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23/06/2026

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11/06/2026

A Cerea è arrivato l’ennesimo schiaffo a chi indossa una divisa e questo ci deve far riflettere su una cosa: la certezza della pena. C’è una domanda che tanti uomini e donne in divisa si fanno ogni giorno, da Nord a Sud: che messaggio arriva a chi rischia la propria incolumità per fermare un autore di reato quando, poche ore dopo, quella persona torna libera? Non entro nel merito delle decisioni dell’autorità giudiziaria, perché so bene che magistrati applicano le leggi che il Parlamento approva e sono tenuti a farlo nel rispetto delle regole e delle garanzie previste dal nostro ordinamento ed è bene ricordarlo ogni volta che qualcuno cerca scorciatoie polemiche, scaricando sulla magistratura responsabilità, che appartengono invece alla politica. Conosco perfettamente il senso di amarezza che situazioni come questa possono generare. È svilente per un agente intervenire, affrontare una persona che resiste, aggredisce o mette a rischio l’incolumità degli operatori e poi avere la percezione che tutto questo non produca conseguenze adeguate. È una sensazione che purtroppo si ripete ogni giorno in tante città italiane e che alimenta sfiducia e frustrazione tra chi lavora in prima linea per la sicurezza dei cittadini. Da anni sentiamo ripetere il mantra della certezza della pena, ma la certezza della pena non si misura nelle conferenze stampa o nei post sui social. Si misura nella capacità di costruire un sistema normativo che garantisca risposte rapide, efficaci e comprensibili ai cittadini. Tutta la politica e soprattutto chi governa il Paese oggi ha la possibilità di intervenire, non dimenticando però anche gli enormi problemi che affliggono il nostro sistema carcerario. La sicurezza non è una bandiera da agitare quando conviene. È un tema serio che richiede investimenti, personale, formazione e norme coerenti. Richiede soprattutto rispetto per chi ogni giorno indossa una divisa e rappresenta lo Stato nelle strade, spesso in condizioni difficili e con organici insufficienti.
Agli agenti coinvolti nell’intervento di Cerea va la mia solidarietà e il mio ringraziamento. Hanno fatto, come sempre, il loro dovere. Ora la politica faccia il proprio.

09/06/2026

DISTURBO DELL’ATTENZIONE, BIGON (PD) E GRUPPO ADHD : “FAVORISCE IL DISAGIO SOCIALE MA LA SANITÀ PUBBLICA È ASSENTE. DEPOSITATE TRE MOZIONI PER CENTRI DEDICATI IN OGNI ULSS”

Verona, 8 giugno 2026. “L’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, per troppo tempo è rimasto ai margini delle politiche regionali, nonostante colpisca decine di migliaia di veronesi e veneti, circa il 2% della popolazione. La presa in carico pubblica è insufficiente, le diagnosi sono tardive e le Ulss si muovono in modo disomogeneo, spingendo le famiglie verso un privato costoso”.

Così la consigliera regionale del Partito Democratico, Anna Maria Bigon, componente della commissione sociosanitaria, ha introdotto il tema insieme a Cristina Ceriani, Valentina Zenatti rispettivamente presidente e vicepresidente del gruppo ‘ADHD Veneto’ e Federico Piccoli quale referente per Verona.

Per rispondere a questa emergenza, Bigon ha comunicato il deposito di tre mozioni in Consiglio regionale: “Chiediamo il potenziamento dei servizi territoriali, la formazione specifica del personale sanitario per azzerare le liste d’attesa e l'istituzione in ogni Ulss di un Centro dedicato alla diagnosi e alla cura, sia per i minori che per gli adulti”.

“A Verona e nel Veneto i tempi d’attesa per una visita di neuropsichiatria infantile sfiorano infatti i due anni, un ritardo drammatico che favorisce la dispersione scolastica e disagio giovanile mentre negli adulti non intercettati, apre la strada a isolamento, separazioni, perdita del lavoro e dipendenze” ha sottolineato Federico Piccoli.

