03/10/2026
👉 A 22 ANNI GLI ALTRI VANNO FUORI SEDE, MA SE SEI AUTISTICO, AL MASSIMO VAI FUORI PROGRAMMA.
Questa storia non comincia con Luca che un giorno si sveglia a Torino, spalanca la finestra, contempla l’orizzonte e annuncia alla famiglia: «Madre, ho deciso, parto per la Valtellina, desidero conoscere il mondo, pagare le bollette e condividere un bagno con altre persone», perché questa sarebbe già una storia diversa, una di quelle che siamo abituati a raccontare ai ragazzi a sviluppo regolare, ai quali a ventidue anni riconosciamo con assoluta naturalezza il diritto di essere improvvisamente catapultati nella vita adulta senza che nessuno abbia preventivamente certificato che sappiano sopravviverle.
No.
Luca è autistico.
E il punto da cui nasce IL MIO ERASMUS IN VALTELLINA – UN ANNO FUORI SEDE è molto più scomodo e, proprio per questo, molto più interessante: ai ragazzi autistici esperienze del genere troppo spesso non vengono nemmeno immaginate.
Non è che Luca avesse già in mano il dépliant dell’Erasmus e noi gli abbiamo prenotato l’appartamento.
L’idea l’abbiamo costruita noi perché quell’esperienza, nel copione sociale normalmente previsto per un giovane adulto autistico, rischiava semplicemente di non comparire.
Ed è qui che comincia la commedia.
Perché prendiamo due ragazzi di ventidue anni.
Stessa età.
Uno è a sviluppo regolare.
L’altro è autistico.
Il primo a settembre si iscrive all’università a quattrocento chilometri da casa e la società reagisce con una serenità che, se ci pensate, rasenta l’incoscienza.
«Dove andrà a vivere?»
«Con tre ragazzi trovati su internet.»
«Li conoscete?»
«No.»
«Lui sa cucinare?»
«Mah.»
«Sa fare una lavatrice?»
«Più o meno.»
«Sa gestire i soldi?»
Il padre guarda la madre.
La madre guarda il padre.
Entrambi ridono.
“IMPARERÀ.”
FINE.
Questo è il progetto educativo nazionale per la transizione all’età adulta del ragazzo neurotipico:
IMPARERÀ.
Una parola.
Una fiducia nel genere umano commovente.
Gli consegniamo un mazzo di chiavi, un bancomat, quattro numeri di emergenza e lo lasciamo vivere con persone conosciute attraverso un annuncio che diceva:
Stanza luminosa, ambiente giovane, no perditempo.
Che già “ambiente giovane” potrebbe significare qualsiasi cosa, dalla facoltà di ingegneria a una comune agricola.
La madre arriva nell’appartamento.
Uno dei coinquilini apre la porta in mutande.
«Scusi, pensavo fosse Glovo.»
La madre guarda il figlio.
Il figlio:
«È simpatico.»
“IMPARERÀ.”
Ripartono.
E quel ragazzo, al quale nessuno ha chiesto di dimostrare preventivamente le competenze necessarie alla vita adulta, comincia naturalmente a fare disastri.
Ed è giusto così.
Prima lavatrice.
Telefono.
«Mamma.»
«Cosa hai fatto?»
Notate che la madre non dice ciao.
L’esperienza le ha insegnato a saltare i preliminari.
«Niente.»
«COSA HAI FATTO?»
«Ho lavato un maglione.»
«E?»
«Adesso è… più piccolo.»
«Quanto più piccolo?»
Il ragazzo appoggia il maglione sul tavolo.
Potrebbe indossarlo un bassotto.
La madre sospira.
Nessuno dice:
“IL PROGETTO FUORI SEDE È FALLITO.”
Nessuno manda una PEC all’università.
Nessuno convoca un’équipe per valutare se sia opportuno riportarlo a casa.
Ha distrutto un maglione.
La società conclude:
«Eh, imparerà.»
Due settimane dopo cucina.
Pasta.
Quanta?
Non lo sa.
Chiama il coinquilino.
«Quanto ne facciamo?»
«A occhio.»
Questa è una consegna criminale per un ventiduenne alla prima esperienza fuori sede.
A OCCHIO.
Il ragazzo versa.
Versa.
Versa ancora.
«Basta?»
«Un altro po’.»
Mezz’ora dopo hanno preparato pasta per il battaglione San Marco.
Mangiano pasta lunedì.
Martedì.
Mercoledì.
Giovedì uno apre il frigorifero, guarda il contenitore e dice:
«Secondo voi è ancora buona?»
Questa frase è il vero esame di maturità.
Nessuno conosce la risposta.
La annusano.
Uno:
«Secondo me sì.»
Ecco perché l’aspettativa di vita è aumentata soprattutto dopo l’invenzione dei genitori su WhatsApp.
