Storie di Carta - Licata - Agrigento

Chiama Indicazioni Contatta l'organizzazione

Storie di Carta - Licata - Agrigento " Nel passato c'è la storia del futuro" Juan Donoso Cortès

Pagina di ricerca e divulgazione storica curata dal giornalista e bibliotecario Angelo Mazzerbo

21/10/2026
di Angelo Mazzerbo Cretesi
02/10/2026

di Angelo Mazzerbo Cretesi

                                        ‼️STORIE DI CARTA‼️  1️⃣ 4️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣  ‼️ATTIVITA' DI RICERCA ‼️TRA SARDE SA...
25/09/2026



‼️STORIE DI CARTA‼️ 1️⃣ 4️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣

‼️ATTIVITA' DI RICERCA ‼️

TRA SARDE SALATE E ANTICHE CARTE D'ARCHIVIO: L' ANTICO MACELLO DI LICATA

di Angelo Mazzerbo Cretesi

Una targa in metallo su un muro con un nome inciso che sfida la memoria collettiva: c’era davvero un macello comunale in quell'angolo di Licata che tutti, per generazioni, hanno sempre chiamato "quartiere Salato"?

Per fare chiarezza tra toponomastica, memoria e realtà storica, sono andato a caccia di mappe e vecchi documenti d'archivio, dando vita ad un'altra "storia di carta"….

A Licata (Agrigento), percorrendo via Salvatore Malfitano, dal liceo “Linares” verso la villetta “Baden Powell”, nei pressi del Palazzetto dello Sport “Nicolò Fragapane” una targa toponomastica parla chiaro e ci ricorda la presenza del macello comunale.

Eppure, nella memoria collettiva del rione, quel luogo è stato a lungo affiancato o sovrapposto al toponimo "Salato", legato alla lavorazione e al confezionamento delle rinomate sarde salate che parecchi decenni fa venivano realizzate proprio in questo quartiere.

Per ricomporre i tasselli del puzzle sono partito da lontano, analizzando una stampa antica della città di Licata censita nei cataloghi internazionali come "Leocatae Notabilia" incisa a Roma dal padre agostiniano Giuseppe Gatti nel XVII secolo.

Sebbene manchi l'anno esatto di incisione, un'accurata analisi storico-critica ci permette di perimetrare l'epoca di realizzazione con estrema precisione, collocandola tra il 1566 e il 1611.

Nel disegno, infatti, i padri agostiniani figurano ancora nell'edificio dove oggi sorge la chiesa di Pompei (abbandonato proprio nel 1566), mentre l'attuale chiesa di Sant'Agostino viene indicata con la vecchia intitolazione a Santa Margherita (cambierà denominazione e struttura solo dopo il 1611 con l'arrivo dei padri agostiniani).

Ed è proprio osservando i dettagli di questa mappa seicentesca che emerge la prima certezza documentaria: almeno dal 1566, quel luogo era adibito proprio a macello cittadino.

Per individuare con esattezza la posizione e la conformazione dell'edificio in epoca più recente, mi è venuta incontro anche una inedita mappa di grandi dimensioni (formato 200x90 cm) recuperata di recente e realizzata sicuramente dopo il 1869.

Dalle carte d'archivio, invece è riemerso l'iter burocratico svolto per la realizzazione dell’opera:

👉 Il 12 maggio 1869 il Consiglio Comunale di Licata approva la realizzazione del "nuovo" macello comunale;

👉 Il 21 giugno 1869 arriva la conseguente delibera della Giunta Municipale;

👉 Il 18 agosto 1869 l'appalto viene aggiudicato per l'importo complessivo di 2.952,47 lire al capomastro Giuseppe Incorvaia, con la garanzia del mastro Gaetano Bonelli.

In meno di dodici mesi, precisamente nel giugno del 1870, la struttura fu ultimata e consegnata.

I verbali dell'epoca rivelano persino la scelta dei materiali: oltre all'intaglio di grandi blocchi di pietra squadrata (purtroppo riciclati chissà da quale opera architettonica antica), venne impiegata anche la sabbia prelevata dalla spiaggia di San Nicola, all'epoca rinomata e molto apprezzata per le sue qualità edilizie.

