18/09/2026
‼️STORIE DI CARTA‼️ 1️⃣3️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣
‼️ ESCLUSIVO‼️ ‼️INEDITO‼️
‼️ATTIVITA' DI RICERCA ‼️
DAL RITROVAMENTO DEL 1660 ALLA SCOPERTA DEL 2026: LE CARTE NASCOSTE NELLA LEGATURA DI SAN TOMMASO D’AQUINO
Dopo una pausa estiva, la nostra rubrica Storie di Carta riprende il suo viaggio prendendo spunto da una scoperta eccezionale, avvenuta per puro caso il 9 aprile di quest’anno durante un intervento di spolveratura e manutenzione del patrimonio librario del Fondo Antico del Comune di Licata.
Piegati e celati all'interno del piatto anteriore di un volume antico, un’edizione delle opere di San Tommaso d’Aquino stampata nel 1596, sono riemersi due fogli scritti su recto e verso.
Rappresentano il tentativo di un ignoto erudito licatese, vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, di dare ordine, senso e traduzione a uno dei più clamorosi ritrovamenti epigrafici della Sicilia d'età moderna.
Per comprendere il valore di queste carte, occorre però fare un salto indietro nel tempo di oltre tre secoli.
È il 16 aprile del 1660. Alle ore venti, un cittadino di Licata, Giovanni Rivela, sta camminando lungo le pendici scoscese del Monte Sant'Angelo, nei pressi della torretta di Santa Barbara. All'improvviso nota la punta superiore di una grande lastra di pietra che sporge dal terreno.
Con «molto travaglio e sudore», e con l'aiuto provvidenziale di Emanuele di Filippe, un soldato spagnolo di guardia al castello, Rivela riesce a estrarre un reperto lungo più di un metro. Il Castellano Don Girolamo De Niebes ne ordina l'immediata pulizia e la sistemazione nel Corpo di Guardia del Castel San Giacomo, affinché sia esposta alla vista di tutti e studiata dai pochi dotti capaci di decifrare i fitti caratteri greci.
👉“… Fu la sopranotata lapide di questo modo retrovata, quando al 16.del mese di Aprile dell’anno 13(esima) Indizione 1660 giorno di Vennerdì(sic) ad ore 20 dell’Horologio italiano(ora italiana) Giovanni Rivela Alicatese(di Licata) passando vicino della torretta nominata Santa Barbara sotto il Castello S. Angelo, scoprì poco lungi di essa per la parte che riguarda l’Occidente la punta superiore di quella, stando tutto il resto sotto terra. Attese il Rivela con ogni diligenza a cavarla (estrarla) fuori, e vedendo in quella alcuni caratteri, s’accese maggiormente la curiosità a voler sapere che cosa ella fosse. Onde con molto travaglio, e sudore disotterrandola ritrovò essere tabella et inscrittione d’antichissimo Magistero, longa quattro palmi, e due terti(terzi), e larga un palmo, scritta nella forma già detta di caratteri greci. Stimò (reputò) egli, e prudentemente essere cosa di farne stima(valutazione monetaria), e di non lasciarla quella notte all’indiscrettione villanesca(curiosità dei contadini), portandola con l’aggiuto(aiuto) di Emanuele di Filippe(Felipe) spagnuolo, soldato stipendiato del Castello S. Angelo, il quale sovrasta alla detta Torretta di Santa Barbara, nel castello da dove poscia(dopo) sul matino(sic) (verso il mattino) trovai haversi d’ordine di Don Girolamo De Niebes castellano d’ambedue i castelli, portata in questo vicino del Mare(Castel san Giacomo)e mesa(sic) (messa) nel corpo di guardia per stare esposta alla vista d’ognuno e fatta limpia(pulita) d’ogni bruttura s n’estrasse l’esemplare in greco che da(dai) periti in quello idioma(lingua) nella riferita forma si legge…”
Inizia così l’avventura del nostro ignoto studioso…."👈
Immergendosi nell'analisi dell'iscrizione, l'erudito licatese ne intuisce subito la portata politica e civile: si tratta di un decreto che non doveva andare perduto, con l'obbligo di essere scolpito su una colonna da esporre stabilmente nella palestra cittadina come pubblico esempio.
