10/10/2026
🔴 𝗖𝗥𝗜𝗦𝗜 𝗘𝗫 𝗜𝗟𝗩𝗔: 𝗟𝗢 𝗦𝗖𝗜𝗢𝗣𝗘𝗥𝗢 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 𝗗𝗘𝗟 𝟭𝟮 𝗢𝗧𝗧𝗢𝗕𝗥𝗘 𝗘 𝗟𝗔 𝗙𝗔𝗟𝗦𝗜𝗧𝗔̀ 𝗗𝗘𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗙𝗟𝗜𝗧𝗧𝗢 𝗧𝗥𝗔 𝗦𝗔𝗟𝗨𝗧𝗘 𝗘 𝗟𝗔𝗩𝗢𝗥𝗢
Lo sciopero nazionale di 24 ore proclamato per lunedì 12 ottobre segna un passaggio decisivo nella parabola discendente dell'ex Ilva di Taranto. L'annuncio da parte di Acciaierie d'Italia in Amministrazione Straordinaria della sospensione totale delle attività produttive dell'area a caldo e lo spegnimento degli altoforni rappresentano il culmine di un fallimento strutturale gestito, da oltre un decennio, sulla pelle della classe operaia e degli abitanti di Taranto.
Come 𝙋𝙖𝙧𝙩𝙞𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝘼𝙡𝙩𝙚𝙧𝙣𝙖𝙩𝙞𝙫𝙖 𝘾𝙤𝙢𝙪𝙣𝙞𝙨𝙩𝙖, riteniamo fondamentale analizzare questa fase critica rifiutando le semplificazioni e le trappole tese dai governi e dalla narrazione borghese che alimentano la fittizia contrapposizione tra operai e movimenti ambientalisti.
In queste ore di fortissima tensione sociale, infatti, si ripresenta puntuale il tentativo di frammentare il fronte oppresso attraverso la 𝙨𝙘𝙚𝙡𝙡𝙚𝙧𝙖𝙩𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙖𝙥𝙥𝙤𝙨𝙞𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙩𝙧𝙖 𝙞 𝙡𝙖𝙫𝙤𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙞 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙤 𝙨𝙩𝙖𝙗𝙞𝙡𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 (𝙘𝙤𝙢𝙥𝙧𝙚𝙨𝙤 𝙡'𝙚𝙣𝙤𝙧𝙢𝙚 𝙘𝙤𝙢𝙥𝙖𝙧𝙩𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡'𝙞𝙣𝙙𝙤𝙩𝙩𝙤) 𝙚 𝙞 𝙢𝙤𝙫𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙘𝙞𝙫𝙞𝙘𝙞 𝙚 𝙖𝙢𝙗𝙞𝙚𝙣𝙩𝙖𝙡𝙞𝙨𝙩𝙞, che hanno indetto una mobilitazione cittadina per sabato 17 ottobre.
La recente sentenza giudiziaria che impone scadenze imminenti di chiusura rischia di riprodurre attivamente la frattura tra la classe operaia e il resto degli abitanti.
𝙌𝙪𝙚𝙨𝙩𝙖 𝙖𝙣𝙩𝙞𝙩𝙚𝙨𝙞 𝙖𝙢𝙗𝙞𝙚𝙣𝙩𝙚-𝙡𝙖𝙫𝙤𝙧𝙤 𝙚̀ 𝙛𝙖𝙡𝙨𝙖 𝙚 𝙛𝙪𝙣𝙯𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙚 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙨𝙚𝙧𝙫𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙚𝙡 𝙥𝙧𝙤𝙛𝙞𝙩𝙩𝙤 𝙥𝙧𝙞𝙫𝙖𝙩𝙤.
