La Comune di Ferrara

Indicazioni Sito Web

La Comune di Ferrara Femminile, Plurale, Partecipata. www.lacomunediferrara.it/chisiamo/

20/10/2026

In queste settimane vediamo immagini che non vorremmo vedere: repressione violenta di pacifiche manifestazioni, manganelli, pestaggi, tensioni, feriti, saccheggi. Da una parte la violenta repressione poliziesca, dall'altra la tentazione di rispondere con la violenza. Entrambe le strade portano nello stesso posto: lo stato di polizia che si sostituisce allo stato dei diritti.
Noi scegliamo un'altra strada. La NONVIOLENZA
La nonviolenza non è passività. È la scelta di chi non si fa provocare, di chi non cade nella trappola della violenza che legittima la repressione.

09/10/2026

COMUNICATO STAMPA

La prima cosa che mi ha colpito nell’intervento del consigliere Andrea Ferrari ieri su La Nuova Ferrara è l’uso della parola “islamismo”.
Per chi non avesse letto il suo intervento, provo a riassumerlo. Ferrari interviene in difesa dei manifesti di Azione Studentesca comparsi davanti alle scuole con lo slogan «Fuori l’islamismo dalle scuole. Scegli da che parte stare». Precisa che l’Islam, inteso come fede religiosa, va rispettato, mentre definisce l’islamismo come un’ideologia politica che tende a sovrapporre religione e potere. Subito dopo, però, invita a guardare a ciò che starebbe accadendo «dentro alcune nostre scuole»: classi con una presenza largamente maggioritaria di studenti musulmani, uso dell’arabo nella quotidianità e spazi messi a disposizione per la preghiera. Infine accusa una parte della sinistra di ipocrisia: ieri avrebbe voluto togliere il crocifisso dalle aule in nome della laicità, oggi difenderebbe invece queste manifestazioni legate all’Islam.

Ed è proprio qui che comincio ad avere qualche problema.
Perché se usiamo la parola “islamismo” nel significato che lo stesso Ferrari le attribuisce, un progetto politico che tende a sovrapporre religione e potere, bisogna poi stare molto attenti a non farla scivolare, quasi senza accorgersene, fino a farle comprendere tutto ciò che è semplicemente musulmano.
La presenza numerosa di studenti musulmani non è islamismo. Parlare arabo non è islamismo. Pregare non è islamismo. Altrimenti la distinzione tra Islam e islamismo, giustamente proclamata all’inizio, rischia di durare appena qualche riga.
Voglio pensare che questo slittamento sia involontario. Perché, se non lo fosse, comincerebbe ad assomigliare molto a un’operazione di propaganda politica: si evoca una parola carica di significati inquietanti e poi le si affiancano comportamenti ordinari di ragazzi musulmani, lasciando che sia il lettore a costruire da solo il collegamento.

Ed è precisamente questo collegamento che andrebbe dimostrato, anziché suggerito.
Quindi la mia domanda al consigliere Ferrari è molto semplice: quali problemi legati all’islamismo si sarebbero verificati nelle scuole ferraresi?
Ho cercato online notizie rispetto a possibili situazioni di questo tipo perché, francamente, a memoria non me ne veniva in mente nessuna, e non ho trovato riscontri pubblici. Naturalmente questo non significa che non possano esistere fatti di cui non sono a conoscenza. Per questo chiedo: Ferrari dispone di segnalazioni, dati, documenti, episodi circostanziati?
Se sì, li renda noti.

Perché le sue affermazioni sono molto precise. Parla di istituti nei quali gli studenti musulmani sarebbero largamente maggioritari, nei quali l’italiano rischierebbe di lasciare spazio all’arabo nella vita quotidiana e nei quali sarebbero stati predisposti spazi per la preghiera.
Quali istituti? Quali numeri? Quali dati? Quali fonti? E soprattutto: quale di questi elementi dimostrerebbe l’esistenza di “islamismo”, nel senso politico che Ferrari stesso ha appena dato alla parola?

Se si riferisce a Ferrara, renda pubblici gli elementi sui quali basa queste affermazioni. Se invece sta parlando di casi avvenuti in altre città italiane, lo dica chiaramente. Perché una cosa è discutere seriamente di fenomeni reali, anche difficili; un’altra è creare per associazione l’impressione che nelle nostre scuole sia in corso qualcosa che nessuno ha ancora documentato.

