26/09/2026
ACQUA PUBBLICA: IPOCRISIA E OPPORTUNISMO
Tutti parlano di acqua pubblica, ma c'è chi la vuole per davvero e chi, invece, si nasconde dietro questa bandiera solo per ricavarne profitto. L'acqua è fonte di vita. Nasce dallo scorrere delle sorgenti ed emerge dal sottosuolo; in gergo popolare si dice che "è un bene di Dio", per significare che appartiene a tutti! Eppure, c'è chi se ne vuole appropriare per farne il business del secolo, definendo l'acqua "l'oro blu". Per raggiungere questo obiettivo, la politica si presta ad assecondare le grosse concentrazioni di potere come le multiutility, legiferando per cristallizzare norme che ne legittimano la gestione privatistica.
In Italia c'è stato un referendum con una partecipazione popolare straordinaria, che ha affermato che l'acqua non può essere un elemento di mercato: su di essa non è consentito fare profitto. L'acqua è di tutti e non è una merce. Eppure, tutti i governi che si sono succeduti dopo il referendum hanno remato contro quel responso, sfregiando la volontà popolare e determinando un vero e proprio vulnus democratico nel Paese. Non a caso si dice che parlare di acqua significa parlare di democrazia.
L'unica città che ha rispettato la volontà referendaria è stata Napoli, istituendo una gestione non privatistica ma prettamente pubblica attraverso la costituzione di ABC (Acqua Bene Comune), un'azienda speciale. Tuttavia, dopo anni di ottima gestione che l'hanno resa un piccolo gioiello, oggi si assiste alla volontà politica di trasformarla in una SpA, seppur a capitale pubblico.
Quale sarebbe la ragione di questa trasformazione da azienda speciale a SpA? Ci si nasconde con ipocrisia dietro il decreto legislativo attuativo n. 201/2022 della legge n. 118/2022, conosciuta come "legge concorrenza Draghi". Certamente, se si sceglie la logica privatistica, lo strumento della SpA è il più appropriato, poiché deve concorrere sul mercato con il fine di produrre profitto, vietando di fatto una gestione come quella di ABC che, nella sua essenza, non persegue il guadagno.
Con opportunismo si sostiene che una SpA a capitale pubblico conserverebbe il carattere pubblico del servizio, anche se l'articolo 115 del TUEL suggerisce dinamiche che aprono la strada a una successiva gestione privata. Al di là di ogni considerazione giuridica, le SpA pubbliche sono state e sono – come nel caso in questione – parte degli strumenti della controrivoluzione italiana dagli anni '80 in poi: una strategia morbida per privatizzare beni e servizi pubblici essenziali, evitando un impatto troppo duro con la popolazione. In sostanza, ci si nasconde dietro la SpA pubblica usandola come maschera per la privatizzazione.
Se si considera l'acqua come una merce, allora è logico seguire la strada della concorrenza attraverso enti di diritto privato. Se invece l'acqua non deve essere considerata una merce, come la volontà popolare ha sostenuto e continua a sostenere, la scelta coerente è affidarsi a strumenti propri del diritto pubblico. In ultima analisi, come sostengono illustri giuristi, non c'è nessun obbligo di scelta per una SpA: è tutta una questione di volontà politica. Bisogna decidere da quale parte stare: pubblica o privata.