16/10/2026
Asili nido, l’accesso è ancora un privilegio: frequenta solo il 17,3% dei bambini più poveri
Cinque numeri raccontano un’Italia in cui il servizio educativo che dovrebbe ridurre le disuguaglianze rischia invece di riprodurle
In Italia il nido non è ancora un diritto per tutti.
A frequentarlo sono soprattutto i bambini delle famiglie con i redditi più elevati, mentre quelli che crescono in condizioni economiche e sociali più fragili restano più frequentemente esclusi.
I dati diffusi da Istat, OCSE e Fondazione Agnelli mostrano una situazione netta: l’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia dipende ancora dal reddito familiare, dalla condizione lavorativa dei genitori e dal territorio di residenza.
I cinque numeri chiave:
17,3% contro 64,2%
Frequenta il nido soltanto il 17,3% dei bambini appartenenti al quinto di reddito più basso, contro il 64,2% di quelli appartenenti al quinto più ricco. La probabilità di accedere a un servizio educativo fondamentale cresce quindi insieme al reddito della famiglia.
16% contro 41,7%
Tra le famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale, la frequenza dei servizi per la prima infanzia si ferma al 16%. Tra le famiglie non a rischio raggiunge invece il 41,7%.
Da 7,5 a 19 punti
Il divario di accesso tra i bambini delle famiglie con redditi più alti e quelli delle famiglie con redditi più bassi è più che raddoppiato: è passato dai 7,5 punti percentuali del 2005-2006 ai 19 punti del 2023-2024. È aumentata la partecipazione complessiva, ma non è cresciuta allo stesso modo l’equità del sistema.
Fino a circa 20 mesi di sviluppo
Le disuguaglianze educative iniziano molto prima della scuola primaria. I dati presentati dall’OCSE mostrano che, già a cinque anni, in una delle dimensioni considerate la distanza tra bambini provenienti da contesti svantaggiati e avvantaggiati può arrivare a circa 20 mesi di sviluppo. Le differenze riguardano competenze linguistiche e numeriche emergenti, memoria di lavoro, flessibilità mentale e comportamento prosociale.
4,2 miliardi di euro
Secondo la stima della Fondazione Agnelli, assicurare la copertura pubblica integrale dei costi dei servizi, raggiungendo una partecipazione del 45% dei bambini sotto i tre anni, richiederebbe una spesa complessiva di circa 4,2 miliardi di euro all’anno. Si tratta di circa due miliardi in più rispetto alla spesa attuale considerata nello studio. Anche ipotizzando la realizzazione di tutti i posti previsti dal PNRR, servirebbero circa 120.000 posti aggiuntivi.
Il nido non è un premio per chi ha già un lavoro stabile
Questi dati evidenziano il limite di un sistema che continua a considerare il nido soprattutto come strumento di conciliazione tra lavoro e famiglia, anziché come un diritto educativo del bambino.
Il risultato è paradossale: un bambino che cresce in una famiglia disoccupata, precaria o con un reddito basso può essere penalizzato nell’accesso proprio al servizio che potrebbe contribuire maggiormente a ridurre il suo svantaggio di partenza.
L’ascensore sociale deve partire dal piano terra.
La scolarizzazione precoce non serve soltanto a sostenere l’occupazione dei genitori. È un investimento nello sviluppo delle competenze linguistiche, cognitive, relazionali e di autoregolazione. Competenze che incidono sul successivo percorso educativo e sulle opportunità future.
Il nido deve quindi essere considerato il primo gradino dell’ascensore sociale, non un servizio residuale riservato a chi riesce a permetterselo o a ottenere un posto.
Che cosa dovrebbe cambiare
Per contrastare questa situazione si dovrebbe:
• riconoscere progressivamente un diritto effettivo al posto nei servizi educativi per la prima infanzia;
• riformare e rendere più omogenei i criteri delle graduatorie, attribuendo maggiore peso a reddito, precarietà lavorativa e vulnerabilità sociale;
• ridurre progressivamente le rette, con l’obiettivo della gratuità del servizio;
• evitare che il Bonus nido richieda alle famiglie di anticipare la spesa, una condizione che può penalizzare chi dispone di minore liquidità;
• concentrare gli investimenti nei territori con la copertura più bassa;
• garantire qualità educativa, continuità del servizio, formazione e condizioni di lavoro adeguate per educatrici ed educatori.
Roberto Codazzi