Suore venisse a mancare per le vicende del 1870 -fine dello Stato Pontificio-. Le Suore di Santa Rosa, appunto perché oblate e costituenti Società Civile a scopo di Carità, non furono soppresse in forza delle leggi 7 Luglio 1866 e 15 Agosto 1867.

Nel 1885 essendosi le monache di Santa Rosa ridotte a 2 per la morte delle consorelle il vescovo di Sabina, Cardinal Luigi Serafini coadiuvato da Mons. Francesco Felli, volle perpetuarne il monastero mandandovi quelle suore che tutt’ora esistono in Monteflavio e che più si avvicinano per gli scopi di carità e di istruzione a quelle di Santa Rosa. Esse appartenevano ed appartengono al Monastero di San Norberto in Roma, denominate figlie di Nostra Signora al Calvario, istituite nel 1641dalla Nobil Donna Virginia Centurioni Braccelli in Genova, dotate dal Cardinal Brignole nipote della fondatrice, di tutta la sua vistosa fortuna.

L’ultima suora nativa di Monteflavio fu suor Agostina Ferrante che morì nel 1890, essendo superiora del Convento Suor Maria Eugenia Ferretti che, insieme alle altre, quantunque venute da Roma e perciò forestiere, si accattivò ben presto per le molteplici opere di carità l’amore de’ paesani.

La posizione del vasto monastero è bellissima. Anche l’adiacente Chiesa di Santa Rosa è graziosa nella sua semplicità. Sull’unico altare di questa si ammira un bel quadro ad olio raffigurante Gesù Cristo deposto dalla Croce in grembo di Maria SS., e Santa Rosa genuflessa da un lato che prega fervorosamente. In questo piccolo tempio si compiono frequentemente funzioni godendo a tal uopo il parroco investito pro tempore del beneficio parrocchiale di apposite rendite lasciate in legati già da’ fedeli di Monteflavio.

Le suore di Monteflavio sono ancor oggi dedicate, come volle il primo fondatore, alla preghiera, alla educazione religiosa del popolo ed alla carità, alle quali occupazioni, hanno aggiunto, per volere del comune, quella della scuola infantile che vien compiuta scrupolosamente da una suora patentata nell’insegnamento sotto l’alta sorveglianza della Prefettura.

In qualsiasi frangente della vita, in qualsiasi sventura che funesti gli abitanti di Monteflavio, in qualsiasi occasione si presenti necessario l’amore e la cura di una persona disinteressata; le suore pronte e zelanti, prestano la loro opera gradita ed efficace.

In mezzo all’affarismo che troneggia nel mondo, in mezzo all’odio e al livore di parte, in mezzo alla finzione che fa sorridenti e piacevoli i nemici, fortunato quel paese che, come Monteflavio, ha la porta di un monastero dove può picchiare sicuro di trovare qualche anima sincera che in nome di Dio parli, che per la pace e l’amore consigli!

-Nel settembre 2024, dopo oltre tre secoli e mezzo, venuta meno l’attività della scuola materna, le ultime suore rimaste a Monteflavio, Suor Michelina – Suor Estela - Suor Marilù, si sono ritirate presso la loro Casa Madre di Roma, lasciando in eredità una lunga pagina di presenza religiosa, educativa e caritativa profondamente legata alla storia di Monteflavio-

𝐁𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐨-𝟏𝟔 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔 -A pochi giorni dalle festività patronali Andrea e Lorenzo, due bambini mo...
17/08/2026

𝐁𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐧 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐨
-𝟏𝟔 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔 -

A pochi giorni dalle festività patronali Andrea e Lorenzo, due bambini monteflaviesi di appena undici anni, hanno espresso un desiderio semplice ma speciale, realizzare una piccola statua di San Rocco, patrono di Monteflavio, e portarla sulle loro spalle durante la tradizionale processione.

Condivisa l’idea con il parroco don Alan Joseph Pinto che subito l’ha accolta con entusiasmo, Andrea, incoraggiato dalle sue parole, ha acquistato una statuina di San Rocco e ha iniziato a prepararla e adornarla con grande cura per la benedizione che è avvenuta durante la messa in onore della Madonna Assunta la mattina del 15 agosto.

Il sogno ha cominciato così a prendere forma, portare a spalla San Rocco, insieme ai loro compagni, per le vie storiche di Monteflavio proprio come avviene da generazioni con la grande macchina e la venerata statua del Santo.