C’è poi il passaggio sul crocifisso, che trovo ancora più discutibile.
Ferrari sostiene, in sostanza, che la sinistra sarebbe incoerente: quando si trattava del crocifisso invocava la laicità della scuola, mentre oggi quella stessa laicità scomparirebbe davanti all’Islam.
Ma la questione del crocifisso nelle aule è sempre stata una discussione sul rapporto tra simboli religiosi, istituzioni pubbliche e libertà di coscienza. Si può essere favorevoli o contrari alla sua presenza, naturalmente. Ma ridurre quella discussione a un semplice «la sinistra è contro il crocifisso» serve più alla polemica che alla comprensione.

E c’è qualcosa che trovo ancora più grave: strumentalizzare proprio il crocifisso per costruire una contrapposizione identitaria con i musulmani.
Il crocifisso non è il vessillo di una squadra. Non è il segno del “noi” da opporre al “loro”. Non è una bandiera da recuperare quando serve a stabilire chi appartiene davvero alla nostra società e chi dovrebbe sentirsi ospite.
Anzi, se c’è un simbolo che dovrebbe metterci in guardia dalla tentazione di dividere il mondo tra chi sta dalla parte giusta e chi sta dall’altra, è proprio quello. Trasformare il crocifisso in un’arma della battaglia identitaria non significa difenderlo: significa strumentalizzarlo politicamente.
E mi pare un destino piuttosto triste per un simbolo che racconta tutt’altro.

Se nelle nostre scuole ci sono difficoltà linguistiche, sociali o di inclusione, discutiamone. Se esistono episodi di pressione religiosa, di discriminazione o di contestazione delle regole comuni, documentiamoli e affrontiamoli. Ma facciamolo con serietà, senza trasformare automaticamente la presenza musulmana in un problema di “islamismo”. E soprattutto investiamo in inclusione, apprendimento dell’italiano, incontro e conoscenza reciproca.

La scuola della Repubblica appartiene a tutti. Ma proprio per questo non è cristiana contro musulmana, italiana contro straniera, destra contro sinistra. È il luogo nel quale ragazzi diversissimi imparano a vivere insieme sotto la stessa Costituzione.
E forse la prima cosa che dovremmo insegnare loro è che davanti a un problema complesso la democrazia non domanda: «da che parte stai?».
Domanda: «come possiamo vivere insieme?»

Anna Zonari
consigliera comunale
La Comune di Ferrara

28/09/2026

GRATTACIELO DI FERRARA, PRIMA RISPOSTA DAL TAR: ILLEGITTIMO IL
SILENZIO DEL COMUNE SULLA DOMANDA DI ALLOGGIO

Bologna, 28 settembre 2026

Lo sgombero del Grattacielo di Ferrara ha costretto intere famiglie ad affrontare una grave emergenza
abitativa. Arriva ora una prima risposta giudiziaria alle richieste di tutela: il TAR dell’Emilia-
Romagna, con sentenza pubblicata oggi, ha dichiarato illegittimo il silenzio del Comune sulla
domanda di assegnazione di un alloggio ERP presentata il 31 marzo da una delle famiglie coinvolte.
Il Tribunale ha ordinato al Comune di concludere il procedimento entro 45 giorni e ha nominato sin
d’ora il Prefetto di Ferrara quale Commissario ad acta, con possibilità di subdelega: se il Comune non
provvederà nel termine, a provvedere sarà il Prefetto.
La domanda era stata presentata ai sensi dell’art. 3 del Regolamento comunale ERP, che disciplina le
situazioni di “estrema emergenza abitativa”. A giugno il Comune aveva risposto che l'istruttoria era
ancora in corso e che avrebbe deciso entro trenta giorni dalla fine di quell'istruttoria, senza mai
indicare quando sarebbe finita. A settembre, nessun provvedimento era ancora stato adottato. Il TAR
ha quindi accertato l’illegittimità del silenzio, rilevando il «lungo tempo trascorso» senza che
l’Amministrazione avesse concluso il procedimento.
«La sentenza afferma un principio essenziale: l’Amministrazione ha il dovere di dare una risposta ai
cittadini e non può lasciare senza decisione, per mesi, una domanda che riguarda una situazione di
grave emergenza abitativa e coinvolge un diritto fondamentale della persona quale il diritto
all’abitazione», dichiarano gli avvocati Corrado Caruso, Francesco Morelli e Fabio Nicolicchia.
«Il Tribunale ha accertato l’illegittimità del silenzio e ha previsto un meccanismo concreto per
superare eventuali ulteriori ritardi, attraverso l’intervento sostitutivo del Prefetto. Spetta ora al
Comune completare l’istruttoria e assumere una decisione espressa sulla richiesta presentata dalla
famiglia».
Il principio è che procedimenti che incidono su situazioni di grave emergenza abitativa non possono
rimanere indefinitamente senza risposta.
«Siamo fiduciosi che, all’esito di questa vicenda, possano trovare concreta tutela il diritto
fondamentale all’abitazione e, con esso, il diritto alla dignità delle persone coinvolte. Ci aspettiamo
che l’Amministrazione dia tempestiva esecuzione alla sentenza e affronti concretamente il bisogno
abitativo della famiglia», concludono i legali.

