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SICILIA, SCHIFANI ACCERCHIATO: TRA INCHIESTE E MALAGESTIONE. Presi singolarmente, gli episodi di indagini per corruzione...
12/10/2026

SICILIA, SCHIFANI ACCERCHIATO: TRA INCHIESTE E MALAGESTIONE.
Presi singolarmente, gli episodi di indagini per corruzione, le vicende giudiziarie sulla sanità, gli appalti pubblici e le verifiche sui finanziamenti regionali che coinvolgono esponenti della maggioranza rischiano di perdersi nella progressiva assuefazione dell’opinione pubblica siciliana. Ma, messi in fila, le indagini, i processi e gli accertamenti che coinvolgono, a diverso titolo, esponenti del governo Schifani, della sua maggioranza e dell’amministrazione regionale fanno impressione e lasciano interdetti anche i cittadini più smaliziati. Allora, ricordiamoli sinteticamente andando a ritroso dai più recenti.
Gaetano Armao, Giuseppe Lombardo e i diversi filoni dell’inchiesta. La Procura di Palermo ha chiesto la custodia cautelare in carcere per l’ex vicepresidente della Regione Gaetano Armao e per l’avvocato Pierluigi Matta, gli arresti domiciliari per altri sei indagati e il divieto di dimora per una nona persona. Tra gli indagati figura anche il deputato regionale Giuseppe Geremia Lombardo, la cui posizione riguarda il filone delle cure palliative e presunti favori legislativi e occupazionali. Il 9 ottobre è emerso un ulteriore filone riguardante una gara da 147,1 milioni di euro per sette anni di gestione dei rifiuti ad Agrigento e in altri nove comuni. Tra i sei indagati figurano Gaetano Armao e il deputato regionale di Forza Italia Gaspare Vitrano. Secondo l’ipotesi investigativa, una consulenza legale potrebbe essere stata utilizzata per mascherare un compenso illecito destinato, almeno in parte, ad Armao. Elvira Amata e i finanziamenti al Turismo. L’assessora regionale al Turismo, esponente di Fratelli d’Italia, è imputata per corruzione. Secondo la Procura, avrebbe concesso un finanziamento pubblico di 30.000 euro alla manifestazione “Donna, economia e potere” in cambio dell’assunzione del nipote da parte dell’imprenditrice Marcella Cannariato e del pagamento delle sue spese di alloggio. Mario Lupo, la condanna di primo grado per corruzione. L’11 ottobre il commercialista ed ex presidente della Samot è stato condannato in primo grado, con rito abbreviato, a sei anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Secondo la sentenza, avrebbe versato denaro all’ex dirigente dell’Asp di Palermo Francesco Cerrito per accelerare i pagamenti e favorire le pratiche della Samot. La condanna non è definitiva. Mario Lupo è indagato anche nel distinto procedimento che coinvolge Gaetano Armao e il 12 ottobre è comparso davanti al giudice per l’interrogatorio preventivo, respingendo le accuse. Luca Sammartino e l’inchiesta Pandora. Luca Sammartino è imputato nel processo Pandora per due presunti episodi di corruzione. La misura interdittiva disposta nel 2024, della durata di dodici mesi, è stata confermata dopo un articolato percorso cautelare ed è successivamente cessata. Il processo è ancora in corso ed è ripreso dopo la decisione della Corte costituzionale sull’utilizzabilità delle intercettazioni. Gaetano Galvagno e le spese istituzionali. Il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno è imputato, insieme al suo ex autista, per peculato, corruzione, falso e truffa. Il processo, che resta incardinato a Palermo, proseguirà il 5 novembre 2026. Roberto Di Mauro e gli appalti nell’Agrigentino. L’ex assessore regionale all’Energia Roberto Di Mauro figura tra gli indagati nell’inchiesta della Procura di Agrigento su un presunto sistema di condizionamento degli appalti pubblici. Le indagini riguardano, tra le altre opere, la rete idrica di Agrigento, lo stadio di Licata e l’impianto di trattamento dei rifiuti di Ravanusa. Per Di Mauro, la difesa ha precisato che la contestazione residua riguarda esclusivamente l’ipotesi associativa e ha ribadito la sua estraneità ai fatti. L’inchiesta sugli appalti nella sanità e il caso Cuffaro. L’ex presidente della Regione Totò Cuffaro ha patteggiato una pena di tre anni per corruzione e traffico di influenze illecite. Nel settembre 2026 sono state archiviate 23 posizioni o contestazioni relative alla parte residua dell’inchiesta. Restano distinti i procedimenti relativi alla stabilizzazione di 15 operatori sociosanitari a Villa Sofia e a una gara dell’Asp di Siracusa riguardante servizi di lavanderia e ausiliariato, per i quali alcuni imputati sono stati rinviati a giudizio. La strada Mosella ad Agrigento. L’inchiesta sull’appalto da 3,2 milioni di euro per la manutenzione della strada Mosella, ad Agrigento, aveva portato nel luglio 2026 agli arresti domiciliari di due imprenditori e all’applicazione di una misura interdittiva nei confronti del direttore dei lavori. Gli investigatori ipotizzano irregolarità nell’aggiudicazione e l’impiego di una società formalmente intestata a terzi per celare gli effettivi titolari dell’operazione. Nel mese di ottobre i domiciliari sono