Con discrezione e un po’ di timidezza hanno chiesto se fosse possibile far costruire dagli artigiani locali una piccola macchina, ma i pochi giorni disponibili sembravano rendere tutto impossibile.

Andrea, non si è dato per vinto e nel pomeriggio del 4 agosto, dopo delle ricerche, è stata trovata presso un antiquario online un’antica portantina in legno. Acquistata e giunta a Monteflavio il 10 agosto, è stata subito affidata alle mani dell’artigiano locale Mario Rocchi, che in pochissimo tempo l’ha restaurata e adattata per accogliere la statuina.

Il sogno era finalmente diventato realtà.

Il 16 agosto 2026, al termine della messa in onore di San Rocco, alle ore 12:30 le porte della chiesa si sono aperte e i bambini sono usciti per primi portando sulle spalle la loro piccola macchina con il Santo. La piazza di Monteflavio li ha accolti con un caloroso applauso, un momento di gioia e commozione che difficilmente sarà dimenticato.

Dalla tenacia e dall’entusiasmo dei bambini, è nata una nuova tradizione con la speranza che quel gesto possa continuare negli anni ed essere tramandato alle future, piccole, generazioni di Monteflavio.

𝟏𝟖𝟏𝟒 𝐒𝐚𝐧 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐨 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐟𝐥𝐚𝐯𝐢𝐨𝑀𝑜𝑛𝑡𝑒𝑓𝑙𝑎𝑣𝑖𝑜,18 𝑜𝑡𝑡𝑜𝑏𝑟𝑒 1987𝐺𝑖𝑎𝑐𝑜𝑚𝑒𝑙𝑙𝑖 𝐺𝑢𝑖𝑑𝑜Nel lontano 1343, Sua Eccellenza il Card...
15/08/2026

𝟏𝟖𝟏𝟒 𝐒𝐚𝐧 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐨 𝐏𝐚𝐭𝐫𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐟𝐥𝐚𝐯𝐢𝐨

𝑀𝑜𝑛𝑡𝑒𝑓𝑙𝑎𝑣𝑖𝑜,18 𝑜𝑡𝑡𝑜𝑏𝑟𝑒 1987
𝐺𝑖𝑎𝑐𝑜𝑚𝑒𝑙𝑙𝑖 𝐺𝑢𝑖𝑑𝑜

Nel lontano 1343, Sua Eccellenza il Cardinale Pedro Gomes De Barros, detto Petrus Hispanicus, vescovo della diocesi di Sabina, accessit et visitavit ecclesiam Montis Falci che, per la verità, allora era dedicata a San Donato. Ma quando, nel 1570, trentaquattro famiglie di Marcitelli vennero nel territorio di Montefalco, trovando questo ridotto a poche mura e molte macerie coperte di mu**hi e licheni, muti avanzi dell'odio e della morte, loro che cercavano parole di vita, di pace, di amore, quivi furono benignamente accolti, quei poveri fuggiaschi, dal cardinale Flavio Orsini, padrone di questo territorio, il quale diede loro terreno da fabbricare capanne et case di pietra più civili et
essi, per grata et perpetua memoria del loro segnalato benefattore, chiamarono il nuovo castello Monte Flavio, entrarono nella chiesa che ivi esisteva, in parte diruta, posarono sul collo della statua
raffigurante il suddetto santo Donato una reliquia di santo Martino, che piamente avevano portato con sé come quella che, essendo del loro Santo Protettore e Patrono, doveva camparli da disgrazie e guidarli a salvamento; e così la statua e la chiesa di santo Donato cambiò nome e divenne chiesa e statua di me santo Martino, chiesa che ancor oggi rimane, severa costruzione, in mezzo al riso della natura, a tener vivo, nel cuore dei popolani, il culto del nume benefico e tutelare che essi trassero seco dalla culla di Marcitelli.

