21/10/2026
➡️ Condannare vandalismo e violenza, ascoltare la protesta, rifiutare scorciatoie militariste e unicamente repressive di un Governo che ha dimostrato di non saper minimamente gestire l'ordine pubblico. Le tensioni che attraversano il Paese vanno lette e interpretate come esito di un percorso che in quattro anni ha portato gli italiani a essere più poveri, più impauriti e molto più arrabbiati, come illustrato dalla segretaria Elley Schlein, alla recente Assemblea Nazionale.
Questa è la posizione del Partito Democratico, espressa dalla "nostra" Ilenia Malavasi, in questa riflessione che condividiamo. Secondo noi la politica ha il dovere di tornare a credere nel futuro, investendo sui giovani, sul welfare, sulla scuola e sulla coesione sociale, anziché criminalizzare il dissenso.
CONDANNARE LA VIOLENZA, CAPIRE IL PRESENTE
Quanto è accaduto e sta accadendo nelle nostre piazze e nelle nostre città - dalle mobilitazioni contro il caro vita, l'aumento del costo delle bollette, gli affitti insostenibili, alle proteste degli agricoltori e degli autotrasportatori, ai gravi episodi di tensione registrati soprattutto (ma non solo) a Milano - ci chiama a una riflessione che rifiuti le scorciatoie di certa propaganda.
Innanzitutto, occorre tenere distinte la protesta dai disordini. La protesta - compresa quella espressa in modo non violento da giovani e giovanissimi - è del tutto legittima e pone sul tavolo argomenti cruciali: la precarietà lavorativa, l’assenza di prospettive abitative e professionali, la contrarietà a un modello di società che chiede ai giovani sacrifici crescenti senza pari tutele o diritti, l’angoscia per un futuro sempre più segnato dai conflitti armati e dalla crisi climatica. Questi sono temi urgenti, che vanno ascoltati e presi sul serio, perché in gioco c’è il futuro del nostro Paese, oltre alla possibilità stessa di credere ancora nella democrazia come insieme di sistemi valoriali. Non dobbiamo avere “paura” di quei ragazzi che vogliono cambiare lo stato delle cose, ma semmai dovremmo essere preoccupati della loro eventuale rassegnazione, che rappresenterebbe la vera sconfitta e la nostra più grande responsabilità come adulti. La protesta, dunque, va accolta e trasformata in partecipazione democratica, confronto, ascolto, non certo soffocata, tenendo presente il contesto di povertà assoluta del nostro Paese (il dato peggiore di sempre), la fragilità sociale ed economica in cui vivono le famiglie, la povertà educativa, con una scuola intesa sempre più come ambiente punitivo, la mancanza di certezze per il futuro in una società che discrimina, isola e giudica tutto ciò che ritiene diverso.
La violenza e i violenti sono invece un’altra cosa.
Le devastazioni, gli assalti e gli scontri che abbiamo visto sono da condannare senza ambiguità. Temo però che siano la punta di un iceberg di un disagio molto più profondo, che agisce e si muove attraverso percorsi e canali - di social e influencer e modelli devianti e deviati di partecipazione - che possono avere scopi assai diversi dalle motivazioni per cui oggi si esprimono. Tuttavia, è un fatto che ogni volta che la piazza si anima, la risposta automatica della destra è l'annuncio di un ennesimo decreto sicurezza, l’inasprimento delle misure punitive e la via della "militarizzazione", come se la risposta ai disordini sia nella sola repressione, dimenticando che la sicurezza è nella piena responsabilità del Ministro dell'Interno.
E qui abbiamo invece un punto politico importante: ormai da oltre quattro anni, l’unico modo che le Istituzioni hanno di rapportarsi con i giovani in particolare è quello repressivo/punitivo. Ma l’incapacità e la totale non-gestione di quanto stiamo vedendo certificano il fallimento di questa strategia, imputabile al Governo e a quella pseudo cultura legalitaria e securitaria che, alla prova dei fatti, ha mostrato tutta la sua inadeguatezza. Liquidare il disagio giovanile come un mero problema di ordine pubblico, criminalizzare il dissenso o affidarsi unicamente a risposte repressive significa dimostrare una colpevole miopia, in cui la politica abdica al proprio dovere di governo dei processi sociali, preferendo cavalcare la tensione anziché risolverla. Peraltro senza alcun risultato.
Le leggi le abbiamo già: non abbiamo bisogno di ulteriori decreti calati dall’alto. Abbiamo invece bisogno di piazze libere e sicure, abbiamo bisogno di istituzioni che tornino a investire seriamente nella scuola pubblica, nell’educazione, nel welfare, nei diritti e nella coesione sociale, abbiamo bisogno di una politica che dica chiaramente che gli interessi economici di quattro o cinque miliardari globali stanno affossando le speranze di milioni di persone, in primis delle nuove generazioni.
Ridurre tutto a galera, coprifuoco, arresti preventivi significa dunque fallire due volte: sul piano della sicurezza, come abbiamo visto e rispetto alla quale il Governo - essendo una propria specifica competenza - dovrebbe rendere conto, al di là della vuota solidarietà espressa alle forze dell'ordine in questi giorni: mancano agenti, quelli che ci sono hanno stipendi inadeguati e intervenire su questo sarebbe la migliore forma di solidarietà, ma è anche tutto ciò che il Governo Meloni non ha mai fatto. Ma è un fallimento anche sul piano della credibilità di Istituzioni che sembrano davvero incapaci di leggere il presente e di rendersi conto che ciò che è andato in frantumi è il patto tra generazioni su cui si reggono le sorti delle nostre comunità e dei nostri sistemi democratici. E che per ricostruire questo tessuto, non servono i manganelli, ma i libri e le aule e gli insegnanti.