La borghesia industriale e i suoi rappresentanti politici, da sempre, cercano di mettere il diritto al salario contro il diritto alla salute, scaricando le colpe storiche di un impianto devastante sulla necessità degli operai di vendere la propria forza lavoro per sopravvivere. 𝙉𝙤𝙣 𝙚𝙨𝙞𝙨𝙩𝙚 𝙪𝙣 𝙧𝙚𝙖𝙡𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙛𝙡𝙞𝙩𝙩𝙤 𝙤𝙜𝙜𝙚𝙩𝙩𝙞𝙫𝙤 𝙩𝙧𝙖 𝙡𝙖 𝙨𝙖𝙡𝙪𝙩𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙢𝙖𝙨𝙨𝙚 𝙥𝙤𝙥𝙤𝙡𝙖𝙧𝙞 𝙩𝙖𝙧𝙖𝙣𝙩𝙞𝙣𝙚 𝙚 𝙡𝙖 𝙙𝙞𝙛𝙚𝙨𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙧𝙚𝙙𝙙𝙞𝙩𝙤 𝙙𝙚𝙞 𝙡𝙖𝙫𝙤𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙞 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙛𝙖𝙗𝙗𝙧𝙞𝙘𝙖 𝙚 𝙙𝙚𝙡𝙡'𝙞𝙣𝙙𝙤𝙩𝙩𝙤: 𝙡'𝙪𝙣𝙞𝙘𝙤 𝙚 𝙘𝙤𝙢𝙪𝙣𝙚 𝙣𝙚𝙢𝙞𝙘𝙤 𝙚̀ 𝙞𝙡 𝙢𝙤𝙙𝙤 𝙙𝙞 𝙥𝙧𝙤𝙙𝙪𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙘𝙖𝙥𝙞𝙩𝙖𝙡𝙞𝙨𝙩𝙞𝙘𝙤, 𝙘𝙝𝙚 𝙨𝙪𝙗𝙤𝙧𝙙𝙞𝙣𝙖 𝙡𝙖 𝙫𝙞𝙩𝙖 𝙪𝙢𝙖𝙣𝙖 𝙚 𝙡'𝙖𝙢𝙗𝙞𝙚𝙣𝙩𝙚 𝙖𝙡 𝙥𝙧𝙤𝙛𝙞𝙩𝙩𝙤 𝙥𝙧𝙞𝙫𝙖𝙩𝙤 𝙚 𝙖𝙡𝙡'𝙖𝙘𝙘𝙪𝙢𝙪𝙡𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚.
Inoltre, l'illusione che la pura e semplice chiusura della fabbrica risolva la devastazione ecologica è smentita dalla realtà: una dismissione dell'area priva di un reale e immediato piano strutturale di risanamento (come dimostra lo storico precedente di Bagnoli a Napoli) comporterebbe l'assenza di manutenzione ordinaria e il conseguente peggioramento delle esalazioni e della nocività dei siti abbandonati.
La drammaticità della situazione odierna (con il ricorso massiccio alla cassa integrazione e lo spettro del licenziamento di massa per circa 10.000 addetti a livello nazionale) non è un fulmine a ciel sereno. Già a partire dal famigerato accordo del settembre 2018, da noi ampiamente denunciato, la strada era tracciata verso il burrone.
All'epoca, il governo e le burocrazie sindacali confederali (Fim, Fiom, Uilm, con il successivo accodamento di sigle di base come Usb) celebrarono la consegna della fabbrica alla multinazionale indiana ArcelorMittal come un successo. Nei fatti, si trattò di una capitolazione: ai padroni vennero concesse immunità penali, defiscalizzazioni, mano libera sui tagli al personale e garanzie statali scritte sulla sabbia.
𝙇𝙤 𝙨𝙫𝙞𝙡𝙪𝙥𝙥𝙤 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞 𝙚𝙫𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙝𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙛𝙚𝙧𝙢𝙖𝙩𝙤 𝙡𝙖 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙖 𝙖𝙣𝙖𝙡𝙞𝙨𝙞 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙘𝙧𝙞𝙨𝙞: 𝙪𝙣𝙖 𝙫𝙤𝙡𝙩𝙖 𝙨𝙥𝙧𝙚𝙢𝙪𝙩𝙞 𝙞 𝙨𝙪𝙨𝙨𝙞𝙙𝙞 𝙥𝙪𝙗𝙗𝙡𝙞𝙘𝙞 𝙚 𝙙𝙞 𝙛𝙧𝙤𝙣𝙩𝙚 𝙖𝙡𝙡𝙚 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙞 𝙙𝙚𝙡 𝙢𝙚𝙧𝙘𝙖𝙩𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡'𝙖𝙘𝙘𝙞𝙖𝙞𝙤, 𝙡𝙖 𝙢𝙪𝙡𝙩𝙞𝙣𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙚 𝙨𝙞 𝙚̀ 𝙙𝙞𝙨𝙞𝙢𝙥𝙚𝙜𝙣𝙖𝙩𝙖, 𝙡𝙖𝙨𝙘𝙞𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙡𝙤 𝙨𝙩𝙖𝙗𝙞𝙡𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙞𝙣 𝙢𝙖𝙘𝙚𝙧𝙞𝙚.
