22/10/2026
LE STRADE SICURE SONO VISSUTE, LIBERE E RIBELLI
A pochi metri dal girovagare di turistə, dalla movida, dai musei, dagli uffici, dalla speculazione c’è una parte di centro storico di Genova che continua ad essere semplicemente ciò che è sempre stato:
un quartiere popolare, vivo e multietnico, dove la gente lavora, si incontra e socializza.
Oggi però su questi vicoli si sta scaricando un’enfasi mediatica e politica martellante, che li dipinge come una favela o un ghetto privo di regole.
Questa narrazione allarmista non è casuale: è del tutto strumentale ad un disegno di criminalizzazione, repressione e “riqualificazione”. L’obiettivo reale è preparare il terreno all’espulsione degli strati popolari, di precariə e migranti che non potranno più permettersi di vivere in una zona centrale, comoda e servita destinata a diventare un “non luogo” per turisti, affitti brevi e ceti benestanti, ben protetti dalle divise.
Con il nuovo modello di sviluppo del centro storico, molte zone sono già state “riqualificate” (o meglio, “ripulite”) e riempite di tavolini: i prezzi dei beni di consumo e delle case sono saliti alle stelle e il tessuto sociale, tanto romanticamente agognato, distrutto.
Rifiutare la criminalizzazione e la narrazione spettacolarizzante, non significa negare o normalizzare le difficoltà di queste parti del centro storico.
La mancanza di lavoro, documenti, case, prospettive e speranze crea una vulnerabilità che viene usata e sfruttata come manovalanza facilmente sostituibile da parte di chi nel frattempo immette sul mercato sostanze sempre più devastanti.
Il quartiere popolare diventa così luogo di sfruttamento e capitalizzazione delle disperazioni.
Chi spaccia, rispondendo all'impellente bisogno economico, rimane invischiato in un susseguirsi di arresti che lo risputano in strada senza nessun’altra opzione, se non l'illegalità e tante volte la dipendenza stessa; chi consuma si ritrova solo nella prepotenza della dipendenza: il bisogno continuo di soldi e sostanza, l'inevitabilità del reato, l'accattonaggio, la prostituzione, i problemi psichici, le malattie, il carcere o il ricovero.
Il concreto problema della diffusione delle droghe pesanti si dovrebbe affrontare sul piano della salute pubblica, attraverso strumenti sociosanitari di prossimità (legalizzazione delle cosidette droghe leggere, stanze del consumo, unità di strada, servizi territoriali per la salute mentale…), non attraverso la spiccia propaganda.
Di fronte a questa complessità l'amministrazione cittadina di ogni colore politico da decenni risponde solo e sempre con politiche securitarie:
• Esercito e ronde miste;
• Telecamere in ogni dove;
• Sistemi di controllo del vicinato;
• Polizia locale aggressiva (con taser) o soft (senza taser);
• E ora “l'idea risolutiva": creare un mini-commissariato in Via Prè e spargere poliziotti a vivere qua e là.
Questo approccio non ha sicuramente niente di “progressista”, come l’attuale sindaca ama definirsi, anzi è in perfetta linea e sincronia con l'approccio della destra nazionale.
Non è un caso che nel recente incontro sulla "sicurezza" tra Salis e Piantedosi si sia parlato nuovamente del progetto di un CPR in Liguria.
La repressione non risolve di un briciolo le problematiche reali delle persone, ma sposta solo la questione un po' più in là: in un vicolo più buio o in una periferia più abbandonata. Fuori dalla vista di turistə e di possibili elettori ed elettrici.
Tra l'altro se pusher e tossicodipendenti possono essere sgradevoli alla vista di qualcunə, certamente ronde di militari armati non danno proprio un'idea di serenità.
È la politica della "ramazza sociale", utilizzata per ripulire l'ultimo pezzo di centro storico che non ha ancora ceduto alla gentrificazione e alla turistificazione.
Perché Genova deve diventare una città diversa, una città appetibile: quella dove Bocca di Rosa rimane in cartonato, innocua, senza contraddizioni; quella dove si fanno investimenti milionari.
Una città che perde pezzi di produttività ed occupazione stabile e investe tutto nel turismo, nelle crociere, negli eventi, nei congressi, nel trendy, crea solo lavoro precario e povero per i suoi abitanti.
Espelle via via strati di società sempre più ai margini dell'urbanistica e della sopravvivenza: prima delinquenti e irregolari, poi poverə e migranti, poi precariə e domani anche quei lavoratori e quelle lavoratrici garantitə che si sono sentitə al sicuro finora.
Questo quadro locale si inserisce in un contesto generale ben delineato di ristrutturazione e sfruttamento neocapitalista votato al riarmo, alla guerra, alla devastazione ambientale e climatica e allo smantellamento dello stato sociale.
Noi quei vicoli li viviamo giorno dopo giorno, notte dopo notte.
Ne siamo parte.
Non angeli, né demoni. Noi "restiamo umani".
Ed è dai centri storici, come dalle banlieues, dai quartieri popolari, ma anche dagli spazi sociali e dalle assemblee che nasce l'enorme potenzialità della trasformazione e dell’organizzazione dal basso.
La città che vogliamo è la città della cura e dei diritti.
Una città che si modelli sui suoi abitanti reali, senza distinzione di origine, genere o religione.
Una città che garantisca alloggi accessibili.
Una città che garantisca un reddito dignitoso e duraturo.
Una città che garantisca istruzione, sanità, servizi sociali.
Una città che si prenda cura di tutte e tutti, non marginalizzando nessunə in nome di profitto, odio o paure.
Quindi
Ricostruiamo relazioni e reti sociali, ricreiamo contesti, riprendiamoci spazi e strade, solleviamo le contraddizioni, proponiamo un diverso immaginario e, quando necessario, agiamo il conflitto.
NO ALLA MILITARIZZAZIONE DEL QUARTIERE !!!
Laboratorio Scirocco - Genova