Prof. Avv. Corrado Caruso
Prof. Francesco Morelli
Prof. Avv. Fabio Nicolicchia

13/09/2026

Via Fiume 3/B: il Comune diffida la proprietà, quei 17 posti auto non si possono usare

Eh no, non si può fare... il Comune ci ha dato ragione. Ricordate la vicenda dell'ex cortile del Condominio Garibaldi di via Fiume?
ACER nel 2024 vende circa 400 metri quadri di giardino alla Società Patruno Srl.
Da lì una girandola di episodi: un cantiere bloccato dal Comune perché non rispettava le regole sul verde, poi sbloccato in fretta sulla parola, presumiamo, del solo tecnico della proprietà;
a giugno l'abbattimento di un oleandro e un acero segnalato dal comitato di residenti "Per un giardino verde"; e infine il tentativo di vendere quello stesso spazio come 17 posti auto, a 37.000 euro l'uno, per un incasso totale di oltre 629.000 euro.
Con Matteo Proto (PD) avevo chiesto chiarezza al Comune con un'interpellanza urgente. La risposta è arrivata ieri: dopo un sopralluogo, L'AMMINISTRAZIONE HA DIFFIDATO LA PROPRIETÀ DALL'USARE L'AREA COME PARCHEGGIO, PERCHÈ RESTA, PER REGOLAMENTO, UN AREA VERDE.
È un passo positivo, ottenuto grazie ai residenti che hanno continuato a segnalare ogni cartello e ogni albero tagliato.
Continuiamo a vigilare, perché una diffida sulla carta valga davvero qualcosa sul campo.

10/09/2026

https://www.lacomunediferrara.it/requiem-per-il-buskers-festival/
REQUIEM PER IL BUSKERS FESTIVAL

Ferrara Buskers Festival: Una crisi può essere la fine di una storia. Oppure l’inizio di un’altra.

UNA STORIA CHE RIGUARDA TUTTI

Il Ferrara Buskers Festival è arrivato a un passaggio delicato della sua storia.
Dopo quasi quarant’anni, la discussione sulla sua formula, sui costi, sul rapporto con la città e sul suo futuro non può essere liquidata come una normale polemica di fine estate.

Perché il Buskers è ormai parte della storia di Ferrara.
E quando qualcosa che appartiene alla storia di una comunità entra in crisi, la domanda non dovrebbe essere soltanto come salvarlo.

Dovremmo chiederci:
Che cosa ci sta dicendo questa crisi sulla città nella quale viviamo?

È una domanda diversa.
E richiede di mettere per un momento da parte appartenenze, simpatie e contrapposizioni.
Non per evitare le responsabilità.
Al contrario: per poterle riconoscere senza trasformarle immediatamente in una ricerca del colpevole.
Per ripartire, qualche errore dovrà essere riconosciuto.
Ma soprattutto dovremo capire che cosa vogliamo costruire dopo.

QUANDO UN EVENTO DIVENTA PATRIMONIO

Quasi quarant’anni non sono soltanto una lunga serie di edizioni.
Sono generazioni, competenze, relazioni internazionali, artisti arrivati da ogni parte del mondo.
Sono ricordi personali e collettivi.
Sono un’immagine di Ferrara che ha viaggiato molto oltre Ferrara.
Un evento, a un certo punto, può smettere di essere soltanto un evento.
Può diventare patrimonio.

