31/10/2026
QUEL TESTARDO DI CAVALCASELLE, CHE PARTÌ DA VANGADIZZA E INSEGNÒ AL MONDO A GUARDARE I QUADRI
Oggi, 31 ottobre, sono 129 anni che Giovanni Battista Cavalcaselle ha lasciato questo mondo. Morì a Roma, nel 1897, dopo aver passato buona parte dei suoi 78 anni a girarlo in lungo e in largo, quel mondo, con una matita in mano e una certa difficoltà a starsene tranquillo.
Era nato nel 1819 a Legnago, dicono (e noi chi siamo per smentire i residenti?) in quella Vangadizza che ancora oggi lo rivendica con legittimo orgoglio. E fanno bene i “vangadizzesi”, perché non capita tutti i giorni che da un paese della nostra pianura esca un uomo destinato a cambiare la storia dell’arte.
Il Cavalcaselle, a quanto pare, aveva cominciato presto a dimostrare di non essere un ragazzo facile da mettere in riga. Si racconta persino che fosse stato allontanato dal collegio per certe attenzioni un po’ troppo insistenti verso le ragazze. Non so quanto ci sia di vero in questa storia, ma devo confessare che me lo rende ancora più simpatico. Del resto, anche i grandi uomini, prima di diventare grandi, sono stati adolescenti.
In compenso, quando venne il momento di fare sul serio, Cavalcaselle non si tirò indietro.
Nel 1848, mentre mezza Europa era in rivolta e gli italiani cercavano di liberarsi dagli austriaci, lasciò i suoi studi artistici e corse a combattere. Finì prigioniero, rischiò la fucilazione e conobbe l’esilio. Insomma, apparteneva a quella categoria di patrioti che, quando parlavano di patria, non intendevano soltanto pronunciare un bel discorso e farsi applaudire.
Aveva però una passione che lo accompagnava dappertutto: i quadri.
Non era uno di quegli studiosi che trascorrono la vita a spiegare opere che hanno visto soltanto riprodotte nei libri. Lui voleva vedere gli originali. E così camminava, viaggiava, entrava nelle chiese, nei conventi, nei palazzi, osservava, disegnava e prendeva appunti.
Possedeva un occhio formidabile. Davanti a un dipinto riusciva a riconoscere la mano dell’artista, a distinguere un originale da una copia, a scoprire parentele e influenze che altri non avevano neppure sospettato.
Insieme all’inglese Joseph Archer Crowe scrisse opere fondamentali sulla pittura italiana. Studiò i grandi maestri del Rinascimento, da Giotto a Tiziano e Raffaello, e contribuì a fondare la moderna storia dell’arte, quella basata sull’osservazione diretta, sul confronto e sui documenti, anziché sulle opinioni tramandate di libro in libro.
Per capire la sua importanza basta dire che, ancora oggi, chi studia seriamente la pittura italiana deve fare i conti con il lavoro di questo signore nato a Vangadizza.
E non si limitò a studiare le opere. Dopo l’Unità d’Italia lavorò anche per lo Stato, occupandosi della conservazione e della tutela del patrimonio artistico nazionale, in tempi nei quali un bel quadro rischiava di prendere la strada dell’estero con una facilità impressionante.
Per lui l’arte italiana non era una merce da vendere al miglior offerente.
Era una cosa da conservare, perché apparteneva alla storia di tutti.
Io, con Cavalcaselle, ho poi un piccolo conto personale.
Quando frequentavo il liceo classico Giovanni Cotta, in viale dei Tigli, ero obbligato a passare davanti al suo busto. Ricordo bene quel viso buono, la fronte spaziosa, la barba imponente e quell’espressione un po’ severa e un po’ bonaria che hanno certi vecchi professori quando si accorgono che uno studente non ha studiato, ma decidono di non infierire.
A quell’età, naturalmente, avevo altri pensieri. E dubito che mi rendessi conto di quale straordinario personaggio mi stesse osservando dal suo piedistallo.
Oggi mi fa un certo effetto pensare che quel vecchio signore dall’aria pacifica avesse passato la giovinezza fra rivoluzioni, soldati austriaci, fughe, avventure e viaggi per mezza Europa.
E mi piace pensare che, se fosse stato vivo, forse sarebbe stato più interessante ascoltare lui raccontare le proprie avventure che leggere parecchi dei libri sui quali studiavamo.
A Vangadizza, dove il ricordo di Cavalcaselle è particolarmente sentito, già nel 2011, quando ero assessore, proposi di dedicargli il nuovo parco della frazione. Mi sembrava una buona idea allora e continuo a pensarla così.
Il Sindaco
Paolo Longhi