La struttura era un ingranaggio perfetto e funzionale: comprendeva un ufficio staziario (cioè con sede stabile non ambulante), un'ampia area coperta adibita a macello vero e proprio con pozzo interno, e tre distinti bagli scoperti adibiti ad ovile e al ricovero di maiali e bovini.

A coronare la documentazione riemersa dall'archivio spiccano, nitide e affascinanti, le firme autografe dei mastri muratori Bonelli e Incorvaia, del sindaco Antonino Bosio, del tecnico Antonino Re e del segretario comunale Luigi Vitali (illustre autore dell'opera storica "Licata Città Demaniale", a cui è stata intitolata la nostra Biblioteca Comunale).

Quel macello ha servito la comunità per quasi un secolo, prima di essere demolito tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento per essere ricostruito nei pressi dell'odierno autoparco comunale dove è rimasto attivo fino alla definitiva chiusura avvenuta pochi anni fa.

Oggi, di quel vecchio edificio adibito a macello comunale non resta più alcuna pietra, ma grazie ad una tabella toponomastica e ai documenti d'archivio, anche la sua storia “di carta” è tornata a rivivere oggi.

Grazie, buon fine settimana e alla prossima "Storia di Carta" 😉

© Tutti i diritti riservati

                                        ‼️STORIE DI CARTA‼️   1️⃣3️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣  ‼️ ESCLUSIVO‼️ ‼️INEDITO‼️         ‼️...
18/09/2026



‼️STORIE DI CARTA‼️ 1️⃣3️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣
‼️ ESCLUSIVO‼️ ‼️INEDITO‼️
‼️ATTIVITA' DI RICERCA ‼️

DAL RITROVAMENTO DEL 1660 ALLA SCOPERTA DEL 2026: LE CARTE NASCOSTE NELLA LEGATURA DI SAN TOMMASO D’AQUINO

Dopo una pausa estiva, la nostra rubrica Storie di Carta riprende il suo viaggio prendendo spunto da una scoperta eccezionale, avvenuta per puro caso il 9 aprile di quest’anno durante un intervento di spolveratura e manutenzione del patrimonio librario del Fondo Antico del Comune di Licata.

Piegati e celati all'interno del piatto anteriore di un volume antico, un’edizione delle opere di San Tommaso d’Aquino stampata nel 1596, sono riemersi due fogli scritti su recto e verso.

Rappresentano il tentativo di un ignoto erudito licatese, vissuto tra il XVII e il XVIII secolo, di dare ordine, senso e traduzione a uno dei più clamorosi ritrovamenti epigrafici della Sicilia d'età moderna.

Per comprendere il valore di queste carte, occorre però fare un salto indietro nel tempo di oltre tre secoli.

È il 16 aprile del 1660. Alle ore venti, un cittadino di Licata, Giovanni Rivela, sta camminando lungo le pendici scoscese del Monte Sant'Angelo, nei pressi della torretta di Santa Barbara. All'improvviso nota la punta superiore di una grande lastra di pietra che sporge dal terreno.

Con «molto travaglio e sudore», e con l'aiuto provvidenziale di Emanuele di Filippe, un soldato spagnolo di guardia al castello, Rivela riesce a estrarre un reperto lungo più di un metro. Il Castellano Don Girolamo De Niebes ne ordina l'immediata pulizia e la sistemazione nel Corpo di Guardia del Castel San Giacomo, affinché sia esposta alla vista di tutti e studiata dai pochi dotti capaci di decifrare i fitti caratteri greci.