E il patrimonio non è qualcosa che necessariamente deve rimanere immutabile.
Al contrario: per sopravvivere deve sapersi trasformare.
La domanda, quindi, non dovrebbe essere se tornare al Buskers di ieri.
Dovremmo chiederci quale Buskers possa appartenere alla Ferrara di domani.

QUANDO IL FESTIVAL APPARTENEVA ALLA CITTÀ

C’è un ricordo dei primi anni che trovo particolarmente significativo.

Durante il Festival, molti negozi esponevano locandine, fotografie, oggetti e allestimenti dedicati ai Buskers.
Le vetrine diventavano piccole installazioni.

E c’era persino il piacere di passeggiare per le strade, curiosare e scegliere quella più bella. E poi magari bersi, liberamente seduti al tavolino del bar preferito, una birra con gli amici, godendosi il naturale fresco della notte e scambiandosi opinioni… mentre gli stranieri si bevevano, ammaliati dalla Città in festa, un cappuccino.

Era bello anche chiedersi dove fosse quell’artista o quella band di cui tanto avevamo sentito parlare, senza mappe tra le mani e senza certezza di trovarli, come una caccia al tesoro e alla sorpresa.

Era una cosa semplice. Ma diceva molto.
Il Festival non era semplicemente qualcosa che accadeva in città. Era qualcosa che la città faceva proprio.

Il commerciante diventava parte dell’evento e il cittadino diventava partecipante.
La strada diventava palcoscenico, e luogo di relazione.
Forse è proprio questo senso di appartenenza che dovremmo recuperare.
Non necessariamente quelle stesse modalità.
Quella stessa partecipazione.

OLTRE IL BIGLIETTO

La discussione degli ultimi tempi si è concentrata molto sul biglietto. È comprensibile.
Ma il biglietto è soltanto una parte di una questione più grande.

Un festival ha dei costi.
Gli artisti devono essere pagati, le strutture montate, la sicurezza garantita, le persone che lavorano remunerate.
La cultura non deve necessariamente essere gratuita.

Ma esiste una domanda che vale la pena porsi:
Quanto valore genera un evento per la città che lo ospita?
Un visitatore può pernottare, mangiare, visitare un museo, fare acquisti e tornare.
Un artista può creare una relazione.
Un giovane può acquisire competenze.
Un’impresa può costruire opportunità.
Un commerciante può incontrare nuovi clienti.
Un visitatore ha buoni ricordi.

Il valore di un grande evento, quindi, non coincide con il suo incasso.
È più ampio.
E in parte può continuare a prodursi anche quando l’evento è finito.

LA CITTÀ NON È IL COMUNE

Questa distinzione ci porta a un’altra riflessione.
Quando diciamo «la città», spesso pensiamo all’amministrazione.
Ma la città non è soltanto il Comune.
È il commerciante. L’artista. L’imprenditore. Lo studente. Il lavoratore. L’associazione. L’istituzione. Il visitatore.

E soprattutto il cittadino.
Anche quello che al Festival non va.
Anche quello che durante il Festival lavora.
Anche quello che ne sopporta qualche disagio.
Anche quello che semplicemente attraversa quelle strade.

Il cittadino non è soltanto il destinatario delle decisioni, è parte del sistema che quelle decisioni modificano.

E allora Ferrara può essere vista non come una somma di settori separati, ma come un ecosistema.
Cultura, sport, turismo, commercio, università, imprese, associazioni e cittadini sono elementi diversi di una stessa rete.
Quando la rete funziona, ciò che accade in un punto può generare valore anche altrove.

DALLA CITTÀ CHE OSPITA ALLA CITTÀ CHE GENERA

Questa prospettiva cambia anche il modo di guardare agli eventi.
Non soltanto: Quanto ci costano?
Ma: Che cosa generano?
E soprattutto: Che cosa rimane quando sono finiti?

Se rimangono soltanto costi e disagi, abbiamo consumato risorse.
Se rimangono competenze, relazioni, lavoro, reputazione, nuovi visitatori, nuove attività e nuove opportunità, abbiamo aumentato la capacità futura della città.

È qui che compare un concetto che potrebbe diventare importante per il futuro:
ecogeneratività.
Un’attività è ecogenerativa quando non si limita a utilizzare le risorse dell’ecosistema nel quale vive, ma aumenta la capacità di quell’ecosistema di generare nuovo valore.

