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La canzone del maggio e i ragazzi in piazza: la protesta non basta, bisogna esserci. Da De André alle mobilitazioni stud...
18/10/2026

La canzone del maggio e i ragazzi in piazza: la protesta non basta, bisogna esserci. Da De André alle mobilitazioni studentesche in Italia e in Francia: le ragioni dei giovani vanno ascoltate, ma la loro energia non diventi il carburante dei cattivi maestri. Il volontariato è una strada concreta per trasformare l’indignazione in cambiamento.
«Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti». Fabrizio De André, nella Canzone del maggio, ci ricorda che l’indifferenza non è innocente. Una canzone nata nel clima del Sessantotto, legata anche alle parole della protesta francese, che torna attuale davanti agli studenti che scendono in piazza in Italia e in Francia.
Le ragioni dei ragazzi meritano ascolto. Una scuola con strutture inadeguate, le disuguaglianze, la precarietà e l’incertezza sul futuro non sono questioni da liquidare con una ramanzina. I giovani hanno diritto di protestare, contestare le scelte dei governi e chiedere risposte. Gli adulti farebbero bene a domandarsi perché tanti ragazzi sentano il bisogno di farsi sentire.
Ma ascoltarli significa anche rispettarne l’autonomia. L’entusiasmo, la generosità e la voglia di cambiare il mondo sono risorse preziose, che possono però essere sfruttate da chi cerca consenso, offre soluzioni semplicistiche e trasforma ogni disagio in una battaglia ideologica. I cattivi maestri non hanno sempre il volto di chi predica apertamente la violenza: talvolta sono quelli che pretendono di pensare al posto degli altri.
Per questo ai giovani non bisogna chiedere di stare zitti, ma di non smettere di ragionare con la propria testa. E agli adulti spetta il compito di offrire loro strumenti per comprendere la realtà, distinguere i fatti dagli slogan e trasformare le proprie convinzioni in azioni responsabili.
È qui che il nostro volontariato può diventare molto più di una buona abitudine: deve essere una scuola di cittadinanza.
Chi dedica tempo a una persona anziana, chi aiuta una famiglia in difficoltà, chi si impegna nella protezione civile, in un’associazione sociale o nella cura dell’ambiente scopre che i problemi non sono astrazioni e che dietro ogni bisogno c’è una persona. Impara ad ascoltare prima di giudicare, a collaborare con chi la pensa diversamente, a mantenere gli impegni anche quando l’entusiasmo iniziale si esaurisce.
Sono esperienze che insegnano la solidarietà, ma anche la libertà. Perché un giovane che si mette al servizio della propria comunità non aspetta che qualcuno gli indichi un nemico o gli prometta una soluzione universale: sceglie un problema, si rimbocca le maniche e prova ad affrontarlo insieme agli altri.
Il volontariato non sostituisce la protesta, né deve diventare un alibi per le istituzioni che non fanno il proprio dovere. Non spetta ai volontari riparare le scuole, colmare tutte le carenze dei servizi pubblici o risolvere da soli le disuguaglianze. Ma spetta a una comunità viva non lasciare che i problemi degli altri diventino affari di nessuno. E spetta alla politica ascoltare chi si impegna, sostenere le reti associative e assumersi le proprie responsabilità.
La differenza è tutta qui: manifestare contro ciò che non funziona e, nello stesso tempo, lavorare perché qualcosa funzioni meglio. Chiedere più attenzione per gli ultimi e dedicare loro una parte del proprio tempo. Invocare un futuro diverso e cominciare a costruirlo nel presente.
Alle Forze dell’Ordine chiediamo adeguata sensibilità, individuare i delinquenti e tutelare il diritto di manifestare pacificamente
Ai giovani diciamo dunque di scendere in piazza quando lo ritengono giusto, di studiare, discutere, contestare e scegliere liberamente le proprie battaglie. Ma diciamo anche di entrare nelle associazioni, dedicare tempo a chi è fragile, partecipare alla vita della propria comunità. Di non fermarsi alla denuncia e di non consegnare a nessuno la propria capacità di giudizio.