👉“… Fu la sopranotata lapide di questo modo retrovata, quando al 16.del mese di Aprile dell’anno 13(esima) Indizione 1660 giorno di Vennerdì(sic) ad ore 20 dell’Horologio italiano(ora italiana) Giovanni Rivela Alicatese(di Licata) passando vicino della torretta nominata Santa Barbara sotto il Castello S. Angelo, scoprì poco lungi di essa per la parte che riguarda l’Occidente la punta superiore di quella, stando tutto il resto sotto terra. Attese il Rivela con ogni diligenza a cavarla (estrarla) fuori, e vedendo in quella alcuni caratteri, s’accese maggiormente la curiosità a voler sapere che cosa ella fosse. Onde con molto travaglio, e sudore disotterrandola ritrovò essere tabella et inscrittione d’antichissimo Magistero, longa quattro palmi, e due terti(terzi), e larga un palmo, scritta nella forma già detta di caratteri greci. Stimò (reputò) egli, e prudentemente essere cosa di farne stima(valutazione monetaria), e di non lasciarla quella notte all’indiscrettione villanesca(curiosità dei contadini), portandola con l’aggiuto(aiuto) di Emanuele di Filippe(Felipe) spagnuolo, soldato stipendiato del Castello S. Angelo, il quale sovrasta alla detta Torretta di Santa Barbara, nel castello da dove poscia(dopo) sul matino(sic) (verso il mattino) trovai haversi d’ordine di Don Girolamo De Niebes castellano d’ambedue i castelli, portata in questo vicino del Mare(Castel san Giacomo)e mesa(sic) (messa) nel corpo di guardia per stare esposta alla vista d’ognuno e fatta limpia(pulita) d’ogni bruttura s n’estrasse l’esemplare in greco che da(dai) periti in quello idioma(lingua) nella riferita forma si legge…”
Inizia così l’avventura del nostro ignoto studioso…."👈

Immergendosi nell'analisi dell'iscrizione, l'erudito licatese ne intuisce subito la portata politica e civile: si tratta di un decreto che non doveva andare perduto, con l'obbligo di essere scolpito su una colonna da esporre stabilmente nella palestra cittadina come pubblico esempio.

Il cuore dell'epigrafe è un decreto onorario in dialetto dorico per Eraclida (Heraclida), figlio di Zopyrus. Egli ricopriva la carica di Ginnasiarca, il magistrato incaricato della gestione della palestra e della formazione dei giovani. Per la sua diligenza, la sua virtù e il lavoro profuso a proprie spese, la comunità lo incorona solennemente con una ghirlanda d'olivo.

L'erudito elenca meticolosamente gli undici giovani che si erano distinti sotto la guida del Ginnasiarca (tra cui Artemon, Asclepiades, Antalus e Philoxenus). Consultando le opere di Ambrogio Calepio (il Calepino) e il De die natali di Censorino, lo studioso avvia una f***a analisi filologica per stabilire l'età di questi atleti: si tratta di ragazzi di circa quattordici anni (anni XIIII), i mellephebi, ovvero i giovani che si preparavano a entrare nella vita pubblica per poi diventare ephebi ed exephebi.

Per nobilitare il ritrovamento e spiegare ai contemporanei il profondo valore di quella corona d'olivo, l'autore apre una grandiosa parentesi enciclopedica sui quattro grandi giochi dell'antichità: gli Olimpici, i Pitici, gli Istmici e i Nemei. Richiama inoltre il celebre aneddoto di Erodoto (Storie, Libro VIII) su re Serse, il quale rimase sbigottito nello scoprire che i greci non gareggiavano per ricchezze o per oro, ma per la semplice gloria.

In quel contesto, il generale persiano Tigrane esclamò terrorizzato:
«Contro quali uomini ci hai condotti a combattere, che non si contendono per ricchezze, ma per la virtù?»

La citazione serve all'autore per riscattare e dare dignità all'epigrafe licatese: anche in Sicilia si gareggiava soltanto per l'onore. Poco dopo, per sottolineare la sacralità della palestra, evoca da Pausania la storia di Callipatia, la madre che sfidò la pena di morte travestendosi da uomo pur di vedere il figlio Pisidoro gareggiare, salvata dalla condanna solo perché figlia e madre di campioni olimpici.

Osservando attentamente le carte ritrovate a Licata si nota un dettaglio paleografico affascinante: l'erudito esita, cancella e corregge. Inizialmente traduce il testo parlando della «Res publica Eleorum» (la Repubblica degli Elei, in Grecia), ingannato dalle formule panelleniche.

Poi, nei margini della carta, annota una parola sbiadita: «Gela». L'autore non riesce a spiegarsi fino in fondo per quale motivo un frammento di storia greca si trovi sepolto sotto la terra di Licata.

Ci vorranno secoli perché la scienza moderna sciolga l'enigma. La filologia contemporanea (da Theodor Mommsen a Georg Kaibel, fino a Pareti e Fayel) ha dimostrato che l'epigrafe, databile al I secolo a.C., è un decreto del senato dei Geloioi di Finziade.

Gli abitanti di Gela, scacciati dalla loro città d'origine distrutta nel 282 a.C., erano stati reinsediati dal tiranno Finzia proprio sul sito della moderna Licata.