UNA DOMANDA ANCHE PER LA POLITICA

Se prendiamo sul serio questo concetto, la domanda cambia anche per chi governa.
Non soltanto: Quanto costa una scelta?
Non soltanto: Chi ne beneficia?
Ma: Questa scelta rende la comunità più forte, più connessa e più capace di generare futuro?

Potrebbe essere questo un nuovo criterio per valutare le politiche pubbliche.
Una politica capace di generare valore, di farlo circolare, di creare competenze e relazioni e di restituirne una parte alla comunità.
Non una nuova ideologia.
Un nuovo modo di misurare le conseguenze delle nostre decisioni.

UN PATRIMONIO NON VIVE DA SOLO

In questa prospettiva diventa interessante anche la recente scelta di Ferrara nei confronti della SPAL.
Non perché Buskers e SPAL siano la stessa cosa.
Non lo sono.
Ma perché entrambe raccontano, in modo diverso, una parte della storia della città.

E allora possiamo porci una domanda:
Quali patrimoni riconosciamo come patrimonio della comunità?
Non è necessario dare oggi una risposta.
È sufficiente cominciare a porre la domanda.
Perché prima delle soluzioni vengono i criteri con cui scegliamo.

IL BUSKERS DEI PROSSIMI QUARANT’ANNI

Forse, allora, non dobbiamo decidere semplicemente se salvare il Buskers.
Dobbiamo capire che cosa può diventare.
– Un Festival più collegato al commercio.
– Al turismo.
– Ai musei.
– Alle scuole di musica.
– All’Università.
– Alle imprese.
– Ai giovani.
– Agli altri eventi.

Un luogo nel quale gli artisti internazionali incontrino quelli locali.

Una rete capace di produrre opportunità anche oltre i giorni della manifestazione.

Non soltanto un Festival che si svolge a Ferrara.
Ma un progetto che produce valore per Ferrara.

COMINCIARE A MISURARE

Dobbiamo sapere e ragionare non soltanto su quanto costa un evento, ma anche quanto valore produrrà.
Quanto ne attiva.
Quanto ne trattiene la città.
Quanto ne ritorna ai cittadini.
Quante competenze crea.
Quante relazioni.
Quanto turismo.
Quanto lavoro.
Quali effetti sul commercio.
Quali effetti sulla reputazione della città.

Potremmo chiamarlo bilancio ecosistemico.
Non sostituirebbe il bilancio economico.
Lo completerebbe.
E forse potrebbe diventare uno strumento utile non soltanto per il Buskers, ma per tutte le grandi scelte della città.

IL VERO TEMA È FERRARA

E allora il quarantesimo anno del Buskers potrebbe diventare qualcosa di più di una celebrazione.
Potrebbe diventare un’occasione. Non per tornare indietro.
Ma per provare a capire quale città vogliamo costruire.

Una città nella quale ogni patrimonio deve combattere per sopravvivere da solo?
Oppure una città capace di mettere in relazione ciò che possiede?
Una città che considera gli eventi semplicemente come costi?
Oppure una città che prova a misurare la capacità di generare futuro?
E soprattutto: Una città nella quale il cittadino è destinatario delle decisioni o parte della loro costruzione?

REQUIEM PER UN MODELLO

Forse il vero requiem non dovrebbe essere celebrato per il Buskers.
Dovrebbe esserlo per un modo di pensare la città come una somma di compartimenti separati.

Perché una città non è soltanto ciò che possiede.
È ciò che riesce a mettere in relazione.
E non è soltanto ciò che le istituzioni decidono.
È ciò che i suoi cittadini riescono a generare insieme.

Il Buskers può dunque avere un futuro.
Ma non sarà la semplice ripetizione del passato.

Potrebbe diventare uno dei primi luoghi nei quali sperimentare una diversa idea di Ferrara.
Una città nella quale cultura, economia, turismo, sport, commercio, imprese, istituzioni e cittadini non siano mondi separati, ma parti di uno stesso ecosistema.
Una città capace non soltanto di spendere risorse, ma di generare capacità.
Una città nella quale il valore prodotto non si disperda, ma torni ad alimentare la comunità.

Questa, forse, è la vera scommessa del quarantesimo Buskers.
Non decidere semplicemente come salvare un Festival.
Cominciare a capire quale Ferrara vogliamo costruire.

E forse il Buskers, invece di diventare il simbolo della fine di una storia, potrebbe diventare il primo laboratorio della sua rinascita.

L’attività di Anna Zonari consigliera comunale del gruppo   è continuata anche in estate: queste sono le istanze present...
19/08/2026

L’attività di Anna Zonari consigliera comunale del gruppo è continuata anche in estate: queste sono le istanze presentate nel solo mese di agosto! 🏖️⛰️

Leggi gli articoli completi sul nostro sito www.lacomunediferrara.it

16/08/2026

https://www.lacomunediferrara.it/machiavelli-pasolini-ferrara-un-caffe-per-tre/ Machiavelli, Pasolini, Ferrara: un caffè per tre.

A volte un ragionamento politico comincia da un’associazione casuale. Una mattina ti trovi a mettere accanto ad un caffé due nomi che sembrano non avere molto in comune: Machiavelli e Pasolini. Poi inizi a chiederti che cosa accadrebbe se li facessi parlare. E, quasi senza accorgertene, al tavolo si siede un terzo interlocutore: Ferrara.
È nato così questo “caffè per tre”.

Ci sono pensatori che sembrano appartenere a epoche così diverse da non poter dialogare tra loro. Niccolò Machiavelli e Pier Paolo Pasolini sono certamente uno di questi casi.

Il primo osserva la politica dal cuore del potere, dei conflitti, delle istituzioni e dei rapporti di forza. Il secondo osserva la società dalla parte delle sue trasformazioni, dei suoi corpi, dei suoi linguaggi e dei suoi desideri.
Eppure, messi uno accanto all’altro, possono suggerire una domanda sorprendentemente attuale: che cosa significa davvero governare una società?

Machiavelli ci insegna a non confondere la politica con ciò che vorremmo che fosse.
Occorre guardare alla “verità effettuale”: agli interessi, ai conflitti, alle ambizioni, alle paure, ai rapporti di forza.

Pasolini ci mette davanti a un’altra realtà, forse ancora più inquietante: il potere non si limita a governare le persone.
Può trasformarle.
Può modificare i loro desideri, il loro linguaggio, il loro modo di consumare, di abitare e persino di percepire se stesse.

Il primo ci parla dunque del potere come rapporto di forze. Il secondo del potere come rapporto di trasformazione.

E insieme ci pongono davanti a una domanda ulteriore: che cosa accade all’ambiente sociale nel quale questi rapporti di forza e queste trasformazioni si producono?
È qui che il concetto di ecosistema può diventare una vera categoria politica.

LA CITTÀ NON È UNA SOMMA DI SERVIZI

Siamo abituati a pensare il Comune come una struttura amministrativa: urbanistica, mobilità, servizi sociali, sicurezza, cultura, scuola, ambiente, commercio.

Settori diversi, assessorati diversi, bilanci diversi. Ma la vita delle persone non è organizzata per assessorati.

Una famiglia che cerca casa incontra contemporaneamente il problema del reddito, della mobilità, dei servizi educativi, degli spazi pubblici e della qualità urbana.

Un anziano che vive solo incontra contemporaneamente il problema della salute, della sicurezza, dei trasporti, del commercio di vicinato e delle relazioni sociali.

Un giovane incontra contemporaneamente il problema dell’abitazione, del lavoro, della formazione, della cultura e della possibilità di costruire relazioni.

Il pendolare vive contemporaneamente dentro il sistema della mobilità, del lavoro, dell’ambiente e dell’organizzazione urbana.

La città, quindi, non è la somma delle sue politiche. È l’insieme delle relazioni tra esse.
Questa è precisamente la logica di un ecosistema.

Un ecosistema non è un insieme di elementi semplicemente collocati nello stesso spazio. È un insieme nel quale ogni elemento influenza gli altri e nel quale il cambiamento di una parte produce conseguenze sull’intero sistema.

Applicato alla politica, questo significa una cosa semplice e, allo stesso tempo, radicale: non possiamo più governare problemi isolati se i problemi delle persone non sono isolati.

IL GRATTACIELO: QUANDO L’ECOSISTEMA NON VIENE VISTO

Non è necessario cercare un esempio lontano per capire cosa significhi tutto questo. A Ferrara abbiamo avuto un esempio drammatico: il Grattacielo.

Il problema non era soltanto un edificio da evacuare.