E da allora una pia Confraternita ha perpetuato nei secoli l'antica divozione ed io ho steso il mio (mezzo) mantello protettore su quei popolani che aggiogavano all'aratro i fulvi giovenchi squarciando sotto il vomere argenteo le fertili valli, sulle belle Sabine sradicanti dai campi le moleste erbacce, sulle fronti abbronzate dei mietitori che si imperlavano di sudore nella estate fiammeggiante. E quando i forti figli della montagna tornavano sfibrati e affetti da
malaria dall'aver sparso il fruttifero sudore della fronte per dissodare le umide terre della Castellana, in quel di Montelibretti, venivano a purificarsi ai sacri e salubri effluvi nel tempio e a
rinvigorire alla fresca brezza del piano l'acciaio ben temprato dei loro muscoli

Dove era allora San Rocco?
Rimaneva a Montelibretti.

Quando però, nel 1814, 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑙𝑒𝑟𝑎 𝑖𝑛𝑓𝑖𝑒𝑟𝑖𝑣𝑎 𝑎 𝑀𝑜𝑛𝑡𝑒𝑓𝑙𝑎𝑣𝑖𝑜, quegli ingrati, non confidando nella mia protezione, si rivolsero a San Rocco che certamente, da buon santo, intercesse per loro ma lo fece con manchevole potenza, se è vero che ad esso dedicarono non un tempio ma un'effigie su stoffa che, tra l'altro, alcuni anni dopo, misteriosamente scomparve. E' rimasta la festa.

Ma il giorno sedici di agosto non è altro che il prosieguo della solenne festività del giorno 15 agosto, dedicato all'Assunzione di Maria Santissima alla quale si intende tributare maggiore onore.

Andate e diffondete la verità. Consultate i testi sacri e profani, visitate i templi, interrogate la storia, parlate con i vostri avi e proclamate a tutti essere santo Martino unico, vero, grande, patrono della comunità di Monteflavio....
E se la mia perorazione non dovesse parervi convincente, ricordate che il giorno 11 novembre è palesemente migliore del giorno 16 di agosto per la vostra giusta e sacrosanta rivendicazione.

Le memorie di San Martino sono un collage di notizie e citazioni testuali da:
• Visita Pastorale Della Diocesi.
Sabina - 1343
• La Gerarchia Cardinalizia di C.B.
Piazza - Roma 1703
• Memorie su Monteflavio di
Innocenzo Giordani
• Capitolato di Flavio Orsini "In Dei
Nomine" - 1570 circa

𝟏𝟗𝟎𝟔-𝟏𝟗𝟎𝟖 𝐌𝐚𝐜𝐜𝐡𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐮𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐕𝐞𝐫𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐒𝐒. 𝐀𝐬𝐬𝐮𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐂𝐢𝐞𝐥𝐨Il 25 febbraio 1906 partivano da Monteflavio 50 emigranti ...
13/08/2026

𝟏𝟗𝟎𝟔-𝟏𝟗𝟎𝟖 𝐌𝐚𝐜𝐜𝐡𝐢𝐧𝐚 𝐞 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐮𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐕𝐞𝐫𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐒𝐒. 𝐀𝐬𝐬𝐮𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐂𝐢𝐞𝐥𝐨

Il 25 febbraio 1906 partivano da Monteflavio 50 emigranti diretti in America. La notizia, riportata da
𝐼𝑙 𝑀𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑒𝑟𝑜, racconta uno dei tanti momenti che segnarono profondamente la vita del nostro paese nei primi anni del Novecento.

-Partenza di emigranti-
“Abbiamo da Monte Flavio, 26:
E' riuscita qui uno spettacolo imponente la novità della partenza di 50 emigranti per l'America del Nord, ieri 25 corr.
I più giovani, che erano la maggior parte, prima di partire vollero compiere il delicato dovere di fare, tutti uniti, una visita di commiato al maestro comunale Pietro Giuseppe Casali, a cui furono presentati dal pro-sindaco sig. Sante Gilardi.
Il momento fu solenne e cordialissimo. Ai giovani, già suoi scolari, il maestro augurò i vantaggi economici e morali che possono avere i lavoratori in quella parte di America. E poiché l'emigrazione a Monte Flavio continuerà, il maestro raccomandò al pro-sindaco, e questi dichiarò di assumere, singolari impegni per l'istruzione, che qui tutti desiderano vivamente.
Tutta la popolazione accompagnò fuori del paese i 50 emigranti, preceduti dalla fanfara e salutati dai discorsi del dottore sig. Amerigo Petrilli e dal maestro Casali, ai quali rispose l'applauso popolare e l'abbraccio degli emigranti.”