Confesso di avere un rapporto complicato con le religioni, ma non con la spiritualità. Per questo penso che non bisogna ...
04/10/2026

Confesso di avere un rapporto complicato con le religioni, ma non con la spiritualità. Per questo penso che non bisogna essere credenti per trovare qualcosa di attuale e profondo in San Francesco. E forse credo, in questi tempi, valga la pena ricordarlo. Il suo messaggio ha attraversato otto secoli e continua a parlare a tutti, anche a chi come me guarda alla sua figura con gli occhi di un laico. Basta fermarsi un momento sul suo modo di stare al mondo: dalla parte degli ultimi, lontano dalla ricchezza ostentata, capace di incontrare chi era diverso senza considerarlo un nemico.
Da Assisi, Sergio Mattarella ha richiamato l’Italia al valore della pace. Un messaggio che arriva mentre intorno a noi la guerra sembra aver ripreso il posto che pensavamo di averle tolto dalla storia. Ucraina, Medio Oriente, le tensioni internazionali. Le immagini dei morti e delle città distrutte scorrono sugli schermi e rischiano persino di diventare parte della nostra quotidianità. Ci indigniamo, ne parliamo, poi arriva un’altra notizia e tutto scivola in secondo piano.
Eppure non dovrebbe essere così. La pace non è una questione per anime belle, né una parola da lasciare alle celebrazioni. Non significa chiudere gli occhi davanti a chi aggredisce, né rinunciare a difendere la libertà. Significa, piuttosto, non accettare che la guerra diventi una risposta normale, che la forza sia l’unico linguaggio riconosciuto, che l’odio verso chi è diverso diventi persino motivo di consenso.
Francesco questo lo aveva capito in un’epoca tutt’altro che pacifica. Non aveva eserciti, non aveva potere politico e non pretendeva di cambiare il mondo con la forza. Scelse di vivere diversamente. Incontrò il sultano Malik al-Kamil durante le crociate, in un tempo in cui cristiani e musulmani si combattevano nel nome della fede. Non sappiamo quanto quell’incontro abbia cambiato la storia, ma sappiamo che è rimasto come un esempio di dialogo possibile anche nel mezzo di un conflitto.
È questo Francesco che interessa anche a chi non frequenta le chiese. L’uomo che non aveva paura di avvicinarsi all’altro, che non misurava la dignità delle persone sulla ricchezza o sulla provenienza, che aveva scelto di stare dalla parte di chi non contava nulla. Una lezione che oggi sembra quasi controcorrente.
E non riguarda soltanto i grandi scenari internazionali. Basta guardarsi intorno. La pace si perde anche nelle parole che usiamo, nell’intolleranza verso chi la pensa diversamente, nell’indifferenza per chi resta indietro. La ritroviamo invece nel lavoro silenzioso di migliaia di volontari, di chi accompagna un malato, soccorre una persona in difficoltà, dedica tempo agli altri senza chiedere nulla. Gesti che non cambiano gli equilibri mondiali, ma tengono insieme una comunità.
Mattarella, proprio capendo il dualismo di questo grande uomo, mistico ma ben calato sulla terra, ha scelto Assisi per parlare al Paese. E forse il senso più profondo di questo richiamo è proprio uscire dalla retorica delle grandi occasioni. Non basta commuoversi davanti alla figura di Francesco una volta all’anno, magari mentre il mondo continua a dividersi tra amici e nemici.
Ottocento anni dopo, la sua lezione resta lì. Non chiede di diventare santi, né di pensarla tutti allo stesso modo. Chiede qualcosa di più semplice e, forse, più difficile: ricordarci che dall’altra parte c’è sempre una persona. Anche quando non ci somiglia, anche quando viene da lontano, anche quando non condivide le nostre idee.
Per la pace, qualche volta, si può cominciare da qui.