C’erano contemporaneamente persone costrette a lasciare la propria abitazione, famiglie in difficoltà, beni e alimenti da recuperare o che rischiavano di andare perduti, anziani e persone fragili, problemi economici e abitativi, questioni di sicurezza, rapporti con i proprietari, servizi sociali, Protezione Civile e tutte le altre dimensioni che una situazione di questo tipo inevitabilmente coinvolge.

Ma soprattutto c’erano persone la cui vita era stata improvvisamente sconvolta.
Quelle persone non vivevano dieci problemi diversi. Vivevano un’unica emergenza.

Ed è proprio qui che il concetto di ecosistema smette di essere una metafora e diventa una questione concreta di governo.

La domanda non dovrebbe essere soltanto:quale assessorato deve occuparsi di ciascun problema?
Dovrebbe essere: qual’è la condizione complessiva di queste persone e quali soggetti devono essere messi immediatamente in relazione per riportarle alla normalità?

La differenza è sostanziale.

Un’amministrazione può anche prevedere che ogni ufficio faccia correttamente la propria parte. Ma se le parti non vengono messe in relazione, il sistema può comunque fallire.

Il Grattacielo ci mostra, in negativo, cosa accade quando un problema sistemico viene affrontato come una successione di problemi settoriali.
E questo vale ben oltre quella specifica emergenza.

Una politica ecosistemica non dovrebbe aspettare che un problema diventi emergenza per mettere in relazione ciò che è già interdipendente. Dovrebbe essere capace di vedere prima quell’assieme.
Non è soltanto una questione di efficienza amministrativa.
È una diversa concezione del governo.

Da qui può nascere anche l’idea di una Regia Pubblica Permanente: non semplicemente una struttura da attivare quando arriva un’emergenza, ma una capacità stabile del Comune di mettere in relazione servizi, competenze e soggetti diversi quando un problema attraversa più dimensioni della vita della città.

Il Grattacielo ci insegna, quindi, qualcosa che va oltre il Grattacielo stesso:
l’ecosistema non è una teoria con cui interpretare la città dopo averla governata. È un modo diverso di governarla prima che le emergenze diventino drammi.

DAGLI INSIEMI INVISIBILI ALLE COMUNITÀ ESPERIENZIALI

Se la città è un ecosistema, allora dobbiamo anche cambiare il modo in cui guardiamo alle persone che la abitano.

Una città è attraversata da moltissimi insiemi di persone che raramente vengono percepiti come comunità politiche: caregiver, anziani, studenti, pendolari, famiglie con bambini, commercianti, lavoratori, persone che abitano determinati quartieri.

Persone che magari non condividono un’identità politica, ma condividono un’esperienza. Sono spesso insiemi invisibili.
Non hanno necessariamente un’organizzazione, un portavoce o una rappresentanza politica, ma possiedono una conoscenza della città che nasce dall’esperienza quotidiana.

Il caregiver conosce una città diversa da quella conosciuta dall’urbanista. L’anziano conosce una città diversa da quella conosciuta dal progettista della mobilità. Il pendolare conosce una città diversa da quella rappresentata nelle mappe amministrative.

Queste conoscenze non devono essere semplicemente ascoltate. Devono poter entrare nel processo attraverso il quale la città prende decisioni.

Ecco allora il passaggio:dagli insiemi invisibili alle comunità esperienziali, dalle comunità alle reti, dalle reti alla capacità collettiva.

È una diversa idea della partecipazione.

DAL GOVERNO DEI PROBLEMI AL GOVERNO DELLE RELAZIONI

Se prendiamo sul serio questa prospettiva, anche il ruolo del Comune deve cambiare. La politica tradizionale tende a rappresentare il rapporto tra istituzioni e cittadini secondo uno schema verticale: il governo decide, l’amministrazione realizza, il cittadino riceve.

Anche quando introduce la partecipazione, spesso questa rimane confinata alla consultazione: si chiede alle persone che cosa pensano, poi l’istituzione decide.

Un modello ecosistemico può partire da una domanda diversa: come possiamo creare le condizioni perché la città sviluppi una propria capacità di affrontare i problemi?

Il Comune non perde il proprio ruolo. Al contrario, ne assume uno più complesso e diventa infrastruttura relazionale.

Non deve fare tutto. Deve mettere in relazione ciò che esiste, far emergere ciò che non viene visto, creare connessioni, sostenere capacità, rendere possibile la collaborazione e, quando necessario, assumere direttamente la responsabilità delle decisioni.

