25/10/2026
La parola esercito deriva dal latino exercitus, da exercere: tenere in attività, esercitare, allenare.
Forse è proprio da qui che dobbiamo ripartire.
Non dall’idea di tenere occupati i ragazzi, ma da quella di occuparci di loro.
Un esercito di educatori.
Non perché debbano sostituire le forze dell’ordine, indispensabili in ogni Paese, ma perché una società che vuole essere più sicura deve garantire una presenza educativa molto prima che intervenga la repressione.
Nelle stazioni. Nelle scuole e nei corridoi. Nei centri giovanili e negli oratori. Nelle piazze e nei parchi. Nei luoghi in cui i ragazzi si incontrano e stanno insieme.
E serve una rete vera tra scuola, famiglie, servizi territoriali, educatori e forze dell’ordine. Ruoli diversi, ma capaci di parlarsi e collaborare.
Certo, le azioni hanno conseguenze e le scelte hanno conseguenze.
I ragazzi devono impararlo, e noi adulti abbiamo il dovere di accompagnarli a comprenderlo. Senza giustificare tutto, senza minimizzare la gravità di certi comportamenti, ma anche senza rinunciare alla responsabilità educativa.
Perché non basta chiedere ai ragazzi che cosa non devono fare. Dobbiamo anche aiutarli a scoprire che cosa possono diventare.
Forse la vera sfida è proprio questa: non scegliere tra sicurezza ed educazione, ma capire che una comunità diventa più sicura anche quando investe nella possibilità che ciascun ragazzo possa trovare il proprio posto nel mondo.
Perché il futuro non si costruisce soltanto punendo ciò che non funziona.
Si costruisce anche coltivando, ogni giorno, tutto ciò che può funzionare.
E forse è proprio questo il significato più profondo di exercere: non lasciare che le energie dei ragazzi si disperdano, ma aiutarli ad allenarle, a orientarle e a trasformarle in possibilità. ♥️