21/10/2026
PARLIAMONE… PERCHÉ FORSE STIAMO GUARDANDO TUTTI DALLA PARTE SBAGLIATA.
In questi giorni abbiamo visto immagini che fanno rabbia. Città devastate, vetrine distrutte, attività commerciali saccheggiate, mezzi privati danneggiati. Abbiamo visto giovanissimi, persino minorenni, coinvolti in episodi di violenza che non possono e non devono trovare giustificazione.
Perché dietro una vetrina distrutta c’è il lavoro di qualcuno. Dietro un’automobile danneggiata ci sono sacrifici, rate, stipendi. Dietro una divisa colpita c’è una persona, una famiglia.
La violenza non è un diritto. La protesta sì.
Ma oggi vorremmo fare qualcosa di diverso dal solito.
Vorremmo andare oltre le immagini, oltre i titoli, oltre i commenti pieni di rabbia.
Vorremmo farci una domanda che forse è più scomoda di tutte le altre:
PERCHÉ SIAMO ARRIVATI A QUESTO PUNTO?
Le manifestazioni di questi giorni sono nate anche per denunciare il carovita, il peso crescente delle spese quotidiane, il deterioramento dei servizi pubblici, le difficoltà di chi lavora e non riesce più a vivere dignitosamente.
Poi sono arrivate le devastazioni.
E improvvisamente il dibattito pubblico si è riempito di vetrine infrante, arresti, responsabilità, punizioni.
Tutto giusto. Tutto doveroso.
Ma delle ragioni per cui migliaia di persone erano scese pacificamente in piazza, quanto stiamo ancora parlando?
Chi ha distrutto non rappresenta necessariamente chi manifestava. Eppure il rischio è proprio questo: che la violenza di alcuni finisca per cancellare la voce di tutti gli altri.
E quando tra i protagonisti di certe devastazioni troviamo ragazzi poco più che bambini, non possiamo limitarci a chiedere chi debba punirli.
Dobbiamo anche domandarci quale disagio, quale vuoto educativo, quale rabbia o quale mancanza di prospettive possa esserci dietro certi comportamenti.
Non per assolverli.
Ma perché punire senza comprendere le cause significa rischiare di ritrovarsi, domani, davanti allo stesso problema.
E mentre discutiamo di tutto questo, nel nostro Paese sta succedendo anche altro.
🚛 GLI AUTOTRASPORTATORI STANNO PROTESTANDO. E IL SUD NE STA PAGANDO LE CONSEGUENZE.
Camion fermi, presidi, distribuzione rallentata. In alcune zone del Mezzogiorno gli scaffali dei supermercati hanno cominciato a svuotarsi.
Ci rendiamo conto di cosa significhi?
Significa che il nostro sistema è così fragile che basta interrompere una parte della catena dei trasporti per mettere in difficoltà intere comunità.
Ma significa anche che ci sono lavoratori che denunciano costi diventati insostenibili.
Persone che trasportano il cibo che mangiamo, i medicinali di cui abbiamo bisogno, i prodotti che troviamo ogni giorno nei negozi.
Il Governo ha annunciato risorse e interventi economici, ma la mobilitazione non si è fermata ovunque.
Quando arriveranno concretamente gli aiuti? Saranno sufficienti? E perché si deve arrivare a bloccare un settore essenziale prima di ottenere risposte?
Sono domande che dovrebbero interessare tutti noi.
Perché oggi a protestare è un autotrasportatore. Domani potrebbe essere chiunque altro.
🚑 E POI C’È PISA. LA NOSTRA PISA.
Ieri, 20 ottobre, circa cinquanta mezzi delle Pubbliche Assistenze hanno attraversato i Lungarni.
Sedici associazioni del volontariato Anpas hanno manifestato contro il caro carburanti e l’aumento dei costi di gestione, consegnando una lettera al prefetto.
Fermiamoci un momento su questa notizia.
SONO SCESI IN STRADA QUELLI CHE, OGNI GIORNO, SCENDONO IN STRADA PER NOI.
Quelli che rispondono quando qualcuno sta male.
Quelli che accompagnano un anziano a una visita.
Quelli che trasportano persone fragili, malati, cittadini che senza quel servizio rischierebbero di rimanere soli.
Quelli che spesso non conosciamo per nome, ma che vorremmo vedere arrivare il prima possibile nel momento peggiore della nostra vita.
Ebbene, oggi anche loro stanno chiedendo aiuto.
Non per un privilegio.
Ma per poter continuare ad aiutare gli altri.
E questa dovrebbe essere una notizia capace di scuotere un’intera città.
Perché quando chi si prende cura degli altri è costretto a scendere in piazza per difendere la continuità dei propri servizi, il problema non riguarda più soltanto il volontariato.
Riguarda tutti noi.
Eppure, mentre le immagini delle devastazioni fanno il giro dei social, quanto spazio dedichiamo a queste persone?
Quante volte condividiamo una vetrina spaccata e quante volte condividiamo un’ambulanza che manifesta perché i costi rischiano di impedirle di continuare a prestare servizio?
E soprattutto, perché una protesta pacifica sembra dover fare tanta più fatica per ottenere la nostra attenzione?
Forse è proprio questo il punto.
ABBIAMO IMPARATO A GUARDARE IL RUMORE, MA NON AD ASCOLTARE IL DOLORE.
Ci indigniamo. Ci dividiamo. Ci insultiamo.
Diamo la colpa ai giovani, ai genitori, agli stranieri, agli italiani, a chi governa, a chi protesta, a chi non protesta.
Cerchiamo continuamente qualcuno contro cui puntare il dito.
E nel frattempo perdiamo di vista ciò che dovrebbe unirci.
Il desiderio di poter vivere del proprio lavoro.
Il diritto di essere curati.
La possibilità di arrivare alla fine del mese senza paura.
La speranza di lasciare ai nostri figli un Paese in cui non debbano scegliere tra rassegnarsi e arrabbiarsi.
Perché la paura è diventata una presenza costante nelle nostre vite.
Paura di perdere il lavoro. Di non riuscire a pagare una bolletta. Di ammalarsi. Di non poter aiutare un familiare. Di non avere un futuro.
E troppo spesso trasformiamo quella paura in rabbia verso il vicino, verso chi la pensa diversamente, verso un altro cittadino che magari sta combattendo la nostra stessa battaglia.
Ma una società in cui chi soffre viene messo contro chi soffre è una società che si indebolisce ogni giorno di più.
Non dobbiamo giustificare chi distrugge.
Non dobbiamo accettare che i diritti degli altri vengano calpestati in nome della protesta.
Ma non dobbiamo nemmeno permettere che la violenza diventi una scusa per smettere di ascoltare chi manifesta pacificamente.
Possiamo condannare i vandalismi e pretendere risposte sul carovita.
Possiamo difendere la legalità e chiedere giustizia sociale.
Possiamo rispettare le forze dell’ordine e stare dalla parte dei cittadini che chiedono di essere ascoltati.
Non sono posizioni incompatibili. Non dovrebbero esserlo mai.
Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto da che parte stare.
E cominciare a domandarci che tipo di società vogliamo diventare.
Una società che si accorge delle persone soltanto quando rompono qualcosa?
O una società capace di ascoltarle prima che la disperazione, la rabbia e il disagio diventino ingestibili?
Una società che applaude i volontari quando salvano una vita, ma non li ascolta quando chiedono aiuto?
O una società che capisce che difendere chi ci aiuta significa difendere noi stessi?
Perché non dovrebbe essere necessario distruggere per essere ascoltati.
Non dovrebbe essere necessario bloccare un Paese per ottenere attenzione.
E non dovrebbe essere necessario vedere un’ambulanza sfilare in protesta per ricordarci quanto sia indispensabile.
Le vetrine si possono riparare.
Le automobili si possono ricomprare.
Ma la fiducia tra cittadini, la solidarietà, la dignità e la coesione sociale, una volta distrutte, sono molto più difficili da ricostruire.
E allora oggi, da Pisa, vorremmo lanciare un invito.
Facciamo rumore anche per chi manifesta senza distruggere.
Condividiamo le loro richieste. Informiamoci. Facciamo domande. Pretendiamo risposte.
E soprattutto, torniamo a riconoscerci gli uni negli altri.
Perché forse non abbiamo tutti gli stessi problemi.
Ma abbiamo molto più in comune di quanto la rabbia ci faccia credere.
E finché continueremo a combatterci tra noi, rischieremo di dimenticare le battaglie che dovremmo affrontare insieme.
Sei di Pisa se… non resti indifferente.
E voi, cosa ne pensate? Stiamo davvero ascoltando le ragioni di chi protesta, oppure ci accorgiamo soltanto di chi fa più rumore?