27/10/2026
LA VIA ITALIANA AL SOCIALISMO E LA MUTAZIONE DEL PCI
Lo scioglimento del PCI e la sua trasformazione in PDS nel 1991 non furono un’improvvisa conseguenza del crollo dell’URSS, ma l’esito di un processo politico e culturale durato decenni, che trasformò progressivamente il partito fino a rovesciarne l’identità originaria.
Nel dopoguerra, Palmiro Togliatti elaborò la strategia della «via italiana al socialismo», fondata sulla conquista dell’egemonia nella società, sull’utilizzo della democrazia e delle istituzioni per avanzare verso il socialismo e sulla valorizzazione delle peculiarità nazionali. La «democrazia progressiva» indicava un percorso di trasformazioni strutturali sostenuto dalla mobilitazione popolare, dalle lotte operaie e dall’estensione dei diritti sociali. Togliatti sostenne inoltre il policentrismo e l’autonomia dei partiti comunisti, senza rinunciare all’unità del movimento internazionale e al riferimento all’esperienza sovietica.
La strategia aveva limiti oggettivi: la presenza militare angloamericana, la collocazione internazionale dell’Italia nel campo occidentale e la forza della borghesia impedivano di trasformare la Resistenza in una rivoluzione socialista. Tuttavia, il PCI riuscì a diventare un grande partito di massa, radicato nelle fabbriche, nei territori e nei movimenti popolari.
Le lotte dei lavoratori guidati dai comunisti nel dopoguerra, quelle del 1968-69 e le mobilitazioni successive produssero conquiste fondamentali: Statuto dei lavoratori, Servizio sanitario nazionale, riforme scolastiche, scala mobile, equo canone, nuovo diritto di famiglia e vittorie sul divorzio e sull’aborto. Esistevano le condizioni per costruire un ampio blocco sociale capace di sostenere un cambiamento strutturale della società.
Ma proprio mentre cresceva il peso elettorale e istituzionale del PCI, cambiava la sua composizione interna. Operai e partigiani perdevano progressivamente centralità, mentre aumentavano il peso degli amministratori, degli apparati istituzionali e dei settori legati al mondo cooperativo. Si rafforzava così una concezione sempre più parlamentaristica, orientata al compromesso e all’integrazione nel sistema, a scapito del conflitto di classe.
Negli anni '70 e '80 si consumò una svolta anche sul piano internazionale: dalla contrarietà alla NATO si passò alla sua accettazione; l’internazionalismo comunista venne progressivamente sostituito dall’avvicinamento alla socialdemocrazia. Il compromesso storico con la DC, elaborato dopo il golpe cileno del 1973, contribuì a consolidare questa tendenza. La sconfitta operaia alla FIAT nel 1980 e quella sul referendum sulla scala mobile mostrarono le conseguenze dell’indebolimento della mobilitazione di classe e delle divisioni interne alla sinistra.
Eppure il PCI raggiunse nel 1975-76 i suoi massimi risultati elettorali e nel 1984 divenne, per la prima e unica volta, il primo partito italiano. Enrico Berlinguer tentò di difendere le conquiste dei lavoratori e, negli ultimi anni, di rilanciare una prospettiva alternativa. Ma le contraddizioni accumulate erano ormai profonde.
Dopo la sua morte, il partito non invertì la rotta. La direzione di Achille Occhetto portò a compimento il processo di scioglimento, trasformando il PCI in un partito sempre più distante dalla tradizione comunista e sempre più vicino al liberalismo, fino ad assumere come riferimento il Partito Democratico statunitense. La maggioranza del gruppo dirigente sostenne questa trasformazione: il crollo dell’URSS fu l’occasione conclusiva, non la causa originaria.
QUALI LEZIONI PER OGGI?
L’esperienza del PCI dimostra che un partito comunista può essere sconfitto non soltanto attraverso la repressione e l’isolamento mediatico, ma anche attraverso la progressiva trasformazione dei suoi gruppi dirigenti. L’ingresso nelle istituzioni, se non rimane subordinato a una strategia di classe, può generare distacco dalle masse, adattamento al sistema e corruzione politica.
Per questo occorre contrastare il parlamentarismo fine a sé stesso, mantenere un forte radicamento operaio e popolare e impedire che il compromesso tattico diventi una rinuncia strategica. L’attività elettorale e istituzionale deve servire alla trasformazione della società, non sostituirla.
La lezione fondamentale è che non basta conquistare il consenso: bisogna preservare la coscienza di classe e l’identità rivoluzionaria del partito. La ricostruzione di un autentico movimento comunista in Italia deve fare i conti con gli errori e le contraddizioni che condussero allo scioglimento del PCI. Senza un partito comunista adeguato, capace di imparare dalla propria storia, non può esserci una trasformazione rivoluzionaria della società.
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