L'epigrafe ha ormai trovato la sua collocazione scientifica definitiva: è nota come Iscrizione Kaibel 256 (IG XIV, 256), dal nome del filologo tedesco Georg Kaibel che la inserì nel quattordicesimo volume delle Inscriptiones Graecae.

Oggi, questa importante iscrizione è orgogliosamente custodita e visibile presso il Museo Archeologico della Badia di Licata.

Grazie, buon fine settimana e alla prossima "Storia di Carta" 😉

Angelo Mazzerbo Cretesi
© Tutti i diritti riservati

28/07/2026

Oggi vi proponiamo una nuova "Storia di Carta" che, nonostante siano trascorsi oltre quattro secoli, offre spunti di riflessione ancora sorprendentemente

21/07/2026

La notizia è di qualche mese fa ma la domanda è sempre attuale: qualcuno dei nostri giocatori italiani ha mai avuto una iniziativa simile legata al mondo dei libri? Il calciatore Erling Haaland ha acquistato per circa 116 mila euro una rara opera del '500 sulla storia della Norvegia e l'ha donato alla biblioteca di Bryne, la città in cui è cresciuto. Complimenti!

                                                   ‼️STORIE DI CARTA ‼️ 1️⃣2️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣                ‼️ ESCLUSIVO‼...
19/06/2026



‼️STORIE DI CARTA ‼️ 1️⃣2️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣
‼️ ESCLUSIVO‼️ ‼️ATTIVITA' DI RICERCA ‼️

VOLTI E COGNOMI DI IERI E DI OGGI: LA GUARNIGIONE SP****LA A GUARDIA DI LICATA (AGRIGENTO)

La “storia di carta” di questa settimana ci fa riavvolgere il nastro del tempo di circa 450 anni. È il 1576 e vivere lungo le coste meridionali della Sicilia, a Licata in particolare, significa convivere con una minaccia costante: le incursioni corsare e barbaresche dal mare.

Grazie al recupero di questo eccezionale e rarissimo carteggio, il primo di questo genere rintracciato a Licata nel corso degli anni, possiamo compiere un vero e proprio viaggio nel tempo.

Si tratta di una rassegna dei soldati di stanza a Licata, stabilmente alloggiati e integrati nel tessuto cittadino.

Una sequenza di istantanee fisionomiche dettagliatissime, richieste dal Presidente del Regno e inviate dai Giurati (gli amministratori locali dell'epoca) allo scopo di identificare i soldati (a carico della città) per l’erogazione dei rimborsi relativi al loro mantenimento.

Il documento recuperato, censisce a Licata una guarnigione composta di 39 elementi.

Le casse della città erano costantemente messe a dura prova: Licata doveva sobbarcarsi l'onere di anticipare (con rimborsi lentissimi) le somme per le spese di mantenimento dei soldati: alloggi, letti, materassi, sacchi di paglia, legna e vettovaglie.

A Licata, questa presenza ha lasciato un'impronta indelebile persino nella toponomastica. Proprio sui resti dell'antico Castel Nuovo, a partire dal XVII secolo, verranno costruiti alloggi stabili per i militari spagnoli: un'area che ancora oggi conosciamo come "Piano Quartiere".

Comunque, oltre al danno economico, vi era la beffa quotidiana dell'ordine pubblico.

Alle compagnie spagnole era riservato un prezzo calmierato per l'acquisto di derrate alimentari, carne e vino, a differenza dei cittadini comuni che erano particolarmente vessati.

Spesso, poi, i soldati si lasciavano andare a violenze e soprusi.

Proprio da Licata partì una vibrante supplica (protesta) dei Giurati indirizzata al Presidente del Regno, Carlo Aragona Tagliavia, per chiedere il fermo intervento nei confronti del capitano spagnolo Morales, reo di non sapere tenere a bada i suoi uomini.

Scorrendo le trentanove voci che compongono il ruolo dei fanti a Licata, emerge un quadro antropologico di straordinario impatto visivo. La precisione dei "segni particolari" annotati nel registro ci restituisce i corpi e i volti reali dei soldati:

👉Blasi Sanches trentacinquenne di statura comune. Un soldato di provata esperienza, il cui volto racconta una storia di scontri ravvicinati: portava sulla fronte, nel lato destro, l'indelebile segno di una profonda cicatrice da arma da taglio o da fuoco ricevuta in servizio).