La presidente Cristina Ceriani ha spiegato che per ovviare ai ritardi della sanità pubblica il gruppo Adhd organizza gruppi di mutuo aiuto mensili online per raggiungere capillarmente l'intera regione e, a Verona, collabora direttamente con il Provveditorato agli Studi e gli Sportelli scolastici. Attraverso questa rete di cittadinanza attiva, i volontari offrono un supporto pratico indicando i percorsi medici e psicologici più adeguati, sopperendo alla mancanza di informazioni istituzionali e aiutando i genitori a gestire l'alto livello di stress quotidiano legato al disturbo.

La vicepresidente Valentina Zenatti ha introdotto il questionario condotto tra le famiglie venete da cui emerge un quadro critico: quasi il 60% dei genitori è stato costretto a ricorrere al settore privato per ottenere una diagnosi ufficiale, affrontando una spesa compresa tra i 300 e i 1.000 euro. Forti criticità si registrano anche nelle scuole: per il 45% degli intervistati i docenti non hanno una formazione adeguata sul tema, tendendo a confondere i sintomi del disturbo con svogliatezza o mancanza di educazione, provocando nel 16% dei ragazzi una tendenza all'isolamento e nel 9,5% dei casi rabbia e senso di ingiustizia verso l'istituzione scolastica.

L'impatto del disturbo si protrae pesantemente anche in età adulta, dove le diagnosi sono una novità recente e il supporto è ancora esclusivamente farmacologico. Secondo i dati del questionario diffuso da ‘ADHD Veneto’, il 41,2% degli adulti di riferimento ha dichiarato di essersi sentito fortemente limitato nelle scelte professionali a causa del disturbo, accettando impieghi non qualificanti. Altrettanto allarmante è il dato sul ricorso alle dipendenze: un altro 41,2% ha ammesso di aver fatto spesso uso di sostanze come nicotina, alcol o eccesso di caffeina come forma di automedicazione, nel tentativo di calmare la mente o trovare le energie per concentrarsi e compensare lo stress di sentirsi inadeguati a scuola o sul posto di lavoro.

“Ascoltiamo ogni giorno famiglie spiazzate che non sanno dove andare – hanno concluso Ceriani e Zenatti – serve una rete istituzionale che garantisca risposte tempestive, perché ogni mese perso a questa età è fondamentale”.

A tutto questo, aggiunge Federico Piccoli, c'è un vuoto assistenziale drammatico: i dati della Società Italiana di Psichiatria confermano che il 50% dei pazienti, una volta compiuti i 18 anni, viene completamente abbandonato dal sistema pubblico. Il passaggio dalla neuropsichiatria infantile alla psichiatria dell'adulto non è infatti automatico: le cartelle cliniche restano bloccate nei servizi dell'età evolutiva senza essere trasferite ai Centri di Salute Mentale. Per questo riteniamo urgente unificare la psichiatria dell'età evolutiva e quella dell'adulto in un unico servizio lineare.

29/05/2026

SANÌTÀ, BIGON (PD): “CASE DELLA COMUNITÀ GUSCI VUOTI E ATTIVE SOLO SULLA CARTA. REGIONE AMMETTE: BASTA UN SOLO SERVIZIO PER DICHIARARLE APERTE”

Venezia, 29 maggio 2026. “I dati ufficiali della Regione Veneto sullo stato di attivazione delle Case della Comunità confermano ciò che denunciamo da tempo: troppo spesso si tratta di strutture aperte solo sulla carta, prive dei servizi previsti dal DM 77 e lontane dall’idea di sanità territoriale che cittadini e operatori aspettano”.
Così la consigliera regionale del Partito Democratico, Anna Maria Bigon, fa il punto della situazione sullo stato di attuazione del Pnrr sanitario in Veneto e nella provincia di Verona, denunciando come molte delle strutture completate rischino di rivelarsi dei semplici contenitori privi di reali funzioni per l'assenza cronica di personale.
“Al 28 febbraio 2026, da un accesso agli atti appena pervenuto — spiega la consigliera dem — in Veneto risultano attive 71 Case della Comunità sulle 101 previste, di cui 69 hub e 2 spoke. Ma lo stesso report regionale evidenzia come la presenza del personale sia ancora gravemente insufficiente: appena il 10% per il personale medico e il 27% per quello infermieristico nelle strutture considerate attive. Questo significa che servizi fondamentali come la presa in carico della cronicità, gli interventi per i codici bianchi, la specialistica ambulatoriale, l’integrazione sociosanitaria e la prossimità delle cure, nella maggior parte dei casi non sono realmente garantiti”.