Il passaggio all'Amministrazione Straordinaria, lungi dall'essere una soluzione, ha semplicemente istituzionalizzato la gestione statale delle perdite capitalistiche.
Sia i programmi astratti di "riconversione a nuova economia del territorio" (spesso ridotti a ipotesi vaghe di turistificazione o dipendenza dai fondi UE), sia i finti interessamenti dei grandi siderurgici italiani (come Gozzi, Arvedi, Pasini) mostrano il vicolo cieco delle soluzioni compatibili con il mercato.
L'unica alternativa realistica alla chiusura traumatica o al continuo ricatto occupazionale non risiede nei tribunali né nelle mediazioni delle burocrazie sindacali a Palazzo Chigi.
La classe operaia e le organizzazioni sindacali indebolite dall'accettazione passiva dei licenziamenti non avranno mai la forza per imporre una reale bonifica del territorio.
𝙇𝙖 𝙫𝙞𝙖 𝙙'𝙪𝙨𝙘𝙞𝙩𝙖 𝙥𝙪𝙤̀ 𝙚𝙨𝙨𝙚𝙧𝙚 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙨𝙩𝙧𝙪𝙩𝙩𝙪𝙧𝙖𝙡𝙚: 𝙡'𝙚𝙨𝙥𝙧𝙤𝙥𝙧𝙞𝙤 𝙞𝙢𝙢𝙚𝙙𝙞𝙖𝙩𝙤 𝙨𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙞𝙣𝙙𝙚𝙣𝙣𝙞𝙯𝙯𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡'𝙚𝙭 𝙄𝙡𝙫𝙖 𝙚 𝙙𝙞 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙖 𝙡𝙖 𝙛𝙞𝙡𝙞𝙚𝙧𝙖 𝙨𝙞𝙙𝙚𝙧𝙪𝙧𝙜𝙞𝙘𝙖 𝙨𝙩𝙧𝙖𝙩𝙚𝙜𝙞𝙘𝙖 𝙣𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙚, 𝙙𝙖 𝙥𝙤𝙧𝙧𝙚 𝙨𝙤𝙩𝙩𝙤 𝙞𝙡 𝙙𝙞𝙧𝙚𝙩𝙩𝙤 𝙚𝙙 𝙚𝙨𝙘𝙡𝙪𝙨𝙞𝙫𝙤 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤𝙡𝙡𝙤 𝙤𝙥𝙚𝙧𝙖𝙞𝙤.
I mezzi tecnologici per produrre acciaio pulito esistono e sono fattibili, ma la loro realizzazione si scontra con il profitto del capitale.
Solo se la produzione viene sottratta alle leggi del mercato è possibile pianificare democraticamente la totale riconversione ecologica dei processi produttivi, tutelando la salute pubblica, il mantenimento dei livelli occupazionali, integrando i lavoratori dell'appalto e dell'indotto in un unico piano di impiego statale.
Gli operai, che, con le loro famiglie sono allo stesso tempo abitanti di Taranto, vivendo quotidianamente la produzione e la manutenzione, sono gli unici a conoscere le reali cause dell'impatto ambientale e a poterne garantire il risanamento oggettivo.
Lo sciopero del 12 ottobre non deve essere una giornata isolata concordata dalle burocrazie sindacali per negoziare le briciole con le istituzioni, ma deve rappresentare, sull'esempio delle migliori esperienze storiche e recenti del conflitto di classe, l'inizio della mobilitazione indipendente e unificata della classe lavoratrice tarantina e non solo.
Da sempre, con il fondamentale contributo del 𝙁𝙧𝙤𝙣𝙩𝙚 𝙙𝙞 𝙇𝙤𝙩𝙩𝙖 𝙉𝙤 𝘼𝙪𝙨𝙩𝙚𝙧𝙞𝙩𝙮, il nostro obiettivo è stato quello di unire, operai e abitanti, contro la logica del capitale.
𝗡𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮 𝗮𝗹 𝗴𝗼𝘃𝗲𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗮𝗱𝗿𝗼𝗻𝗶!
𝗨𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗶 𝗰𝗹𝗮𝘀𝘀𝗲 𝘁𝗿𝗮 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗲𝘅 𝗜𝗹𝘃𝗮, 𝗶𝗻𝗱𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗲 𝗺𝗮𝘀𝘀𝗲 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗶!
𝗡𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶!