26/09/2026
Il 26 settembre per noi e per tutta la comunità bassanese, non è un giorno qualunque. È un giorno di memoria, ascolto e riflessione.
Questo giorno non è solo una pagina di storia, è una domanda aperta sulla società che siamo diventati.
Ricordare l'Eccidio del Grappa significa guardare negli occhi il coraggio di ragazzi giovanissimi che, tra i boschi e le rocce della montagna, hanno scelto di rischiare e perdere tutto. Non lo hanno fatto per retorica, né soltanto per cacciare l'occupante: lo hanno fatto con l'idea precisa di regalarci un mondo libero, democratico e giusto.
Ma a che punto è quella promessa?
Se guardiamo alle fratture di oggi, a disuguaglianze economiche sempre più profonde, alla precarietà che cancella il futuro delle nuove generazioni, all'accesso disuguale alla salute e all'istruzione, capiamo quanto molte di quelle conquiste democratiche siano rimaste incompiute o poco attuate. Una democrazia che garantisce la libertà sulla carta, ma lascia crescere l'ingiustizia sociale nella realtà, tradisce lo spirito originale della Resistenza.
Quei ragazzi non sognavano solo la fine della dittatura; sognavano una società in cui la dignità umana fosse garantita a ciascuno, senza distinzioni.
Onorare il loro sacrificio oggi non significa partecipare a una cerimonia formale una volta all'anno. Significa trasformare la memoria in azione quotidiana: combattere le nuove discriminazioni, pretendere diritti reali per chi lavora e ricostruire una giustizia sociale profonda, concreta e redistributiva.
La Resistenza non si è conclusa nel 1945. È un cantiere ancora aperto, e spetta a noi finire di costruirlo.
Di fronte alle disuguaglianze, alla precarietà e alle ingiustizie di oggi, ricordare quei ragazzi significa continuare la loro battaglia: non con le armi, ma con il contrasto quotidiano a ogni forma di discriminazione e lo smantellamento dei privilegi.
La memoria non è un monumento statico, è una responsabilità verso il presente.