Il cuore dell'epigrafe è un decreto onorario in dialetto dorico per Eraclida (Heraclida), figlio di Zopyrus. Egli ricopriva la carica di Ginnasiarca, il magistrato incaricato della gestione della palestra e della formazione dei giovani. Per la sua diligenza, la sua virtù e il lavoro profuso a proprie spese, la comunità lo incorona solennemente con una ghirlanda d'olivo.
L'erudito elenca meticolosamente gli undici giovani che si erano distinti sotto la guida del Ginnasiarca (tra cui Artemon, Asclepiades, Antalus e Philoxenus). Consultando le opere di Ambrogio Calepio (il Calepino) e il De die natali di Censorino, lo studioso avvia una f***a analisi filologica per stabilire l'età di questi atleti: si tratta di ragazzi di circa quattordici anni (anni XIIII), i mellephebi, ovvero i giovani che si preparavano a entrare nella vita pubblica per poi diventare ephebi ed exephebi.
Per nobilitare il ritrovamento e spiegare ai contemporanei il profondo valore di quella corona d'olivo, l'autore apre una grandiosa parentesi enciclopedica sui quattro grandi giochi dell'antichità: gli Olimpici, i Pitici, gli Istmici e i Nemei. Richiama inoltre il celebre aneddoto di Erodoto (Storie, Libro VIII) su re Serse, il quale rimase sbigottito nello scoprire che i greci non gareggiavano per ricchezze o per oro, ma per la semplice gloria.
In quel contesto, il generale persiano Tigrane esclamò terrorizzato:
«Contro quali uomini ci hai condotti a combattere, che non si contendono per ricchezze, ma per la virtù?»
La citazione serve all'autore per riscattare e dare dignità all'epigrafe licatese: anche in Sicilia si gareggiava soltanto per l'onore. Poco dopo, per sottolineare la sacralità della palestra, evoca da Pausania la storia di Callipatia, la madre che sfidò la pena di morte travestendosi da uomo pur di vedere il figlio Pisidoro gareggiare, salvata dalla condanna solo perché figlia e madre di campioni olimpici.
Osservando attentamente le carte ritrovate a Licata si nota un dettaglio paleografico affascinante: l'erudito esita, cancella e corregge. Inizialmente traduce il testo parlando della «Res publica Eleorum» (la Repubblica degli Elei, in Grecia), ingannato dalle formule panelleniche.
Poi, nei margini della carta, annota una parola sbiadita: «Gela». L'autore non riesce a spiegarsi fino in fondo per quale motivo un frammento di storia greca si trovi sepolto sotto la terra di Licata.
Ci vorranno secoli perché la scienza moderna sciolga l'enigma. La filologia contemporanea (da Theodor Mommsen a Georg Kaibel, fino a Pareti e Fayel) ha dimostrato che l'epigrafe, databile al I secolo a.C., è un decreto del senato dei Geloioi di Finziade.
Gli abitanti di Gela, scacciati dalla loro città d'origine distrutta nel 282 a.C., erano stati reinsediati dal tiranno Finzia proprio sul sito della moderna Licata.
L'epigrafe ha ormai trovato la sua collocazione scientifica definitiva: è nota come Iscrizione Kaibel 256 (IG XIV, 256), dal nome del filologo tedesco Georg Kaibel che la inserì nel quattordicesimo volume delle Inscriptiones Graecae.
Oggi, questa importante iscrizione è orgogliosamente custodita e visibile presso il Museo Archeologico della Badia di Licata.
Grazie, buon fine settimana e alla prossima "Storia di Carta" 😉
Angelo Mazzerbo Cretesi
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