A quegli emigrati e ad altri monteflaviesi è legata la storia della Macchina e della statua della Vergine SS. Assunta in Cielo che, come ricorda ancora oggi la targa in legno dietro la Macchina con i loro nomi, furono realizzate a proprie spese, per devozione e riconoscenza alla Vergine.

Nell’elenco, all'inizio, compare il parroco don Giuseppe Di Mario che rimase a Monteflavio fino al 1908 circa, un elemento che, insieme alla partenza del 1906, permette di collocare la realizzazione dell’opera tra il 1906 e il 1908.

Una delle prime fotografie, cartolina illustrata, conserva l’immagine della Macchina e della Madonna appena realizzate, preziosa testimonianza del loro aspetto originario.

Nel corso di oltre un secolo l’opera ha conosciuto restauri e modifiche. Nel 2015 la Macchina si presentava con una diversa conformazione della sommità e con l’aggiunta di una corona illuminata, mentre alla base delle colonne mancavano due degli otto putti originari. Un intervento successivo all’agosto dello stesso anno cercò di riportare la statua più vicino al suo aspetto iniziale.

Con il restauro del 2023, la Macchina è stata ricondotta ulteriormente alla sua configurazione, eliminando la corona ma senza riaggiungere i due putti mancanti, mentre sulla Madonna si è intervenuti cercando di recuperare l’aspetto che presentava nel 2015.

Queste immagini ripercorrono oltre un secolo di storia, dalla partenza per l’America al dono degli emigrati, alle trasformazioni e ai restauri più recenti.

,🎻 𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐋𝐀 𝐒𝐓𝐎𝐑𝐈𝐀 𝐃𝐈𝐕𝐄𝐍𝐓𝐀 𝐄𝐌𝐎𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 🪉Questa sera la Fonte Orsini – la nostra Fonte Vecchia torna a vivere in un’atmosfe...
09/08/2026

,🎻 𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐋𝐀 𝐒𝐓𝐎𝐑𝐈𝐀 𝐃𝐈𝐕𝐄𝐍𝐓𝐀 𝐄𝐌𝐎𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 🪉

Questa sera la Fonte Orsini – la nostra Fonte Vecchia torna a vivere in un’atmosfera unica, avvolta dalle note dell’Ennio Morricone Story.

Un luogo che da 400 anni racconta la vita di Monteflavio e che oggi, ancora una volta, diventa protagonista.

𝐔𝐧’𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞𝐟𝐥𝐚𝐯𝐢𝐞𝐬𝐢, 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐢𝐯𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐞𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐞 𝐫𝐚𝐝𝐢𝐜𝐢. ❤️

𝐃𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐚𝐠𝐢𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐬𝐞𝐫𝐚: 𝐪𝐮𝐚𝐭𝐭𝐫𝐨 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐝𝐨𝐩𝐨, 𝐥𝐚 𝐅𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐞̀ 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐥𝐢̀… 𝐯𝐢𝐯𝐚, 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐧𝐭𝐞.

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𝟏𝟖𝟗𝟕 𝐞𝐬𝐜𝐮𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐮𝐥 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐏𝐞𝐥𝐥𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚𝐶𝑙𝑢𝑏 𝐴𝑙𝑝𝑖𝑛𝑜 𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑜𝑅𝑖𝑣𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑠𝑖𝑙𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑢𝑚𝑒 16 𝑝𝑎𝑔. 395-396𝐵𝑖𝑏𝑙𝑖𝑜𝑡𝑒𝑐𝑎 𝑃𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎 𝐵𝑎𝑣𝑎𝑟𝑒...
28/07/2026

𝟏𝟖𝟗𝟕 𝐞𝐬𝐜𝐮𝐫𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐮𝐥 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐏𝐞𝐥𝐥𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚

𝐶𝑙𝑢𝑏 𝐴𝑙𝑝𝑖𝑛𝑜 𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑜
𝑅𝑖𝑣𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑠𝑖𝑙𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑢𝑚𝑒 16 𝑝𝑎𝑔. 395-396
𝐵𝑖𝑏𝑙𝑖𝑜𝑡𝑒𝑐𝑎 𝑃𝑢𝑏𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎 𝐵𝑎𝑣𝑎𝑟𝑒𝑠𝑒

- Di questo monte compii l'ascensione nella domenica 25 luglio scorso in compagnia del socio ed amico avv. Cao Mastio. Partiti la sera precedente, giungemmo alle 23,8 alla stazione di Fara Sabina, dove, requisito uno sciarabbà, iniziammo la marcia diretti a Moricone. Alle 1,30 traversammo la località San Rocco, frazione di Montelibretti, e alle 2,25 il cocchio ci lasciava alle falde di Moricone. Dieci minuti dopo eravamo nel paese (276 m.) completamente immerso nel sonno: a noi, occorrendo un individuo per guidarci a Monteflavio, ci vien dato di scovare alle 3,15 un mattiniero giovinetto col quale, muniti delle nostre lanterne, velocemente prendiamo a salire per una discreta mulattiera che esce ad est del paese, e, lasciando a destra il fosso Risecco e il colle di Castiglione, ci conduce in breve a Valle Ranara. La traversiamo tutta, sempre per un malagevole sentiero arrampicantesi fra macchie e sterpi: alle 4,48 sostiamo ad un cappelletta detta Madonna di Vallebona, situata su un ciglione della pittoresca valle. Intanto s'avanza l'alba a grandi passi e Monteflavio non si vede. Alle 5 sbocchiamo fuor del vallone, ed eccolo, pittorescamente assiso sulla base settentrionale del Monte Mozzone. Alle 5,5 vi entriamo (800 m.) mentre il sole irradia della sua prima luce il Monte Gennaro e il boscoso Pellecchia. Un discreto riposo, una colazione, e, trovata la guida che deve condurci al monte, abbandoniamo Monteflavio alle 6,15.
Usciamo ad est del paese, cominciando subito la salita verso il Mozzone, lasciando dietro a noi il Monte Calvario e i ruderi di Monteflavio vecchio: alle 6,40 sostiamo alla ca****la della Madonna del Carmine e alle 7,5 giungiamo alla vetta Capernasse, che è una cima pianeggiante, da cui il panorama comincia a rendersi interessante: il Pellecchia è a noi dinante tutto boscoso e dal dorso frastagliato. Alle 7,20 ci dissetiamo ad una freschissima sorgente, e alle 7,50 entriamo nel bosco di colossali faggi. È una vera galleria fantastica; i raggi del sole non penetrano a traverso i folti rami e il suolo umido facilita la ripida ma insieme piacevole salita. D'un tratto il bosco cessa ed appare un costone completamente brullo, i cui lucidi bianchi massi stranamente contrastano col verde scuro del battuto bosco; poco più in su appare la vetta del Pellecchia col suo ometto di pietra: alle 8,25 l'ascensione è cosa fatta.
Fa freddo: una celere ma abbondante colazione, un discreto riposo, e poi volgiamo lo sguardo in giro. Non voglio qui ripetere il panorama, dirò solo che dalle aguzze vette del Gran Sasso coi nevai scintillanti al sole, dal piramidale Velino, dal Terminillo, l'occhio scendendo anco abbraccia la Cesarea città da cui solenne s'erge il suo colossale tempio cristiano; e il sole tutto irradia col suo caldo, vivificatore bacio di fuoco!!..., è un incanto....
L'estasi non dura a lungo: il freddo e anche la tirannia del tempo ci sospingono alla discesa, che cominciamo alle 9,40. Costa costa, or scendendo, or salendo, tocchiamo alle 10,10 il culmine del Pizzo Pellecchia (1327 m.), il quale, benchè di pochi metri più basso della vetta propriamente detta, è a mio parere molto più pittoresco nei suoi orridi scoscendimenti, nelle sue rocce dentate. Precipitando attraverso il Pizzo, noncuranti di sentiero, or fra balze, or fra boschi, sostiamo alle 10,50 al fonte di San Quirico, deliziosa e pittoresca località degna di un quadro. La discesa diventa vertiginosa, in breve il Pizzo sparisce, i paesi di Civitella, Percile e Licenza sembrano innalzarsi, sì che alle 12,30 imbocchiamo la strada romana. È nostra intenzione riposarci a Licenza, poi decidiamo per la più lontana Roccagiovine. Abbandonata la strada romana, prendiamo per una mulattiera che fra boschi di castagni e verdeggianti praterie ci conduce alle 13,25 al paese di Roccagiovine (467 m.), che s'erge in dilettevole plaga fra vigne e alberi di frutta, dove era l'antica Arx Junonis.
Alle 13,50 si lascia Roccagiovine e, imboccata la strada romana sempre svolgentesi al disopra dell'amena valle al cui fondo scorre lo storico Digentia, giungiamo alle 15,5 a Vicovaro, ultima tappa della nostra lunga, ma interessantissima gita. Alla sera eravamo di ritorno in Roma.