Stamani ho guardato ancora una volta il prezzo del carburante e ho pensato ai nostri mezzi. Alle ambulanze che devono pa...
27/09/2026

Stamani ho guardato ancora una volta il prezzo del carburante e ho pensato ai nostri mezzi. Alle ambulanze che devono partire, ai servizi sociali, alla protezione civile. A quei milioni di chilometri che ogni anno percorriamo per essere dove c’è bisogno.
Gli ultimi aumenti ci preoccupano ancora di più perché arrivano dopo mesi nei quali avevamo già visto crescere continuamente il costo dei rifornimenti.
Per dare un’idea: soltanto tra il 15 agosto e il 15 settembre il gasolio sulla rete ordinaria è aumentato di quasi 14 centesimi al litro. Su un pieno da 50 litri sono circa 7 euro in più. Il 26 settembre il prezzo medio nazionale del diesel self è arrivato a 2,357 euro al litro, dopo il dimezzamento dello sconto sulle accise. Sono aumenti che, sommati, pesano parecchio su chi ogni giorno deve mettere in strada migliaia di mezzi.
Facendo due conti l’aumento medio di circa 14 centesimi al litro che abbiamo registrato nelle ultime settimane, per le Pubbliche Assistenze toscane si aggiungono circa 35 mila euro di spesa ogni mese. Oltre 400 mila euro in un anno.
E questo è il punto: non partiamo da una situazione normale. Il carburante era già aumentato, i bilanci delle associazioni erano già sotto pressione e da mesi chiediamo al Governo di intervenire sulle accise. Adesso arriva un’altra ondata di rincari e il sacrificio quotidiano delle nostre associazioni diventa ancora più pesante.
Quei soldi dobbiamo trovarli da qualche parte. E quando una Pubblica Assistenza spende di più per il carburante, inevitabilmente ha meno risorse per tutto il resto: i mezzi, la manutenzione, la formazione, l’organizzazione dei servizi.
Noi continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto. I nostri volontari continueranno a salire sulle ambulanze e a partire quando qualcuno chiama.
Ma credo sia giusto che si sappia quanto costa, oggi, tenere in movimento questa grande rete di solidarietà.
Per questo la battaglia sulle accise va avanti. La portiamo avanti da mesi e oggi abbiamo ancora più ragioni per chiedere un intervento.
Non chiediamo privilegi. Chiediamo di poter continuare a garantire servizi essenziali senza dover sottrarre ogni volta nuove risorse al volontariato.
Perché alla fine il conto del carburante lo paga un sistema che ogni giorno si mette in strada per gli altri.

La società degli hooligans. Forse dovremmo fermarci un momento. Guardare la cronaca senza trasformare ogni episodio nell...
20/09/2026

La società degli hooligans. Forse dovremmo fermarci un momento. Guardare la cronaca senza trasformare ogni episodio nell’ennesima occasione per dividerci tra buoni e cattivi, italiani e stranieri, destra e sinistra.

Una professoressa accoltellata da un tredicenne. Un gioielliere che spara ai rapinatori e ne uccide due. Il padrone di casa che affronta i ladri con una pi***la e ne ammazza uno. Minorenni armati di coltello. A Roma qualcuno che spara pallini contro passanti scelti a caso. E, intanto, la microcriminalità che entra nella vita quotidiana di molte persone.

Sono fatti diversi, e sarebbe sbagliato confonderli. Ma hanno qualcosa in comune: la progressiva perdita del senso del limite. L’idea che il conflitto si possa risolvere con la forza, che la rabbia autorizzi la vendetta, che la legge valga finché conviene.

È come se stessimo diventando una società di hooligans. Non perché tutti siano violenti, ma perché sempre più spesso ragioniamo per tifoserie. Il nemico è sempre qualcun altro.

E poi arriva la realtà, che qualche volta ha un senso dell’ironia che nessuna ideologia riesce a prevedere. La professoressa aggredita aveva sul proprio profilo riferimenti alla destra estrema e posizioni favorevoli alla cosiddetta «remigrazione». Eppure, quando è stata aggredita, a salvarla è stato un ragazzo congolese, compagno di scuola dell’aggressore.

La realtà supera il suprematismo. Non serve aggiungere molto altro. Nel momento in cui c’era una persona da salvare, non c’era un italiano e non c’era un congolese. C’era un ragazzo che ha visto una persona in pericolo e ha deciso di intervenire.

Forse è proprio questo che stiamo dimenticando. Lo stesso qualunquismo finisce per colpire anche chi prova a fare qualcosa. Il volontario che dedica il proprio tempo agli altri diventa un «buonista». Chi accoglie è sospettato di interessi nascosti. Chi aiuta qualcuno che non appartiene al nostro gruppo deve sempre spiegare perché lo fa. È una logica pericolosa, perché alla fine il bersaglio cambia ma il meccanismo resta identico: dividere il mondo tra noi e loro.

Lo Stato deve fare il proprio mestiere: controllare il territorio, contrastare la criminalità, far funzionare la giustizia. La legge deve essere certa. Chi delinque deve sapere che esiste una conseguenza e chi subisce un reato deve sapere che non è solo.

Ma non possiamo chiedere tutto alla polizia e ai tribunali. Una società si tiene insieme anche con cose meno spettacolari: educazione, responsabilità, rispetto, solidarietà. Parole che sembrano vecchie e invece sono esattamente quelle che ci servono quando tutto sembra ridursi a una guerra tra tifoserie.

Se imparassimo di nuovo a prenderci cura degli altriIl femminicidio di Lorena Isceri, uccisa dall’ex compagno dopo esser...
06/09/2026

Se imparassimo di nuovo a prenderci cura degli altri

Il femminicidio di Lorena Isceri, uccisa dall’ex compagno dopo essere stata sequestrata e portata fino al viadotto dell’A1 a Barberino del Mugello, ci lascia ancora una volta davanti a una domanda alla quale non possiamo rispondere soltanto con l’indignazione.

Perché dietro una tragedia così terribile c’è certamente la violenza di un uomo, ma c’è anche qualcosa di più profondo che riguarda la nostra società: la difficoltà crescente ad accettare l’altro, la sua libertà, le sue scelte, perfino il suo diritto a dirci di no.

Raccogliamo l’appello del padre di questa donna, lo raccolgano le istituzioni. Possiamo e dobbiamo fare tutto ciò che serve per proteggere le donne che subiscono violenza. In Anpas Toscana lo facciamo anche attraverso il progetto Vanessa, con una rete di sportelli di ascolto e orientamento gestiti da volontarie formate.

Ma credo che non basti intervenire quando la violenza è già esplosa.

Dobbiamo lavorare molto prima. Dobbiamo lavorare sulle persone.

Il volontariato, in questo senso, è una straordinaria palestra di umanità. Perché obbliga a uscire da noi stessi. A occuparsi di qualcuno che non conosciamo, ad ascoltare una persona senza chiederci prima che cosa possiamo ottenere in cambio. A capire che il dolore degli altri ci riguarda.

È esattamente il contrario della cultura dell’io che rischiamo di costruire ogni giorno: quella dell’apparenza, della perfezione artificiale, del consenso ottenuto attraverso i social, della vita raccontata come se tutto dovesse essere bello, desiderabile, vincente. Una rappresentazione nella quale anche le relazioni rischiano di diventare possesso, conferma, controllo.

Il volontariato insegna invece una cosa semplice e rivoluzionaria: non siamo soli e non siamo padroni degli altri.

Per questo penso che investire nel volontariato significhi anche fare prevenzione. Non sostituisce la scuola, la famiglia, le istituzioni, i servizi sociali o i centri antiviolenza. Ma può contribuire a costruire persone più capaci di riconoscere la fragilità, rispettare i confini, accettare una diversità, ascoltare un disagio.

Davanti a un femminicidio non possiamo limitarci a chiederci come fermare il prossimo assassino. Dobbiamo anche chiederci quale società vogliamo costruire per fare in modo che sempre meno persone crescano pensando che l’altro sia qualcosa da possedere, controllare o distruggere.

Forse dobbiamo ripartire da una parola antica: cura.

Curare gli altri significa anche imparare a guardarli davvero. E forse, in una società sempre più concentrata sul proprio riflesso, è proprio questo il primo passo per tornare a riconoscere un essere umano davanti a noi.

Prevenire costa meno. Sempre. Ci sono cose che impariamo solo quando è troppo tardi. E lo stiamo vedendo in questi giorn...
30/08/2026

Prevenire costa meno. Sempre. Ci sono cose che impariamo solo quando è troppo tardi. E lo stiamo vedendo in questi giorni di ritorno al maltempo dopo il caldo soffocante di questo agosto. Un’alluvione, un incendio, una strada che cede, un territorio che non regge più. E ogni volta ci chiediamo come sia stato possibile. Nei giorni in cui ricordiamo le vittime del sisma del centro Italia, abbiamo negli occhi le terribili immagini del Nepal che ci hanno fatto ricordare l’immane tragedia del Vajont.
Non è mai una questione di fortuna o sfortuna. È una questione di prevenzione.
E la prevenzione, diciamolo senza troppi fronzoli, costa. Vale la pena ricordare ai nostri decisori tuttavia, che costa sempre meno dell’emergenza.

Il problema è che la prevenzione non fa rumore. Non ha sirene, non ha elicotteri, non riempie i telegiornali. Quando funziona, semplicemente non succede niente. Ed è forse proprio questo il suo più grande limite: politicamente e mediaticamente è molto più facile raccontare l’emergenza che raccontare un disastro evitato.

Cambiamo prospettiva. Perché continuare a spendere milioni dopo ogni evento per riparare i danni, quando una parte di quella stessa spesa potrebbe servire a evitarli, non è inevitabile. È una scelta. Gino La prevenzione non è una voce di bilancio da tagliare quando i soldi sono pochi. È il modo più intelligente per spendere quei soldi.

Da sempre il volontariato fa della prevenzione una delle sue armi vincenti. Un metodo. Dovremmo essere in grado di trasferirlo, perché funziona.

Sul caro carburanti non ci fermeremo. Ci sono battaglie che partono da un problema molto concreto e che, piano piano, di...
23/08/2026

Sul caro carburanti non ci fermeremo. Ci sono battaglie che partono da un problema molto concreto e che, piano piano, diventano una questione politica.
Come Comitato regionale Anpas Toscana lo stiamo dicendo da tempo: per le associazioni che ogni giorno mettono in strada ambulanze, mezzi per il trasporto sociale e veicoli della protezione civile, il prezzo del carburante non è una voce qualsiasi del bilancio. È un costo che incide direttamente sulla possibilità di continuare a garantire servizi.
E i numeri lo dimostrano. Le Pubbliche Assistenze toscane percorrono ogni anno milioni di chilometri. Ogni aumento del carburante significa quindi migliaia di euro in più che devono essere trovati da associazioni che vivono soprattutto di volontariato, donazioni e convenzioni.
Non stiamo chiedendo un trattamento di favore. Stiamo chiedendo che venga riconosciuto il valore di un sistema che svolge una funzione essenziale per le nostre comunità.
In queste settimane abbiamo portato questa richiesta nelle istituzioni e sui media. E devo dire che la risposta dell’informazione è stata importante.

Grazie ai giornali e alle televisioni, grazie soprattutto alle nostre campagne di sensibilizzazione, la questione è arrivata all’attenzione della politica nazionale e alcuni parlamentari toscani hanno annunciato un’interrogazione al Governo proprio sul problema sollevato da Anpas Toscana.

È un fatto positivo, perché significa che il problema è stato ascoltato. Ma adesso viene la parte più difficile: ottenere risposte. Perché la visibilità non basta e non possiamo pensare che sia sufficiente qualche intervento temporaneo. Il volontariato ha bisogno di condizioni che gli consentano di continuare a fare quello che fa ogni giorno.

Dietro il costo di un pieno c’è un’ambulanza che deve andare a prendere una persona. C’è un trasporto sociale. C’è un volontario che dedica il proprio tempo agli altri. Ci sono servizi che, se il sistema del volontariato dovesse arretrare, qualcuno dovrebbe comunque garantire.

Per questo continueremo a insistere. Lo faremo nelle istituzioni, continueremo a parlare con la politica e coi media. Adesso servono risposte concrete. E noi continueremo a chiederle.

C’è qualcosa che non torna nell’Europa che abbiamo costruito. Abbiamo abbattuto frontiere, inventato Schengen, reso poss...
09/08/2026

C’è qualcosa che non torna nell’Europa che abbiamo costruito. Abbiamo abbattuto frontiere, inventato Schengen, reso possibile per milioni di cittadini attraversare i confini quasi senza accorgersene. Eppure, quando arrivano le persone più fragili, quelle frontiere sembrano tornare improvvisamente visibili.
È una contraddizione che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia.
Prima la vicenda di Ceuta, con le tensioni sul confine spagnolo e il tema di chi può entrare e chi deve essere respinto. Poi le notizie sulle restrizioni e sui controlli che coinvolgono anche i cittadini italiani diretti in Spagna. E adesso la Germania che, applicando le regole europee e il principio del Paese di primo ingresso, rimanda in Italia alcuni richiedenti asilo.
Il problema non è stabilire, ogni volta, chi abbia torto e chi abbia ragione. Il problema è che, davanti ai flussi migratori, l’Europa continua troppo spesso a comportarsi come una somma di Stati che cercano di scaricare il problema sul vicino.
E così le persone diventano numeri, pratiche, fascicoli, quote, respingimenti.
È quella che potremmo chiamare la disumanizzazione dei flussi.
Riconoscere questo non significa sostenere che le frontiere non debbano esistere, che non debbano esserci controlli o che chi arriva in Europa possa essere accolto senza regole. Al contrario. Una politica seria dell’accoglienza ha bisogno di regole certe, di procedure rapide, di controlli, di percorsi di integrazione e anche della capacità di dire dei no quando le condizioni non consentono di accogliere.
Ma le regole, per essere davvero europee, non possono diventare semplicemente il modo più elegante per lasciare solo il Paese che si trova sulla frontiera.
L’Italia è uno dei principali punti d’ingresso nel Mediterraneo. La Spagna guarda al proprio confine meridionale. La Grecia affronta da anni una pressione particolare. La Germania riceve una parte consistente delle domande di protezione internazionale.
Non è difficile capire che nessuno di questi problemi può essere risolto da solo.
E allora forse dovremmo tornare alla parola più difficile e più dimenticata del nostro vocabolario europeo: solidarietà.
Solidarietà non significa assenza di regole. Significa, semmai, condividere responsabilità e regole.
In questo senso anche l’esperienza della Toscana può offrire qualche elemento di riflessione. Non perché sia un modello perfetto, né perché basti da sola a risolvere una questione che ha dimensioni continentali. Ma perché l’idea di accoglienza diffusa, il coinvolgimento delle comunità locali, dei Comuni, del volontariato e delle realtà sociali mostra che dietro la parola “migrante” c’è sempre una persona.
E questo è precisamente il punto dal quale non dovremmo mai allontanarci.
Lo stesso patrimonio culturale di ANPAS, fatto di volontariato, soccorso, prossimità e attenzione alla persona, ci ricorda qualcosa di molto semplice: prima del problema viene la persona che quel problema lo sta vivendo.
Il volontariato non sostituisce lo Stato e non può sostituire la politica. Può però ricordare alla politica perché esiste.
E forse è proprio questo che manca oggi all’Europa: una politica capace di governare i flussi senza smarrire le persone.
Perché Schengen non può essere soltanto la libertà di attraversare un confine per andare in vacanza o per lavorare. L’Europa deve essere capace di costruire una gestione comune delle proprie frontiere, dei propri sistemi di asilo e dell’accoglienza.
Altrimenti rischiamo una strana Europa: senza frontiere quando circolano merci, turisti e lavoratori; piena di frontiere quando arrivano uomini, donne e bambini che chiedono protezione.
E alla fine il problema non sarà soltanto quanti migranti saremo riusciti a fermare o a distribuire.
Sarà capire quale Europa vogliamo essere.
Un’Europa che si limita a rimandare le persone da un confine all’altro, oppure un’Europa capace di difendere i propri confini senza dimenticare ciò che dovrebbe esserci oltre quei confini: una comunità di Stati, ma anche una comunità di valori.
Le regole servono. L’accoglienza serve. La sicurezza serve.

C’è un filo che unisce Bologna all’Italia di oggi. E ci sono date che appartengono alla coscienza di un Paese. Il 2 agos...
02/08/2026

C’è un filo che unisce Bologna all’Italia di oggi. E ci sono date che appartengono alla coscienza di un Paese. Il 2 agosto è una di queste. Alle 10.25 del 1980 una bomba devastò la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200. Una ferita ancora aperta, non solo per le famiglie delle vittime, ma per tutti gli italiani. Perché quel giorno venne colpita l’idea stessa di convivenza civile.

Ogni anniversario è un momento di memoria. Ma la memoria serve davvero soltanto se ci aiuta a leggere il presente.

L’Italia di oggi non è quella degli anni di piombo. Sarebbe un errore storico affermarlo. Eppure viviamo un tempo nel quale il confronto pubblico si è fatto più duro, le divisioni sembrano insanabili e troppo spesso il dissenso viene trasformato in odio. I social amplificano ogni scontro, le parole diventano pietre e il sospetto verso chi la pensa diversamente rischia di sostituire il dialogo.

In questo clima c’è bisogno di qualcosa che ricucia il tessuto della comunità. E forse vale la pena guardare proprio a chi, spesso lontano dai riflettori, lo fa ogni giorno.

Dopo la strage di Bologna furono i cittadini comuni, insieme ai volontari, ai soccorritori, al personale sanitario, alle associazioni e alle istituzioni, a dimostrare il volto migliore dell’Italia. Nel caos e nel dolore nessuno chiese a chi appartenesse politicamente chi aveva bisogno di aiuto. Si corse semplicemente a soccorrere, a donare sangue, ad assistere i feriti, a confortare le famiglie.

Fu una straordinaria lezione di umanità.

È la stessa lezione che il volontariato continua a dare ogni giorno. È un principio semplice ma rivoluzionario: la persona viene prima di ogni appartenenza.

Il volontariato educa proprio a questo. A lavorare insieme senza chiedere per chi si vota, quale squadra si tifa o quale fede si professi.

Forse è questa la risposta più concreta anche alle tensioni che attraversano il Paese. Non saranno le polemiche a renderci più forti, ma la capacità di ritrovarci attorno a valori condivisi: rispetto, solidarietà, responsabilità e servizio.

La memoria della strage di Bologna ci ricorda dove può portare l’odio quando smette di essere soltanto una parola. Il volontariato ci insegna invece dove può arrivare una comunità quando sceglie di prendersi cura di se stessa.

(Foto da fb Anpas Emilia Romagna)

Alzi la mano chi, da ragazzo, non ha fatto confusione durante una gita scolastica. Una risata di troppo, una notte inson...
26/07/2026

Alzi la mano chi, da ragazzo, non ha fatto confusione durante una gita scolastica. Una risata di troppo, una notte insonne in albergo, gli scherzo agli amici. Fa parte dell’età, della scoperta del mondo e di quel desiderio di sentirsi, per qualche giorno, liberi dallo sguardo dei genitori.

Ma non tutte le bravate sono uguali.

Quanto accaduto in Thailandia, dove un gruppo di studenti italiani ha irriso e offeso una tradizione profondamente radicata nella cultura del Paese ospitante, il silenzio cortese sui mezzi pubblici, non è soltanto un episodio di maleducazione. È qualcosa di diverso. Perché quando si viaggia si entra in casa d’altri e il primo dovere di un ospite è il rispetto. Non è una questione di religione, di usanze o di sensibilità personali: è educazione civica nella sua forma più autentica.

Viene inevitabile domandarsi dove fossero gli insegnanti. Non tanto per esercitare un controllo poliziesco sui ragazzi, quanto per fare ciò che la scuola dovrebbe fare sempre: spiegare. Spiegare perché certi luoghi, certi riti e certe tradizioni non sono un’attrazione turistica da prendere in giro, ma un patrimonio immateriale che racconta l’identità di un popolo. Preparare una classe a un viaggio significa anche insegnare che esistono culture diverse dalla nostra e che meritano rispetto, anche quando non le comprendiamo fino in fondo.

Ma questa responsabilità educativa non appartiene soltanto alla scuola. È anche della famiglia, delle associazioni, del volontariato. È anche nostro compito.
Perché ragazze e ragazzi che entrano in una ‘pubblica’ devono imparare che indossare una divisa non significa sentirsi superiori agli altri, ma mettersi al loro servizio. Imparano il valore del sacrificio, del rispetto, dell’ascolto, della solidarietà. Scoprono che il mondo gira intorno alle persone che incontrano e ai bisogni che condividono.

Nel volontariato non conta quanto rumore fai, ma quanto bene riesci a fare. Si cresce prestando soccorso, aiutando un anziano, spalando il fango dopo un’alluvione, tendendo una mano a chi è in difficoltà. È lì che si impara il rispetto per gli altri e, di conseguenza, anche per le culture degli altri.

La vicenda ci mette davanti a uno specchio. Ci siamo indignati, giustamente, quando una studentessa di Kyoto usò un pennarello indelebile per scrivere il proprio nome e quello di alcune compagne sul marmo della terrazza panoramica della Cupola del Duomo. Ricordammo allora che il patrimonio culturale non appartiene solo agli italiani, ma all’umanità intera. Oggi non possiamo usare un metro diverso perché i protagonisti sono ragazzi italiani all’estero. Il rispetto non cambia passaporto. E lo testimoniano le scuse formali inviate dalla nostra ambasciata.

C’è poi un elemento nuovo che rende episodi come questo ancora più significativi. Una volta certi episodi rimanevano confinati nel ricordo di chi c’era. Oggi gli stessi protagonisti che filmano, postano cercando approvazione sui social, finiscono colpiti dai loro stessi mezzi: la loro notorietà social è diventata la prova della mancanza di rispetto. È una lezione amara, ma forse necessaria.

Viaggiare apre la mente. A ogni età. Ed è uno dei privilegi più grandi che la scuola possa offrire. Non serve soltanto a vedere luoghi nuovi, ma a imparare che il mondo non è fatto a nostra misura. Se questo insegnamento viene meno, la gita perde il suo significato educativo.

Perché l’educazione non si misura da come ci comportiamo a casa nostra. Si misura da come sappiamo entrare, in punta di piedi, nella casa degli altri.

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Via Pio Fedi 46/48
Florence
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