stati sostituiti con l’obbligo di dimora, mentre il Tribunale del riesame ha annullato la misura interdittiva del direttore dei lavori. Salvatore Iacolino e i rapporti con la criminalità organizzata. La Regione ne ha disposto la sospensione dall’incarico e ha avviato il procedimento di revoca della nomina. Salvatore Iacolino ha successivamente formalizzato le dimissioni e ha respinto le accuse, dichiarandosi estraneo ai fatti. Il procedimento è ancora nella fase delle indagini. Il contributo al Trapani Calcio. La Corte dei conti sta svolgendo accertamenti sul contributo di circa 294.000 euro erogato dalla Regione al Trapani Calcio per il progetto “Trapani Invittissima”. La società annovera tra i propri consulenti Roberto Schifani, figlio del presidente della Regione Renato Schifani. Non risultano contestazioni penali nei confronti del presidente della Regione. Tuttavia, è l’ennesima grana che Schifani dovrà gestire.
L’insieme di queste vicende non sollevano solamente una questione giudiziaria – la magistratura seguirà il suo iter e tutti gli indagati sono innocenti fino a condanna definitiva – ma fanno emergere una questione morale ineludibile e la presunzione d’innocenza non può diventare l’alibi per sottrarsi alla responsabilità politica. Chi governa ha il dovere di tutelare l’interesse collettivo, prevenire i conflitti d’interesse, garantire trasparenza negli appalti e nelle nomine, vigilare sull’uso del denaro pubblico. E con questo stillicidio di casi sotto gli occhi di tutti, spesso in diretta video, le istituzioni ne escono a pezzi, soprattutto, quando coinvolgono direttamente chi dovrebbe essere il controllore e il custode del bene pubblico e collettivo. Perché queste indagini si intrecciano, indissolubilmente, con la vita dei siciliani che continuano a fare i conti con liste d’attesa interminabili, crisi idrica, cambiamenti climatici, servizi insufficienti e infrastrutture inadeguate. Ma invece di affrontare questi problemi, la Regione è costretta a inseguire inchieste che coinvolgono esponenti della maggioranza, dirigenti e settori strategici dell’amministrazione. E la distanza tra i bisogni dei cittadini e le priorità di chi li governa è ormai sempre più marcata.
Sul fronte più strettamente politico, lo scontro senza quartiere tra Schifani e Fratelli d’Italia rivela le tensioni interne a un centrodestra che, pur dominando la scena, appare sempre più impegnato nella contesa per il controllo del potere. A favorirne l’egemonia contribuisce anche l’assenza di una vera alternativa: un centrosinistra incapace di elaborare per la Sicilia un programma politico, sociale ed economico che non sia subalterno alle logiche neoliberiste, alle richieste di Confindustria e a un modello di sviluppo fondato su privatizzazioni, grandi opere e militarizzazione dei territori. Dall’esperienza del governo Crocetta alle convergenze sul Ponte sullo Stretto, fino al sostegno alle politiche europee di riarmo e di incremento della spesa militare, si sta consolidando una visione politica unica che ha indebolito ogni possibilità di cambiamento reale.
Ed è in questo contesto nebuloso che prospera un blocco di potere in cui si intrecciano interessi politici, apparati burocratici, corporazioni professionali e imprese legate agli appalti e alla gestione dei servizi. Le inchieste giudiziarie sollevano il velo solo sui casi più sfacciati ed eclatanti, ma da lì si intravede un vero e proprio sistema clientelare di gestione della cosa pubblica. Il risultato più grave è la frattura tra istituzioni e società. Per tanti cittadini, la Regione non è più percepita come l’istituzione chiamata a garantire diritti universali, ma come un potere distante a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà, economica e personale, nella speranza di ottenere risposte attraverso le intermediazioni clientelari e lo scambio di favori alimentati da una certa politica.
Quando chi governa e chi rappresenta l’opposizione appaiono incapaci di offrire prospettive realmente alternative, la sfiducia diventa rassegnazione, e la rassegnazione alimenta la conservazione del sistema. È questa una delle forme più profonde della degenerazione della politica siciliana, che riduce i diritti a favori, la partecipazione a dipendenza e le istituzioni a luoghi sempre più distanti dai bisogni collettivi, mentre una parte della classe politica appare impegnata soprattutto a perseguire il proprio tornaconto personale.
Uscirne richiede un’opposizione sociale e politica autonoma dagli interessi dominanti, capace di rompere con il consociativismo, difendere i beni comuni e restituire centralità al lavoro, alla sanità pubblica, ai servizi e alla dignità delle persone. Non basta denunciare gli scandali né aspettare che siano i tribunali a fare pulizia. Serve costruire un’alternativa credibile, radicata nei conflitti sociali e nelle condizioni materiali di chi vive e lavora in Sicilia. Senza una prospettiva concreta di cambiamento, a prosperare non sarà soltanto la sfiducia, ma anche il potere che della rassegnazione si alimenta.