Non significa sostituire la politica con una generica idea di comunità.
Significa fare politica riconoscendo che la città possiede conoscenze, energie e capacità distribuite che nessuna amministrazione può possedere da sola.

ANCHE LA SICUREZZA DIVENTA UN ECOSISTEMA

La sicurezza è forse l’esempio più evidente.

Possiamo considerarla esclusivamente come una questione di controllo, repressione e presenza delle forze dell’ordine.

Oppure possiamo porci una domanda più ampia: quali condizioni rendono una città sicura?

La risposta non può essere soltanto la sicurezza istituzionale.

Contano l’illuminazione, la qualità dello spazio pubblico, la presenza del commercio di vicinato, la possibilità di incontrarsi, la mobilità, la condizione abitativa, la presenza degli anziani, le opportunità per i giovani, la cultura, i servizi sociali, la capacità delle persone di riconoscersi come parte di una comunità.

La sicurezza, in questa prospettiva, non è un singolo servizio. È una proprietà emergente dell’ecosistema urbano.

Non significa negare il conflitto, la criminalità o il ruolo fondamentale delle forze dell’ordine. Significa riconoscere che la repressione può intervenire sul fenomeno, ma non è sufficiente a costruire le condizioni che rendono una città stabilmente più sicura.

Da qui deriva una concezione diversa della sicurezza: una città sicura non è una città rinchiusa dietro le sbarre, ma una città dove le porte possono restare aperte.

DALLA POLITICA DELLA RAPPRESENTANZA ALLA POLITICA GENERATIVA

A questo punto emerge una conseguenza ancora più importante.

Se la città è un ecosistema, governarla non può significare semplicemente rappresentare gruppi separati. Significa generare connessioni tra soggetti che spesso non sanno nemmeno di avere interessi comuni.

È qui che una nuova politica può diventare generativa. Non perché produca consenso, ma perché produce capacità: di comprendere, di cooperare, di affrontare un problema, di costruire una soluzione.

Capacità, soprattutto, di non dipendere continuamente da qualcuno che decida dall’alto.

È questo il senso più profondo che può assumere l’idea di democrazia ecogenerativa. Non una nuova ideologia o un’etichetta.ma un modo diverso di concepire il governo della città.

MACHIAVELLI, PASOLINI E UNA POLITICA OLTRE LORO

Forse allora Machiavelli e Pasolini non rappresentano due visioni incompatibili. Rappresentano due punti di osservazione necessari.

Machiavelli ci ricorda che la politica non può ignorare il potere. Pasolini ci ricorda che il potere non si limita a governare: trasforma.

Una politica contemporanea deve tenere insieme entrambe le consapevolezze. Deve saper leggere i rapporti di forza senza diventare cinica. Deve saper riconoscere le trasformazioni sociali senza diventare fatalista. E deve soprattutto trovare il modo di trasformare quella conoscenza in una capacità collettiva di agire.

È qui che può collocarsi una nuova idea di governo: il governo delle condizioni che rendono possibile la vita di una comunità, non il governo di una popolazione, ma la città come ecosistema, non la città come macchina amministrativa, cittadini messi nelle condizioni di contribuire alla capacità della città di governarsi, non cittadini semplicemente chiamati a scegliere chi governerà.

Forse è questa la sfida politica del nostro tempo. E forse è proprio qui che possiamo provare a sperimentare qualcosa che vada oltre la tradizionale alternativa tra destra e sinistra.

Non una politica che promette di avere tutte le risposte, ma una politica che costruisce l’ecosistema nel quale le risposte possono essere generate insieme.

Probabilmente è questa la cosa più interessante di quel caffè per tre: che da due pensatori lontanissimi e da una domanda apparentemente casuale possa nascere un’idea molto concreta di politica.

Perché governare una città, in fondo, potrebbe significare esattamente questo: non governare le persone, ma prenderci cura delle relazioni che rendono possibile la loro libertà.

Indirizzo

Sede Gruppo Consiliare, Palazzo Municipale, Piazza Municipio 21, Secondo Piano
Ferrara
44121

Orario di apertura

10:00 - 13:00

Notifiche

Lascia la tua email e sarai tra i primi a sapere quando La Comune di Ferrara pubblica novità e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi