18/10/2026
La canzone del maggio e i ragazzi in piazza: la protesta non basta, bisogna esserci. Da De André alle mobilitazioni studentesche in Italia e in Francia: le ragioni dei giovani vanno ascoltate, ma la loro energia non diventi il carburante dei cattivi maestri. Il volontariato è una strada concreta per trasformare l’indignazione in cambiamento.
«Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti». Fabrizio De André, nella Canzone del maggio, ci ricorda che l’indifferenza non è innocente. Una canzone nata nel clima del Sessantotto, legata anche alle parole della protesta francese, che torna attuale davanti agli studenti che scendono in piazza in Italia e in Francia.
Le ragioni dei ragazzi meritano ascolto. Una scuola con strutture inadeguate, le disuguaglianze, la precarietà e l’incertezza sul futuro non sono questioni da liquidare con una ramanzina. I giovani hanno diritto di protestare, contestare le scelte dei governi e chiedere risposte. Gli adulti farebbero bene a domandarsi perché tanti ragazzi sentano il bisogno di farsi sentire.
Ma ascoltarli significa anche rispettarne l’autonomia. L’entusiasmo, la generosità e la voglia di cambiare il mondo sono risorse preziose, che possono però essere sfruttate da chi cerca consenso, offre soluzioni semplicistiche e trasforma ogni disagio in una battaglia ideologica. I cattivi maestri non hanno sempre il volto di chi predica apertamente la violenza: talvolta sono quelli che pretendono di pensare al posto degli altri.
Per questo ai giovani non bisogna chiedere di stare zitti, ma di non smettere di ragionare con la propria testa. E agli adulti spetta il compito di offrire loro strumenti per comprendere la realtà, distinguere i fatti dagli slogan e trasformare le proprie convinzioni in azioni responsabili.
È qui che il nostro volontariato può diventare molto più di una buona abitudine: deve essere una scuola di cittadinanza.
Chi dedica tempo a una persona anziana, chi aiuta una famiglia in difficoltà, chi si impegna nella protezione civile, in un’associazione sociale o nella cura dell’ambiente scopre che i problemi non sono astrazioni e che dietro ogni bisogno c’è una persona. Impara ad ascoltare prima di giudicare, a collaborare con chi la pensa diversamente, a mantenere gli impegni anche quando l’entusiasmo iniziale si esaurisce.
Sono esperienze che insegnano la solidarietà, ma anche la libertà. Perché un giovane che si mette al servizio della propria comunità non aspetta che qualcuno gli indichi un nemico o gli prometta una soluzione universale: sceglie un problema, si rimbocca le maniche e prova ad affrontarlo insieme agli altri.
Il volontariato non sostituisce la protesta, né deve diventare un alibi per le istituzioni che non fanno il proprio dovere. Non spetta ai volontari riparare le scuole, colmare tutte le carenze dei servizi pubblici o risolvere da soli le disuguaglianze. Ma spetta a una comunità viva non lasciare che i problemi degli altri diventino affari di nessuno. E spetta alla politica ascoltare chi si impegna, sostenere le reti associative e assumersi le proprie responsabilità.
La differenza è tutta qui: manifestare contro ciò che non funziona e, nello stesso tempo, lavorare perché qualcosa funzioni meglio. Chiedere più attenzione per gli ultimi e dedicare loro una parte del proprio tempo. Invocare un futuro diverso e cominciare a costruirlo nel presente.
Alle Forze dell’Ordine chiediamo adeguata sensibilità, individuare i delinquenti e tutelare il diritto di manifestare pacificamente
Ai giovani diciamo dunque di scendere in piazza quando lo ritengono giusto, di studiare, discutere, contestare e scegliere liberamente le proprie battaglie. Ma diciamo anche di entrare nelle associazioni, dedicare tempo a chi è fragile, partecipare alla vita della propria comunità. Di non fermarsi alla denuncia e di non consegnare a nessuno la propria capacità di giudizio.