09/10/2026
Il Paese delle Grandi Inaugurazioni
C’era una volta un piccolo paese dove l’Amministrazione comunale aveva trovato la formula magica per trasformare la normale amministrazione in eventi storici. Non servivano grandi opere, investimenti milionari o progetti visionari: bastava un problema, possibilmente lasciato marcire abbastanza a lungo, e una forbice per tagliare un nastro.
Fu così che un giorno venne annunciata, con grande enfasi, l’inaugurazione della bonifica di un’area invasa dai rifiuti.
Manifesti, fotografie, sorrisi istituzionali e discorsi solenni. Il sindaco, circondato da assessori e collaboratori, si presentò sul posto come un esploratore che avesse appena conquistato una terra sconosciuta. Al centro della scena, un nastro rosso attendeva di essere tagliato.
«Oggi restituiamo dignità al territorio!» proclamò con voce commossa.
E giù applausi.
Nessuno ebbe il coraggio di chiedere come mai, per restituire dignità a un pezzo di paese, fosse stato necessario organizzare una cerimonia, quando sarebbe bastato fare ciò per cui un’Amministrazione viene eletta e pagata: occuparsi dei problemi ordinari della comunità.
Ma nel Paese delle Grandi Inaugurazioni la manutenzione non era mai manutenzione. Era sempre una missione epocale. Togliere i rifiuti diventava una rivoluzione ambientale, sistemare un marciapiede una svolta urbanistica, sostituire una lampadina un investimento sul futuro.
Il vero talento, insomma, non era risolvere i problemi. Era riuscire a fotografarsi mentre si faceva qualcosa che si sarebbe dovuto fare comunque.
Il miracolo del videocitofono
Poco tempo dopo, un’altra notizia scosse il paese: in una scuola era stato installato un videocitofono.
Un videocitofono! Non un laboratorio scientifico, non una biblioteca innovativa, non un progetto per migliorare la didattica. Un dispositivo che permette di vedere chi suona alla porta.
Eppure, la comunicazione ufficiale fu degna di un vertice internazionale.
Si parlò di sicurezza, attenzione alle famiglie, collaborazione, sensibilità verso il mondo scolastico. Soprattutto, si celebrò la generosità di chi aveva donato l’apparecchio.
E qui, naturalmente, tutti avrebbero dovuto commuoversi.
Perché nel Paese delle Grandi Inaugurazioni anche un videocitofono può diventare una vittoria politica, purché si scelga con cura la parola giusta: donazione.
Una parola meravigliosa, perché consente di raccontare il risultato senza soffermarsi troppo sulla domanda più scomoda: perché deve pensarci un cittadino a garantire un servizio che dovrebbe rientrare nella normale gestione di un edificio scolastico?
Nessuno contestava la generosità del donatore, anzi. Il gesto era encomiabile. Ma proprio per questo avrebbe dovuto suscitare gratitudine verso chi aveva contribuito, non diventare il trofeo di un’Amministrazione incapace di distinguere tra una cortesia privata e un compito pubblico.
Il problema, però, era che il videocitofono non era stato installato in tutte le scuole del regno. Soltanto in un plesso.
Ma il messaggio era passato: un videocitofono donato valeva una conferenza stampa. Il resto poteva attendere.
La palestra che non arrivava mai
C’era poi la questione della palestra scolastica.
Un’opera attesa, necessaria, importante. Una di quelle che dovrebbero avere una data d’inizio, una tabella di marcia e, soprattutto, una data di fine.
Nel Paese delle Grandi Inaugurazioni, invece, la palestra sembrava aver aderito a un progetto sperimentale: la costruzione senza conclusione.
I lavori procedevano secondo un calendario misterioso, conosciuto forse soltanto dagli astri, dagli uffici competenti e da qualche fortunato interprete dei comunicati istituzionali.
Passavano i mesi, cambiavano le stagioni, gli studenti crescevano. La palestra, invece, restava lì, fedele a sé stessa: incompiuta, ma ricca di promesse.
Ogni tanto qualcuno domandava quando sarebbe stata pronta.
La risposta era sempre incoraggiante, perché nel Paese delle Grandi Inaugurazioni il futuro è il luogo in cui tutte le opere vengono completate.
E quando finalmente si cominciava a temere che la palestra potesse diventare un monumento permanente all'attesa, ecco spuntare una nuova prospettiva: pare che si dovesse chiudere anche il campetto esterno alla scuola per effettuare altri lavori.
Una notizia che avrebbe dovuto rassicurare tutti.
Perché, evidentemente, se non si riesce a terminare una struttura, la soluzione più naturale è rendere indisponibile anche ciò che ancora funziona. Non sia mai che gli studenti possano utilizzare almeno uno spazio mentre aspettano quello promesso.
Nel frattempo, il campetto sarebbe diventato un altro capitolo della grande saga amministrativa: prima la necessità dei lavori, poi l'attesa, quindi le spiegazioni, infine la rassicurazione che tutto procede.
Procede dove, non era dato sapere.
Ma procede.
Col tempo, gli abitanti capirono il modello di sviluppo del paese: non si misuravano i risultati in opere concluse o servizi funzionanti, ma in nastri tagliati, fotografie pubblicate e annunci trionfali.
La bonifica diventava un'impresa memorabile, il videocitofono una vittoria dell'Amministrazione, la palestra incompiuta l'occasione per annunciare nuovi lavori e il campetto rischiava di chiudere prima ancora che la palestra fosse pronta.
Gli amministratori erano soddisfatti: «Guardate quante cose stiamo facendo!».
Ed era vero: comunicati, cerimonie, ringraziamenti e promesse. Su questo erano efficientissimi. Il problema era tutto il resto.
Perché un'Amministrazione capace programma, interviene e conclude. Quella incapace convive con i problemi e organizza una cerimonia quando riesce, almeno, a spostarli di qualche metro.
Così, nel Paese delle Grandi Inaugurazioni, le opere potevano anche non finire, i servizi continuare a mancare e i cittadini essere costretti a provvedere da soli.
L'importante era non perdere mai l'occasione di raccontare come una grande vittoria ciò che, in un paese amministrato normalmente, sarebbe stato semplicemente il proprio dovere.