AEROPORTI SICILIANI, SOSTEGNO E SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI IN LOTTAEsprimiamo piena solidarietà alle lavoratrici e ai lav...
03/10/2026

AEROPORTI SICILIANI, SOSTEGNO E SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI IN LOTTA

Esprimiamo piena solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori degli aeroporti siciliani che oggi si mobilitano contemporaneamente a Catania, Palermo, Trapani e Comiso. La protesta non riguarda soltanto le loro, pur fondamentali, condizioni di lavoro, ma la gestione dell’intero sistema aeroportuale siciliano e il diritto della Sicilia a disporre di una rete di trasporto organizzata, coordinata e capace di affrontare le emergenze.

I lavoratori stanno avanzando una proposta concreta e di buon senso. Chiedono che le emergenze non vengano affrontate ogni volta improvvisando, ma attraverso una programmazione preventiva. Dopo le ripetute limitazioni dell’aeroporto di Catania provocate dalla cenere dell’Etna, le organizzazioni sindacali hanno chiesto un fondo strutturale per le emergenze aeroportuali e un piano capace di collegare rapidamente i quattro scali siciliani, garantendo contemporaneamente sostegno ai lavoratori chiamati a sostenere il peso dell’emergenza.

L’Etna non è un evento che si possa eliminare e non è nemmeno l’unica emergenza che si può verificare. Un aeroporto può essere costretto a limitare o sospendere le proprie attività per eventi meteorologici estremi, incidenti, incendi, problemi tecnici, eventi di protezione civile o altre circostanze imprevedibili. Quello che invece può essere previsto e organizzato è la gestione di questi eventi.

Si può decidere in anticipo come redistribuire i voli, come trasferire i passeggeri, quali aeroporti devono essere messi nelle condizioni di ricevere traffico aggiuntivo, quali collegamenti ferroviari e stradali devono essere attivati, quali strutture devono assistere i viaggiatori e quali risorse devono essere immediatamente disponibili. Si può, soprattutto, decidere come sostenere e coadiuvare le lavoratrici e i lavoratori che, durante l’emergenza, sono chiamati a far funzionare un sistema sottoposto a una pressione straordinaria.

Durante l’emergenza estiva la Regione ha dovuto organizzare oltre cento corse speciali di autobus e cinque treni speciali tra Palermo e Catania. La stessa Regione ha riconosciuto la necessità di potenziare il sistema aeroportuale siciliano e che Comiso non può, da solo, assorbire i volumi di traffico necessari in caso di forte limitazione di Fontanarossa.

