10/10/2026
𝗠𝗘𝗟𝗢𝗡𝗘𝗟𝗟𝗨𝗠, 𝗟𝗘 𝗢𝗠𝗕𝗥𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗟𝗘𝗚𝗚𝗘 𝗔𝗖𝗘𝗥𝗕𝗢 𝗘 𝗜 𝗥𝗜𝗦𝗖𝗛𝗜 𝗣𝗘𝗥 𝗟𝗔 𝗗𝗘𝗠𝗢𝗖𝗥𝗔𝗭𝗜𝗔.
𝗗𝗶𝗳𝗲𝗻𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗹𝗮 𝗖𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲!
I profili di incostituzionalità di questa legge elettorale non sono cavilli tecnici, ma riguardano la libertà e l’uguaglianza del voto, la rappresentanza politica, la parità di genere, il pluralismo e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Dall’indicazione preventiva del Presidente del Consiglio al premio di maggioranza sproporzionato, dalle liste bloccate alla disparità di genere, fino agli ostacoli imposti alle forze politiche per raccogliere le firme, emerge un impianto che rischia di comprimere la sovranità popolare. A ciò si aggiunge il tentativo di modificare sostanzialmente l’assetto istituzionale attraverso una legge ordinaria, aggirando le garanzie previste dall’articolo 138 della Costituzione.
È inaccettabile che il diritto di presentarsi alle elezioni rischi di trasformarsi in una corsa a ostacoli accessibile soprattutto a chi dispone di grandi apparati organizzativi e risorse economiche.
La raccolta delle firme non può diventare uno strumento per decidere quali forze abbiano il diritto di partecipare alla competizione elettorale. Procedure complesse, scadenze stringenti e adempimenti onerosi penalizzano soprattutto le organizzazioni prive di strutture capillari e mezzi paragonabili a quelli dei grandi partiti.
Il problema è ancora più grave quando regole ed esenzioni producono disparità tra soggetti politici, favorendo chi è già presente nelle istituzioni e ostacolando chi cerca di conquistare spazio attraverso il consenso popolare.
Si proclama che il popolo è sovrano, ma si rende sempre più difficile persino chiedere il suo voto.
Le elezioni devono essere il terreno del confronto tra idee, non una competizione nella quale apparati e risorse economiche contano più della volontà dei cittadini. Per il PCI, il diritto delle classi popolari a organizzarsi e a intervenire nella vita pubblica non può essere subordinato alla forza dei poteri economici.
Chi è convinto delle proprie idee dovrebbe misurarsi con il consenso, non con regole che rendano più difficile la presenza degli avversari sulla scheda elettorale. La raccolta delle firme deve garantire serietà e trasparenza, non diventare un’arma di esclusione politica.
Chiediamo requisiti proporzionati, ragionevoli e applicati senza discriminazioni, eliminando le barriere ingiustificate alla presentazione delle liste.
Le similitudini con la legge Acerbo del 1923 non possono essere liquidate come un semplice richiamo storico. Quella legge assegnava i due terzi dei seggi alla lista più votata che avesse superato il 25% dei voti validi, contribuendo a consegnare al fascismo una maggioranza parlamentare schiacciante dopo le elezioni del 1924.
Con il cosiddetto Melonellum ritroviamo una logica che ci preoccupa: un meccanismo capace di alterare la rappresentanza reale del voto, liste bloccate che limitano la scelta degli elettori e una concezione della stabilità di Governo destinata a prevalere sul pluralismo.
Non si può non denunciamo una pericolosa analogia politica tra le due leggi: usare le regole elettorali per trasformare un consenso parziale in un potere parlamentare sproporzionato, riducendo il peso delle opposizioni.
Il nodo principale è l’entità del premio, che può attribuire a una forza un potere eccessivo rispetto ai voti ottenuti, incidendo sugli equilibri istituzionali e sull’elezione degli organi di garanzia. Una maggioranza numerica costruita artificialmente non equivale alla maggioranza del Paese e non può diventare un mandato illimitato a modificare gli assetti della Repubblica. La Costituzione non si aggira con una legge ordinaria.
L’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio solleva seri interrogativi sul ruolo del Presidente della Repubblica. Si rischia una trasformazione in senso presidenziale dell’assetto istituzionale perseguita non attraverso una revisione costituzionale, ma mediante una legge ordinaria.
A ciò si aggiungono altri possibili profili di illegittimità: la disparità di genere nelle candidature, la disciplina della circoscrizione Estero, il premio nazionale per l’elezione del Senato e il rischio che liste bloccate e meccanismi di assegnazione dei seggi compromettano il diritto a un voto consapevole.
Questi aspetti richiedono un esame giuridico rigoroso, anche alla luce delle precedenti pronunce della Corte costituzionale in materia elettorale. Le criticità già emerse non possono essere ignorate né riproposte sotto nuove forme.
Il PCI respinge questa logica con fermezza. La Costituzione non è un ostacolo da aggirare, il Parlamento non è un notaio del Governo e il voto dei cittadini non è una cambiale in bianco per chi vince le elezioni.
Dobbiamo contrastare questa legge sul piano politico e giuridico, sostenendo ogni iniziativa utile a verificarne la conformità costituzionale e valutando gli strumenti previsti dall’ordinamento per contestare le disposizioni illegittime.
La qualità di una Repubblica si misura dalla possibilità concreta dei cittadini di scegliere, delle forze politiche di presentarsi e delle opposizioni di svolgere il proprio ruolo senza essere schiacciate da regole sbilanciate.
La Costituzione nata dalla Resistenza non è un ostacolo da aggirare per consolidare il potere di chi governa: è una conquista che abbiamo il dovere di difendere.
Il PCI non accetterà che il pluralismo venga sacrificato sull’altare della governabilità o che la sovranità popolare venga svuotata da regole costruite a vantaggio di chi detiene già il potere.
La democrazia appartiene al popolo, non ai partiti che pretendono di blindare il proprio potere. Il PCI non farà passi indietro: difendere la Costituzione significa difendere il diritto di ogni cittadino e di ogni forza politica a concorrere liberamente alla vita del Paese.
𝗣𝗔𝗥𝗧𝗜𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗦𝗧𝗔 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗢
PCI - Partito Comunista Italiano