👉Il giovane ventiquattrenne Pedro Sanches di “bona statura” (costituzione alta e slanciata) con la “barba blunda” (bionda), un carattere somatologico tipico delle zone interne della Castiglia o di ascendenza fiamminga, che lo rendeva immediatamente riconoscibile tra le file della compagnia.

👉Il quarantenne Cristofalo Sanches con “barba castagna lozana”: dal pelo folto e ben curato.

👉Marsiano de Domenico (30 anni) registrato con un “ustizo de arso a lo collo”: segni visibili di una grave bruciatura sul collo, causata quasi certamente dal ritorno di fiamma o dallo scoppio accidentale della polvere pirica.

In linea generale, l'età media riscontrata nel documento si attesta sui quarant’anni, ma non mancano veterani dai 50 fino ai 60 anni d'età.

La statura veniva catalogata in quattro categorie classiche (longa, bona, comune, bassa), mentre le barbe andavano dalle tonalità castagne, bionde, scure (con o senza baffi) a uomini completamente sbarbati.

Sotto il profilo linguistico, il documento è un vero monumento alla convivenza ispano-sicula.

Viene infatti adottato un linguaggio tecnico "ibrido", un siciliano burocratico fortemente influenzato dalla fonetica e dai termini militari iberici.

L’espressione ricorrente “bono fariu” derivata dal siciliano fari veniva utilizzata per certificare la robusta e sana costituzione del fante, idoneo ad affrontare le fatiche del servizio d'arme.

Parole come banda (lato del volto o del corpo), “mustazutu o mustazzinio” (dotato di vistosi baffi d'ordinanza) o sfrego (lo sfregio da arma bianca) testimoniano il gergo parlato quotidianamente a Licata.

Molti di quei fanti spagnoli presero moglie in città, si stabilirono definitivamente sul territorio al termine del servizio e diedero inizio a vere e proprie dinastie locali e in altre zone della Sicilia nelle diverse varianti: Correas, Corrao, Mazzuni, Mazzone Curchero, Musso, Castiglia, Ximenes, Fernandes, Rois, Moglero, Lopes. Ernandes, Arnones, Alonso, Alotto, Sanchez, Consales, Ficarola, Carfia, Molina, Peres, Velocrus, Serra, Medina, Oronzo, Muxia.

Quando oggi incrociamo un concittadino con uno di questi cognomi, stiamo forse guardando, senza saperlo, i discendenti diretti di quella guarnigione?!

Grazie, buon fine settimana e alla prossima "Storia di Carta" 😉
© Tutti i diritti riservati

                                                   ‼️STORIE DI CARTA ‼️ 1️⃣1️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣                     ‼️ ESCLU...
15/06/2026



‼️STORIE DI CARTA ‼️ 1️⃣1️⃣/2️⃣0️⃣2️⃣6️⃣
‼️ ESCLUSIVO‼️ ‼️INEDITO ‼️
‼️ATTIVITA' DI RICERCA ‼️

TRUFFE, SPECULAZIONI E STRATEGIE DIFENSIVE: IL DOSSIER INEDITO DEL 1589 CHE RIDISEGNO' LE DIFESE DELLA CITTA' DI LICATA (AGRIGENTO)

La “storia di carta” che vi propongo questa settimana è tratta da uno spietato verbale di ispezione a firma dell’ingegnere regio Orazio del Nobile (Palermo, 1580 – 1610) uno dei più importanti ingegneri militari e architetti del Regno di Sicilia.

L’ingegner del Nobile, inviato a Licata in veste di “detective” dal Tribunale del Real Patrimonio (Corte dei Conti) nel marzo del 1589, portò alla luce veri e propri scontri di potere, inutili strategie militari a scopo di lucro, speculazioni edilizie e truffe da parte dei mastri licatesi.

Il documento di Del Nobile, trasmesso al Tribunale del Real Patrimonio il 23 giugno del 1589, è un viaggio affascinante tra le mura (ad oggi tutte demolite assieme alle torri ed ai principali castelli: il “vetus” San Giacomo e il “novo” oggi piano Quartiere) di una Licata stremata dalle incursioni corsare ma costretta a difendersi anche dall’avidità dei suoi stessi costruttori.