È evidente, quindi, che la disponibilità dello scalo di Sigonella potrebbe rappresentare una risorsa strategica per il sistema aeroportuale siciliano, trasformandola da pista ad uso militare a civile ed entrando a pieno titolo nella discussione sul futuro della mobilità siciliana e sulla progressiva trasformazione di infrastrutture oggi esclusivamente militari in infrastrutture al servizio della collettività.

La Sicilia, come sappiamo, dispone di diversi aeroporti, ma non dispone ancora di un sistema aeroportuale sufficientemente integrato da poter funzionare come una rete unica davanti a una situazione di emergenza. Gli aeroporti continuano troppo spesso a essere considerati come realtà separate, mentre, quando uno scalo entra in difficoltà, le conseguenze si riversano immediatamente sugli altri.

La questione posta dai lavoratori è dunque anche una questione di programmazione pubblica. Catania, Palermo, Trapani, Comiso e, ci auguriamo anche Sigonella, devono poter essere messi nelle condizioni di collaborare e di sostenersi reciprocamente, non soltanto quando l’Etna erutta, ma ogni volta che una parte della rete viene temporaneamente compromessa.

Non basta però parlare genericamente di coordinamento. Servono strumenti concreti. Serve un piano regionale di emergenza aeroportuale, servono protocolli condivisi tra gestori, ENAC, Regione, compagnie aeree e servizi di trasporto, servono collegamenti alternativi già programmati e serve anche un fondo con risorse realmente disponibili e immediatamente utilizzabili. L’ENAC, durante l’emergenza dell’Etna, ha già operato in coordinamento con la Regione e ha verificato le azioni delle compagnie aeree e dei gestori per la tutela dei passeggeri. Il passo successivo sarebbe quello di trasformare questa cooperazione emergenziale in un piano e in una collaborazione permanente.

E dentro questa nuova organizzazione del sistema aeroportuale un ruolo centrale deve essere riconosciuto alle lavoratrici e ai lavoratori. Sono loro, infatti, a conoscere concretamente ogni giorno il funzionamento della macchina aeroportuale, i suoi snodi, le sue interconnessioni e soprattutto i punti di maggiore fragilità. Sono loro che, durante un’emergenza, si trovano in prima linea a gestire le criticità e a trovare soluzioni immediate ai problemi che si presentano.

Non è accettabile che il sistema venga considerato efficiente quando funziona normalmente e che, quando arriva una crisi, il costo dell’emergenza venga scaricato sulle persone che lavorano negli aeroporti. Le organizzazioni sindacali denunciano turni, carichi di lavoro e condizioni che, durante le emergenze, possono diventare insostenibili e chiedono che vengano riconosciuti anche economicamente gli sforzi compiuti per garantire la continuità dei servizi.

A questi lavoratori va quindi non soltanto la nostra solidarietà, ma anche il sostegno alla loro richiesta di programmazione. Perché quella che stanno ponendo non è una rivendicazione corporativa. È una proposta che riguarda la sicurezza, la qualità del servizio, i diritti dei passeggeri e la capacità della Sicilia di affrontare le emergenze senza trasformarle ogni volta in un caos.

Tuttavia, le Istituzioni, lungi dal raccogliere le proposte dei lavoratori, stanno andando nella direzione opposta: privatizzando la gestione degli aeroporti. Per Catania e Comiso è già in corso la procedura di privatizzazione. Ma se una parte sempre maggiore della gestione aeroportuale viene affidata a soggetti privati, chi finanzierà il sistema delle emergenze?

Chi pagherà il fondo che i lavoratori chiedono di istituire? Chi sosterrà i costi dei trasferimenti straordinari? Chi garantirà le risorse necessarie per assistere i passeggeri? Chi sosterrà i lavoratori sottoposti a carichi eccezionali? Quali obblighi verranno messi nero su bianco nei confronti dei futuri gestori privati? E, soprattutto, è stato previsto che i privati contribuiscano strutturalmente a finanziare questi strumenti?

Quelle che vogliono privatizzare, infatti, sono infrastrutture che svolgono una funzione strategica ed essenziale per la collettività. Il paradosso, e il rischio molto concreto, è che nei periodi di normalità i gestori faranno profitti e trarranno il massimo vantaggio da infrastrutture strategiche e monopolistiche, e quando arriverà l’emergenza scaricheranno i costi e l’onere di risolvere le difficoltà sulla collettività e sulle istituzioni pubbliche.

È questa un’ulteriore questione che andrebbe affrontata prima di procedere oltre sulla strada delle privatizzazioni. Non si può privatizzare la gestione delle infrastrutture strategiche senza stabilire con precisione anche le responsabilità sociali ed economiche di chi le gestirà. Non si può lasciare alla mano pubblica il compito di intervenire ogni volta che qualcosa va storto e, contemporaneamente, consegnare ai privati i vantaggi economici della gestione ordinaria.

Più in generale, la lezione dell’Etna dovrebbe essere quindi molto semplice: le emergenze non si programmano, ma la loro gestione sì. Non possiamo impedire a un vulcano di eruttare, ma possiamo decidere cosa fare quando accade. Non possiamo impedire che un aeroporto debba chiudere temporaneamente, ma possiamo fare in modo che la chiusura di Catania non paralizzi la Sicilia orientale e non metta in difficoltà Palermo, Trapani e Comiso. Non possiamo eliminare l’imprevisto, ma possiamo impedire che l’imprevisto diventi disorganizzazione.

Per questo la mobilitazione dei lavoratori va sostenuta. Perché chiede esattamente ciò che dovrebbe essere normale in una regione che vuole definirsi moderna e dotata di infrastrutture strategiche: programmazione, coordinamento, interconnessione, risorse già disponibili, tutela dei passeggeri e tutela del lavoro.

Ci spaventa, in questo Mediterraneo e mondo sempre più coinvolti in calamità naturali, guerre, emergenze di ogni tipo, la miopia e la mancanza di senso strategico dei nostri decisori pubblici. Gli aeroporti non sono semplicemente aziende che producono profitti o infrastrutture che scarrozzano i turisti, ma per la Sicilia una porta d’accesso al mondo e infrastrutture vitali per la mobilità, il lavoro e l’economia dell’Isola.

Ai lavoratori degli aeroporti siciliani va dunque il nostro sostegno. La loro protesta pone una questione che riguarda tutti. Prima di parlare di privatizzare gli aeroporti, sarebbe necessario spiegare ai siciliani come verranno garantiti il coordinamento del sistema, la gestione delle emergenze e le risorse necessarie per affrontarle. Perché, altrimenti, la conseguenza nefasta sarebbe la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle difficoltà e delle perdite: un modello che non darà certo prospettive future per la realizzazione di un sistema aeroportuale siciliano efficiente e al servizio della popolazione.

LA SICILIA RAFFINA, PAGA E ALTRI INCASSANOLa Sicilia è, suo malgrado, una delle grandi piattaforme petrolifere ed energe...
13/09/2026

LA SICILIA RAFFINA, PAGA E ALTRI INCASSANO

La Sicilia è, suo malgrado, una delle grandi piattaforme petrolifere ed energetiche d’Italia. Nei suoi porti arrivano enormi quantità di greggio, nei suoi impianti viene raffinata una quota gigantesca dei prodotti petroliferi destinati al mercato nazionale e internazionale, nei suoi territori sono concentrate infrastrutture industriali strategiche per l’intero Paese. Ma poco o quasi nulla di questa ricchezza rimane davvero in Sicilia, sebbene la retorica leghista e nordista abbia per anni inculcato nel senso comune un messaggio opposto.

Nel 2023 le raffinerie siciliane di Priolo, Augusta, Milazzo e Gela hanno realizzato complessivamente circa 29,9 milioni di tonnellate di lavorazioni, pari a circa il 41,3% delle lavorazioni complessive delle raffinerie italiane (secondo il quadro statistico UNEM). È una concentrazione industriale enorme. Significa che una parte decisiva della trasformazione del petrolio in carburanti e altri prodotti energetici avviene in Sicilia. Il valore economico della filiera è gigantesco con un volume di affari di decine di miliardi di euro, ma il sistema fiscale nazionale continua a trattare quel valore come se il luogo nel quale la ricchezza viene materialmente prodotta fosse un dettaglio irrilevante.

Le accise sui prodotti energetici sono entrate erariali. Non vengono automaticamente riconosciute alla Sicilia perché il carburante è stato raffinato nell’Isola. Ma questa, sebbene da sempre sottaciuta, è una delle grandi anomalie della specialità siciliana che invece lo prevede esplicitamente nello Statuto. Lo Stato incassa, mentre alla Regione restano competenze, problemi e una parte dei costi che quella stessa industria scarica sui territori.