Savio Carlo (Sezione di Roma).

Immagini riguardanti l'escursione sul Monte Pellecchia anno 1915/1920 autore Luciano Morpurgo, acquisite dall'Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione ICCD del Ministero della Cultura

𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐁𝐨𝐧𝐨𝐬𝐚 𝟏𝟓 𝐥𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨𝐶𝑎𝑟𝑙𝑜 𝐵𝑎𝑟𝑡𝑜𝑙𝑜𝑚𝑒𝑜 𝑃𝑖𝑎𝑧𝑧𝑎 1703𝑉𝑖𝑠𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑜𝑐𝑒𝑠𝑖 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑏𝑖𝑛𝑎-𝐿𝑎 𝐺𝑒𝑟𝑎𝑟𝑐ℎ𝑖𝑎 𝐶𝑎𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑙𝑖𝑧𝑖𝑎- 𝑝𝑎𝑔. 174...
13/07/2026

𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐁𝐨𝐧𝐨𝐬𝐚 𝟏𝟓 𝐥𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨

𝐶𝑎𝑟𝑙𝑜 𝐵𝑎𝑟𝑡𝑜𝑙𝑜𝑚𝑒𝑜 𝑃𝑖𝑎𝑧𝑧𝑎 1703
𝑉𝑖𝑠𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑜𝑐𝑒𝑠𝑖 𝑑𝑖 𝑆𝑎𝑏𝑖𝑛𝑎
-𝐿𝑎 𝐺𝑒𝑟𝑎𝑟𝑐ℎ𝑖𝑎 𝐶𝑎𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑙𝑖𝑧𝑖𝑎- 𝑝𝑎𝑔. 174 - 𝑑𝑒𝑑𝑖𝑐𝑎𝑡𝑎 𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑃𝑜𝑛𝑡𝑒𝑓𝑖𝑐𝑒 𝐶𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑋𝐼
𝐵𝑖𝑏𝑙𝑖𝑜𝑡𝑒𝑐𝑎 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝐶𝑒𝑛𝑡𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑖 𝑅𝑜𝑚𝑎

S. Bonosa Verg. e Mart., Chiesa campestre nuovamente fabbricata; e dedicata sotto l’invocazione di questa illustre, e gloriosa Vergine Romana da alcuni particolari benefattori, hora in custodia di un’Eremita, fino che vi sia una sufficiente dote per il mantenimento di un Sacerdote, che vi celebri di continuo.

𝐼𝑛𝑛𝑜𝑐𝑒𝑛𝑧𝑜 𝐺𝑖𝑜𝑟𝑑𝑎𝑛𝑖 1909
𝑀𝑜𝑛𝑡𝑒𝑓𝑙𝑎𝑣𝑖𝑜 -𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝐶ℎ𝑖𝑒𝑠𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑖 𝑀𝑜𝑛𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖- 𝑝𝑎𝑔. 13 𝑒 14
𝐿𝑖𝑏𝑟𝑒𝑟𝑖𝑎 𝐹𝑜𝑛𝑑𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑀𝑎𝑟𝑐𝑜 𝐵𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑅𝑜𝑚𝑎

Nel 1660 l’eremita Fra Sante Giordani, scavando dove ora sorge la ca****la di Santa Bonosa, sulla via che congiunge Monteflavio a Moricone, rinvenne una testa di marmo bianco raffigurante una giovane donna di rara bellezza e due mani pure di marmo purissimo. Il santo eremita, che, pur essendo di Castelnuovo, viveva in Monteflavio, facendo un busto di gesso a quella testa e a quelle mani ne trasse una statuetta, cui impose il nome di Santa Bonosa e la collocò in quella ca****la che, tutt’ora, esiste veneratissima. È opinione accettabilissima che quei resti di marmo fossero di origine pagana. Santa Bonosa ricordata e venerata con una messa celebrata il 15 luglio di ogni anno.

-Tra il 1932 e gli inizi del 1933, in seguito alla visita di Benito Mussolini, la strada Monteflavio-Moricone venne sistemata da tracciato mulattiero a carrozzabile con la necessità di dover abbattere la ca****la, definita anche chiesa campestre. Gilardi Filippo n. 2.2.1867 – m. 3.4.1952, possidente di Monteflavio, fece realizzare l’attuale chiesa dove la statuetta ornata da un’aureola “nimbo” venne riposta nuovamente con l’aggiunta di due angioletti ai lati, ricavando per il passante, nella finestra di destra, una feritoia per l’elemosina. Con la morte di Gilardi Filippo la cura della chiesetta passò al nipote Gilardi Clementino n. 9.12.1901 – m. 17.2.1984. Tra la metà e la fine degli anni 60, purtroppo, nottetempo, da parte di qualche occhio esperto e dedito al mercato nero delle opere d’arte “tombarolo”, la statuetta con gli ornamenti venne trafugata. -

SANTA BONOSA 192- 207 Era Cristiana

Nata a Roma da una nobile famiglia nel 192 d.C., a soli 15 anni scelse di difendere la propria fede cristiana che andava propagandosi, venne arrestata tra le pareti domestiche e condotta davanti all'imperatore Settimio Severo, Bonosa non vacillò mai, nonostante i sette giorni di digiuno forzato in carcere, le successive torture e i tentativi di farla abiurare.
Durante la durissima prigionia, la sua buia cella si riempì improvvisamente di una luce splendida, ricevette la miracolosa visita di un Angelo del Signore, inviato dal cielo per confortarla, prometterle la salvezza del suo pudore e infonderle il coraggio necessario per affrontare il martirio.
Riportata davanti all'imperatore furibondo per il suo rifiuto di adorare i Dei, Bonosa subì il supplizio della flagellazione a sangue e fu allora che l'angelo mantenne la promessa, una misteriosa caligine avvolse gli sguardi dei presenti, nascondendo la sua nudità ai carnefici come sotto un fitto velo, mentre lei cantava dolcemente lodando il Signore.
Commosso suo malgrado, l'imperatore la consegnò al Prefetto di Roma e quest'ultimo, attratto dalla sua straordinaria grazia e desideroso di sposarla, la condusse con sé a Porto Romano (nell'attuale zona di Fiumicino/Isola Sacra) per tentare un'ultima volta di farla abiurare sulla pubblica piazza. In ogni momento di prova, la giovane martire ripeteva un gesto diventato per lei abituale, volgeva gli occhi al cielo e la testa all'indietro, quasi a cercare la forza direttamente dallo Spirito Santo per rispondere ai suoi aguzzini e donarsi interamente a Dio.
Proprio a Porto Romano si compì un incredibile prodigio, una cinquantina di giovani soldati mandati a flagellarla rimasero improvvisamente paralizzati da atroci dolori alle braccia e, colpiti dal miracolo, si convertirono all'istante, vennero battezzati segretamente dal Papa e subirono il martirio l'8 luglio del 207. Bonosa sopravvisse un'altra settimana tra indicibili tormenti — tra cui lo staffile impiombato, piastre roventi e uncini — finché il 15 luglio, mantenendo fino all'ultimo quell'estatico sguardo verso l'alto, venne decapitata fuori dalle mura della città.
Il corpo della Santa fu inizialmente sepolto a Trastevere, dove sorgeva la storica Chiesa parrocchiale di Santa Bonosa all'interno della quale le sue spoglie vennero ufficialmente riconosciute nel 1480. La chiesa e l’omonima piazzetta furono demolite nel 1888 per consentire i lavori di costruzione dei muraglioni di argine del Tevere, del Ponte Garibaldi con l’attuale Viale Trastevere lasciando la sola piccola Via di Santa Bonosa tuttora esistente.
Oggi, dopo un lungo pellegrinaggio attraverso la città, l'urna dorata con il corpo della santa giovinetta riposa sotto il secondo altare sinistro della parrocchia romana di S. Maria della Mercede e S. Adriano di Via del Basento 100.

𝟏𝟑 𝐆𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 𝟏𝟖𝟗𝟐 – 𝐒𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐞𝐫𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐨𝐥𝐞𝐧𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐠𝐥𝐨𝐫𝐢𝐨𝐬𝐨 𝐒. 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐝𝐨𝐯𝐚-Lo scorso anno, in occasione della ce...
13/06/2026

𝟏𝟑 𝐆𝐢𝐮𝐠𝐧𝐨 𝟏𝟖𝟗𝟐 – 𝐒𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐞𝐫𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐨𝐥𝐞𝐧𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐠𝐥𝐨𝐫𝐢𝐨𝐬𝐨 𝐒. 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐚𝐝𝐨𝐯𝐚-

Lo scorso anno, in occasione della celebrazione di Sant’Antonio di Padova, venne pubblicato un post https://www.facebook.com/share/p/1Z4memHdyF/ dedicato alla Confraternita del Santo arrivando alla conclusione che nessun libro o registro fosse giunto fino ai nostri giorni a testimonianza della sua storia, e che l'unico elemento era un'antica teca lignea di dimensioni 38x29x8 cm, chiamata dai devoti “l’Oro di Sant’Antonio”, contenente un ex voto, monili religiosi, diversi anelli e, in uno dei due sacchetti di stoffa custoditi al suo interno, una collana di corallo spezzata e una coppia di orecchini d’oro, doni offerti nel tempo da persone e famiglie di Monteflavio in segno di ringraziamento per una grazia ricevuta o per invocare la protezione del Santo, restaura da Angelo Gilardi e portata in processione.

Viviana Rosati, figlia di Alba De Mico e del maestro Guido Rosati di Stazzano, residente a Palombara Sabina ma profondamente legata a Monteflavio attraverso le proprie radici familiari, dopo aver letto il post ha riconosciuto nella descrizione una storia che apparteneva alla memoria della sua famiglia. Con grande sensibilità e spirito di condivisione ha quindi commentato di essere in possesso dell'antico libro della Confraternita di Sant’Antonio di Padova, ritenuto fino ad allora perduto. Il libro era stato ritrovato tra gli effetti appartenuti alla nonna, De Luca Maria Biagina, dopo la sua scomparsa avvenuta nel 2000 e grazie ai ricordi tramandati in famiglia è stato possibile ricostruirne anche la custodia. Il libro fu conservato e curato da De Mico Gioacchino, quindi affidato al figlio De Mico Albino, conosciuto da tutti a Monteflavio come Birbetto.

Iniziato il 13 giugno 1892, riporta che il 16 agosto 1889 furono nominati Deputati i soci Angelo Janni e Filippo Silvi e conserva la memoria che la confraternita era già presente circa 200 anni prima collocandone la fondazione nel XVII.

Interessanti sono i riferimenti a due momenti storici che coinvolsero la comunità monteflaviese. Nel 1801, durante il periodo dell’occupazione di Napoleone Primo -cosi descritto-, vi furono requisizioni di bestiame cosi come nel 1870 durante la caduta Stato Pontificio. Queste testimonianze, scritte direttamente dai confratelli monteflaviesi dell'epoca, rappresentano oggi una fonte preziosa per la storia di Monteflavio.

“Da circa duecento anni or sono i Monteflaviesi formarono una Confraternita per solennizzare la festa di S. Antonio di Padova speciale protettore, che poi prese sempre maggiore sviluppo per le molte grazie che il Santo fece ai suoi devoti come ne fanno fede i molti doni fattigli da suoi beneficati. Molto vi sarebbe a dire sulle varie vicende che perturbarono la Confraternita, specialmente perché possedeva alcune vaccine, le quali furono usurpate nell’anno 1801, e poi recuperate con Decreto del 3 settembre dello stesso anno. Furono quindi denunciate nell’invasione del Governo Francese ma il glorioso Santo fece si che Napoleone Primo cadesse prima che tali bestie fossero vendute. Alcuni anni dopo una fiera malattia distrusse quasi l’interamente tale bestiame, tanto è vero che ne restò un solo capo. Nel 1870 si volevano nuovamente denunciare le non poche vacche, che si erano rifatte, ma stante l’operosità di qualche socio, anche questa volta tutto si riparò ed oggi, grazie a Dio ed al glorioso Santo ancora esistono. Dai primi nostri fratelli si stabilì che oltre le funzioni religiose si dovessero fare da due festaroli tratti a sorte in ogni anno la cena nella sera della vigilia e due pranzi uno nel giorno della festa ed uno in quello successivo a tutti i fratelli, al clero ed ai chierici, che poi sono stati ridotti ad una cena nella vigilia ed un solo pranzo nel giorno della festa.”

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