Secondo l'esponente del Partito Democratico, i dati nascondono una forte incongruenza: “I lavori risultano conclusi solo in 48 Case della Comunità su 101, eppure quelle dichiarate attive sono 71. Due le possibilità: o si attivano strutture mentre i cantieri sono ancora aperti, oppure i servizi effettivamente presenti sono talmente ridotti da non interferire nemmeno con i lavori in corso. La stessa Regione ammette che per definire una Casa della Comunità ‘attiva’ è sufficiente l’erogazione anche di un solo servizio tra i molti previsti. È evidente allora che il rischio concreto sia quello di creare semplicemente delle scatole vuote, senza personale, senza integrazione e senza una reale risposta ai bisogni dei cittadini”.

Un limite, quello del personale, che comincia a essere riconosciuto anche a livello istituzionale: “Tutto ciò è confermato anche in questi giorni dai rappresentanti regionali: da un lato parlano di una programmazione ‘in linea’ con gli obiettivi del PNRR e di 63 Case della Comunità ultimate sulle 102 progettate; dall’altro ammettono apertamente il problema principale: la carenza di personale necessario per rendere queste strutture realmente operative. Ma una Casa della Comunità non può essere ridotta a un immobile inaugurato o a una targa appesa al muro. Senza medici, infermieri e specialisti, il rischio è quello di costruire contenitori vuoti, incapaci di alleggerire i Pronto soccorso”.

La consigliera si concentra poi sulla situazione locale: “Nell’ULSS 9 Scaligera, ad esempio, risultano attive 15 Case della Comunità hub sulle 19 previste, oltre a una spoke. Anche qui però il tema resta identico: non basta dichiarare attiva una struttura se poi i servizi previsti dal DM 77 non sono concretamente disponibili. La sanità territoriale si costruisce investendo sul personale, sull’organizzazione dei servizi e sulla reale accessibilità delle cure. I cittadini veneti hanno diritto a strutture funzionanti e complete, non a numeri utili solo alla propaganda”, conclude Bigon.

29/05/2026

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27/05/2026

SANÌTÀ, BIGON (PD): “REPORT COVESAP CERTIFICA IL COLLASSO: GRAZIE AI VOLONTARI, MA LA REGIONE NON PUÒ DELEGARE IL DIRITTO ALLA CURA”

Venezia, 27 maggio 2026. “I 51 sportelli del Covesap attivi in Veneto, di cui ben 35 a Verona, sono una risorsa preziosa ma certificano formalmente l’esistenza di una criticità enorme e strutturale nel sistema sanitario regionale”. Così la consigliera regionale del Pd Anna Maria Bigon commenta il report sugli sportelli “Diritto alle cure”, che ha registrato circa 3.000 istanze presentate con il 75% di accoglimenti per visite ed esami bloccati dalle liste d'attesa.

“Dietro questi dati ci sono cittadini e persone fragili lasciate sole davanti a tempi di attesa incompatibili con il diritto alla salute. Se da un lato il lavoro straordinario dei volontari merita la massima gratitudine, dall'altro questi numeri devono interrogare profondamente la Regione: non è tollerabile che un cittadino debba ricorrere a un'istanza legale, supportata dai comitati, per vedere riconosciuta una prestazione medica dovuta”.

“La sanità pubblica deve tornare a dare risposte certe e tempestive, senza costringere le persone a percorsi complessi o a pagare di tasca propria nel privato. È necessario che la Regione Veneto cambi rotta subito, investendo nel recupero dei primi accessi e delle visite di controllo, rafforzando il personale e ampliando l’offerta pubblica per garantire il rispetto reale delle prescrizioni mediche”, conclude Bigon.

25/05/2026
25/05/2026

Ronde e intimidazioni politiche. Trevisi (Pd) su ronda di CasaPound: “Sicurezza non può trasformarsi in intimidazione politica, portata avanti da derive squadriste”

“Quanto avvenuto nei giorni scorsi a Verona, con una ronda organizzata da militanti di CasaPound, alcuni dei quali sono stati già inquisiti per episodi di violenza, diretta verso la sede di Sinistra Italiana, è un fatto grave che non può essere sottovalutato. Quando gruppi estremisti sono convinti di poter gestire il tema della sicurezza, si arriva all’intimidazione politica. E c’è una domanda che dovrebbe preoccupare tutti: cosa sarebbe successo se in quella zona non ci fosse stata, non certo a caso, una pattuglia della polizia?”.

Lo dichiara Gianpaolo Trevisi, consigliere regionale del Partito Democratico del Veneto.

“La sicurezza dei cittadini è una richiesta reale e legittima, ma proprio per questo deve rimanere saldamente nelle mani dello Stato e delle forze dell’ordine, come prevede la Costituzione. È questo l’unico modo con cui una democrazia evita derive, escalation e forme di giustizia o controllo parallelo del territorio”.

“Da mesi – prosegue Trevisi – vengono segnalate ronde e iniziative promosse da gruppi di estrema destra nel veronese. Episodi che stanno assumendo contorni sempre più preoccupanti e che non possono essere banalizzati. Serve l’attenzione istituzionale, che è già stata dimostrata, e serve ancora più impegno, da parte di tutti, per impedire che si alimenti un clima di tensione e intimidazione politica incompatibile con i valori democratici”.

14/05/2026

Trevisi (PD): “Taranto ci chiede parole chiare: nessuna vita vale meno delle altre”

«L’omicidio di Sako Bakari a Taranto è un fatto di una gravità enorme: un uomo che stava andando a lavorare è stato inseguito, aggredito in branco e ucciso a coltellate. Davanti a una tragedia simile servono parole nette, responsabilità istituzionale e una condanna unanime.

Non possiamo ignorare il doppio standard della politica urlata: in altri casi avremmo visto dichiarazioni incendiarie, dirette social, polemiche continue e richieste di interventi straordinari. Qui, invece, molti hanno scelto toni bassi, prudenza o silenzio. Ma la sicurezza, la legalità e il rispetto della vita umana non possono dipendere dal passaporto, dal colore della pelle o dalla convenienza del momento.

Quando un lavoratore straniero viene ucciso mentre va a guadagnarsi il pane, la politica ha il dovere di dire con chiarezza che non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. E ha anche il dovere di interrogarsi sul clima di odio, aggressività e disumanizzazione che attraversa pezzi della nostra società.

È giusto attendere che magistratura e forze dell’ordine accertino ogni responsabilità. Ma non serve attendere una sentenza per affermare un principio: la violenza di branco, l’odio verso il più debole e l’indifferenza davanti alla sofferenza dell’altro sono segnali che una comunità democratica non può normalizzare.

Colpisce la giovane età di molti dei presunti aggressori. È un campanello d’allarme educativo, sociale e culturale. La risposta deve essere ferma sul piano della giustizia, ma anche seria sul piano della prevenzione, della scuola, dei servizi e della presenza dello Stato nei territori.

La giustizia farà il suo corso. La politica, però, faccia la propria parte: meno propaganda a corrente alternata e più coerenza. Perché una vita spezzata merita rispetto sempre, chiunque sia la vittima.»

Gianpaolo Trevisi, consigliere regionale Pd

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