L'accordo Stato-Regione del 2021 riconosceva esplicitamente che la partita delle accise era ancora «sin qui irrisolta» e prevedeva un percorso per affrontare la revisione complessiva delle norme finanziarie di attuazione dello Statuto. Nel maggio 2025 il governo regionale ha annunciato addirittura la riapertura del tavolo con il ministero dell'Economia per discutere nuovamente l'attuazione finanziaria degli articoli 36 e 37 dello Statuto.

Sono decenni che la Sicilia aspetta l’attuazione vera dello Statuto e, quindi, della Costituzione Repubblicana. E mentre aspetta, paga.

Paga il consumo dei territori. Paga il rischio industriale. Paga l'inquinamento e le bonifiche. Paga la crisi ambientale di aree come Priolo, Melilli, Augusta, Milazzo e Gela. Paga attraverso servizi pubblici insufficienti e infrastrutture inadeguate. Paga anche quando alla p***a il prezzo dei carburanti rimane tra i più alti d'Italia. Nel settembre 2026 il prezzo medio regionale è intorno a 2,19 euro al litro per il gasolio e 2,07 euro per la benzina, tra i livelli più elevati registrati nel Paese. Paradossalmente, la Sicilia ospita, a caro prezzo, una quota enorme della raffinazione italiana e in cambio subisce prezzi del carburante alle stelle.

Il grande assente dal dibattito politico, infatti, è la piena attuazione dello Statuto sebbene venga celebrato in ogni momento nei discorsi ufficiali, ma completamente disatteso nella sua sostanza finanziaria.

L'articolo 37 dello Statuto, che ha rango costituzionale, è ben lontano dalla sua piena attuazione che continua a essere rimandata, negoziata, riscritta, subordinata ai rapporti di forza tra Palermo e Roma. Lo Statuto contiene da decenni una disciplina speciale della fiscalità regionale e la sua concreta attuazione finanziaria, compresa la controversa questione delle accise e delle entrate erariali, continua a essere oggetto di negoziazione con lo Stato. La Sicilia viene continuamente invitata a essere “responsabile”, a contenere la spesa, a contribuire al risanamento della finanza pubblica. Ma quando si tratta di riconoscere fino in fondo le risorse che lo stesso ordinamento riconosce alla Regione, improvvisamente tutto diventa complicato.

Si tratta di una scelta politica e la retorica dell'autonomia differenziata è in realtà un’ipocrisia delle le Regioni del Nord, del centrosinistra e del centrodestra, che rivendicano maggiori competenze e una quota molto maggiore del gettito prodotto nei propri territori a scapito del Sud.

La Sicilia invece non deve chiedere l'elemosina a Roma, ma rivendicare ciò che le spetta, ovvero la piena e immediata attuazione degli articoli 36 e 37 dello Statuto. Riconoscimento delle prerogative fiscali della Regione sulle attività industriali realizzate nell'Isola. Una quota adeguata delle risorse fiscali generate dalla filiera energetica.

Un piano straordinario di bonifica e risanamento dei territori industriali. Investimenti pubblici nella transizione energetica. Difesa del lavoro e costruzione di nuova occupazione nelle aree della raffinazione e della petrolchimica. Naturalmente, non vogliamo semplicemente che una parte maggiore dei soldi resti a Palermo per essere distribuita secondo le vecchie logiche del potere regionale, clientelare e corrotto.

Vogliamo che la ricchezza prodotta in Sicilia venga trasformata in diritti, servizi, lavoro, bonifiche e ambiente. Non per difendere all'infinito il modello fossile, ma per impedire che il conto della transizione venga scaricato ancora una volta sui lavoratori e sulle popolazioni siciliane mentre i profitti e il gettito fiscale continuano a finire altrove.

La Sicilia ha ospitato per decenni una parte essenziale dell'apparato energetico italiano. Ha dato porti, territori, lavoro, infrastrutture e ambiente. Adesso deve pretendere qualcosa in cambio. Non più una Sicilia che raffina e paga mentre il potere statale incassa. Una Sicilia che pretende di decidere sulla ricchezza prodotta nel proprio territorio e di utilizzarla per cambiare il proprio modello di sviluppo. Questa non è una concessione. È una questione di giustizia sociale, di democrazia e di attuazione della Costituzione.

Indirizzo

Via Scarpanto N. 3
Catania
95125

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