Il documento si apre in un clima di massima urgenza e pericolo: la cortina muraria di Licata, che dal fosso (fossato) del Regio Forte ( inizio Piazza Attilio Regolo di oggi) si allungava verso il baluardo di San Giovanni, stava letteralmente scivolando in acqua...

Orazio del Nobile annotò con preoccupazione lo stato delle fondamenta ("pedamenti") descrivendo come il mare le avesse pericolosamente scavate ("dove il mare la schavata").

La priorità assoluta fu individuata nel consolidamento d'urgenza: bisognava “riscagliare” la pietra (infilare scaglie di roccia e malta fresca nelle fessure create dall'erosione) e rifare i parapetti. I soldati di guardia dovevano poter camminare lungo la ronda protetti dai colpi nemici, potendo contare su feritoie ("sparatori") posizionate tassativamente ogni sei palmi (ogni 155 cm. 1 palmo = 25,8 cm.)

Per questo specifico lotto di lavori, Del Nobile approvò il progetto dei maestri locali: la costruzione della “pamba” (la scarpa inclinata della muraglia per deviare le onde e i colpi di cannone) e dei “mergoloni” (i grandi merli protettivi): totale 110 canne di fabbrica (1 canna= 2 metri circa) per 29 tarì a canna (1 tarì = 20 euro circa) per un totale di 10 onze e 10 tarì (1 onza = 450 euro, tot. 4.650 euro circa)

Se per la pamba e i mergoloni l'accordo venne trovato, nel resto del documento l’ingegnere Del Nobile si trasformò in un inflessibile cacciatore di frodi contabili.

Esaminando i capitoli di spesa proposti dai capomastri locali l'ingegnere regio usò parole di fuoco. Le loro relazioni, scrisse, erano state redatte con superficialità, ("allegra consideratione") senza conoscere bene il luogo e, soprattutto, senza alcun rispetto per il "denaro regio", al solo fine di far tornare tutto a "beneficio de li fabricatori".

Del Nobile smascherò i tentativi di speculazione edilizia in atto a Licata nel XVI secolo punto per punto:

I mastri avevano inserito una spesa per restaurare il Castello “Nuovo” (oggi Piano Quartiere). Del Nobile la cancellò con un tratto di penna: quel forte era stato concesso a un privato (famiglia Grugno) come "casa piana" (smilitarizzata e priva di difese attive; residenza civile). Di conseguenza, la manutenzione spettava al proprietario, non alle casse del Re:”

👉Dico che simili non tocca tale spesa [...] ne ala Citta ne ala corte perchè à patrone particolare che lo tiene concesso per casa piana”.

Eppure, i costruttori locali tentarono di addossare i costi della sua manutenzione alle casse del Re di Spagna. Un tentativo di truffa sventato immediatamente.

Non meno severo fu il giudizio sulla “Porta Grande” (porta di accesso principale al borgo): i mastri premevano per costruire un monumentale “dammuso” (una volta in pietra) sulla porta da 55 onze (25.000 euro circa). Anche qui l'ordine fu perentorio: fermare i fronzoli architettonici e concentrarsi solo sulle mura che crollano.

Il punto di massimo attrito si raggiunse nella stima dei lavori al “Torrione di Mangiacasale”. Qui l’ingegnere accusò apertamente i capomastri di aver letteralmente inventato i volumi di pietra impiegati (88 canne di fabbrica= 181 metri circa):
👉 «Al mio iudizio non haueua bisogno di tanta fabrica».

Per la spianata d’artiglieria dello stesso torrione, i costruttori avanzarono la richiesta astronomica di 129 onze e 5 tarì (58 mila euro circa)

L’ingegnere, richiamando una sua precedente relazione dimostrò che secondo i piani del Tribunale del Real Patrimonio (Corte dei Conti) bastavano due sole piattaforme quadrate (di due canne (quattro metri circa) di lato ciascuna per un costo complessivo di appena 25 onze e 25 tarì (11.600 euro circa). La differenza? Un enorme margine di guadagno illecito che i mastri (o i Giurati) cercavano di intascare.

Continuando a trascrivere il documento, ci rivela quanto l'ingegneria militare dell'epoca dovesse fare i conti anche con l'orografia del territorio licatese.

II mastri locali chiesero finanziamenti per piazzare l'artiglieria pesante sul “Torrione dei Jugali”, letteralmente Torrione degli sposi (il toponimo richiama il “giogo”, il “matrimonio”, gli “sposi”, da cui “con-iugale).

La risposta di Del Nobile fu una lezione di pura tattica difensiva: “su quel torrione non deve stare alcun cannone”.

Il motivo? Il torrione si trovava in una posizione "sottoposta la montagna". Essendo dominato dalle alture del Monte Sant’Angelo, i soldati licatesi sarebbero stati bersagli facili per i nemici appostati in alto, rendendo l'artiglieria del tutto inutile.

Al contrario, per proteggere i soldati dai cecchini che sparavano dalla montagna, Del Nobile ordinò di alzare i parapetti di quel settore di ben una canna e due palmi (due metri e 50 cm. circa), stringendo le feritoie a una distanza di quattro palmi l'una dall'altra (un metro circa).

Davanti alla necessità di riempire di terra e consolidare ("terrapienare") il torrione nuovo (sorto sulle rovine di una vecchia imprecisata torre diroccata), Orazio del Nobile partorì un'idea geniale per quanto singolare per risparmiare il denaro pubblico.

I mastri chiedevano fondi per trasportare la terra da fuori città, ma l'ingegnere ordinò ai Giurati (gli amministratori comunali) e al Capitano d'Arme (preposto alla sicurezza pubblica di nomina sp****la) di emanare un'ordinanza perentoria: tutti i cittadini e i soldati avevano l’obbligo di gettare le proprie "mondizze" (macerie e rifiuti solidi) esclusivamente all'interno del torrione, vietando di scaricarle fuori dalle mura.

In questo modo, la struttura si sarebbe riempita e consolidata da sé, a costo zero per la Regia Corte.

Nelle ultime righe del documento, l'Ingegnere Del Nobile lancia la sua proposta più ambiziosa, una visione che avrebbe cambiato la storia militare della Città di Licata.

Consapevole che la vera debolezza della piazzaforte fosse il Monte Sant'Angelo che la sovrasta, l’ingegnere propose un investimento importante: 6.000 scudi (1.100.000 euro circa; 1 scudo= 180 euro) per fondare una nuova e imponente torre fortificata sulla cima della montagna.

Su questa torre, scrive Del Nobile, basterebbe piazzare appena due colubrine (cannoni a canna lunga ad altissima gittata). L'effetto sarebbe devastante, superiore a quello di "tutta l'artigliaria di la robba et del forte et de la Cita" messi insieme. Questa sola mossa avrebbe "messo pensiero a ogni grossa squadra di galere"(imbarcazioni) nemiche, costringendole a stare lontane dalla costa.

Ma l'annotazione più commovente e preziosa per la storia sociale di Licata fu il motivo umano che spinse del Nobile a questa proposta.

La torre sulla montagna, scrive, sarà il salvamento non solo della città bassa, ma delle altre abitazioni che si trovano abbarbicate sulla montagna, dove: «...fra case e grotte sonno da quattro cento fochi composte».

Orazio Del Nobile ci fotografa così, nel giugno del 1589, una Licata rupestre, dove ben 400 famiglie ("fochi", l'unità di calcolo fiscale dei nuclei familiari) vivevano ancora nelle grotte e nelle case sparse sul monte, totalmente esposte ai pericoli.

Dall’intuizione e dall’acume tattico dell’ingegnere regio Orazio Del Nobile, 27 anni dopo la stesura di questo documento, furono avviati i lavori di costruzione del Forte Petigno (dal nome del comandante generale Hernan Petigno) che ancora oggi, con il nome di Castel Sant’Angelo, sovrasta e protegge la Città di Licata.

Grazie e alla prossima "Storia di Carta" 😉
© Tutti i diritti riservati

🎉 Questa settimana ho ottenuto il badge Talento emergente per aver creato contenuti coinvolgenti che stimolano l'interes...
01/06/2026

🎉 Questa settimana ho ottenuto il badge Talento emergente per aver creato contenuti coinvolgenti che stimolano l'interesse dei miei fan!

Indirizzo

Licata
92027

Telefono

+390922771586

Sito Web

Notifiche

Lascia la tua email e sarai tra i primi a sapere quando Storie di Carta - Licata - Agrigento pubblica novità e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'organizzazione

Invia un messaggio a Storie di Carta - Licata - Agrigento:

Scelte rapide

Condividi