Adesso prendiamo il ragazzo autistico.
Ventidue anni.
E diciamo:
«Potrebbe fare un’esperienza fuori sede.»
La stanza cambia temperatura.
Qualcuno chiude lentamente una cartellina.
«Fuori sede… in che senso?»
NEL SENSO GEOGRAFICO, CARLA. FUORI. SEDE.
«Ma è autonomo?»
Eccola.
La domanda.
Perché al ragazzo a sviluppo regolare l’autonomia è considerata una conseguenza dell’esperienza.
Al ragazzo autistico rischia di diventare il requisito per poterla fare.
Capolavoro.
È come dire:
«Potrai frequentare il corso di nuoto quando saprai nuotare.»
«E come imparo?»
«Frequentando un corso.»
«Posso frequentarlo?»
«No, non sai nuotare.»
Perfetto.
Ci vediamo nel 2047.
Nel frattempo il neurotipico è già alla quarta casa condivisa, ha cambiato tre coinquilini, due fidanzate, una facoltà, sa preparare la carbonara per otto persone e possiede una padella che nessuno ricorda chi abbia comprato.
Il ragazzo autistico è ancora lì che deve dimostrare il prerequisito numero 17:
“gestisce autonomamente un imprevisto domestico.”
Ma quale ventiduenne gestisce autonomamente un imprevisto domestico?
Il ventiduenne neurotipico davanti a un imprevisto domestico fa una cosa straordinariamente adattiva.
Crea un gruppo WhatsApp.
RAGA URGENTE.
Foto.
«È normale che la caldaia faccia questo rumore?»
Risposta uno:
«No.»
Risposta due:
«La mia lo fa.»
Risposta tre:
«Prova a spegnere e riaccendere.»
Risposta quattro:
«Chiama il proprietario.»
Risposta cinque, inviata da un ragazzo che non abita nemmeno lì:
«Mio zio fa l’idraulico.»
Ed ecco servita una rete naturale di sostegno.
Nessuno dice:
«Dipendenza dall’adulto.»
Dicono:
«Meno male che lo zio di Davide fa l’idraulico.»
Ed è precisamente da questa enorme, tragicomica differenza di aspettative che nasce il progetto di Luca.
Non da Luca che chiedeva un Erasmus che gli era stato negato.
Da un’idea molto più radicale: costruire deliberatamente un’esperienza che ai suoi coetanei viene concessa come parte ordinaria della crescita e che per un giovane adulto autistico rischia invece di essere esclusa dal catalogo delle possibilità prima ancora che qualcuno si domandi come renderla accessibile.
Luca vive a Torino.
Ha ventidue anni.
E noi abbiamo costruito per lui un anno fuori sede in Valtellina.
Non per fingere che non sia autistico.
Non per fingere che i sostegni non servano.
Ma per fare quella cosa stranissima che con gli altri ragazzi facciamo continuamente senza neanche accorgercene:
mettere i sostegni dentro la vita invece di aspettare che una persona non ne abbia più bisogno per consentirle di vivere.
Per questo, a giugno, prima della partenza vera, abbiamo fatto tre settimane consecutive di baseline in Valtellina, perché io volevo osservare Luca nel contesto, capire cosa succedeva con persone, spazi, ritmi, routine, interessi, competenze, richieste e quotidianità, e utilizzare quei dati per profilare gli obiettivi del progetto.
Tre settimane.
Che, peraltro, sono già molto più di quanto concediamo normalmente al ventiduenne neurotipico.
Lui riceve una baseline di dodici minuti.
La madre visita l’appartamento.
Apre il frigorifero.
Lo richiude.
Controlla il bagno.
Vede una macchia.
Decide di non approfondire per proteggere la propria salute mentale.
«Avete la lavatrice?»
«Sì.»
«Sapete usarla?»
I quattro ragazzi:
«Sì.»
NESSUNO SA USARLA.
La madre lo sa.
Ma a un certo punto deve scegliere tra il controllo e la propria pressione arteriosa.
«Va bene.»
Questa è la baseline.
Noi con Luca abbiamo fatto qualcosa di leggermente più scientifico.
E oggi finalmente siamo partiti.
Questa è la prima fotografia del suo anno fuori sede.
Siamo nell’appartamento di Luca.
È dopocena.
Luca è stato dentro la dimensione relazionale tutto il giorno, ha lavorato, riso, deciso, riflettuto e fatto cose e adesso facciamo un giro di Indovina Chi? che trovo un magnifico inizio per un progetto di vita sperimentale costato mesi di elaborazione: Freud aveva il lettino, Skinner la box, noi abbiamo un signore coi baffi come calcio di inizio partita.
Con Luca c’è Andrea Urbani, educatore professionale e tecnico del comportamento in formazione, al quale diamo un grande benvenuto e che entra ufficialmente nella squadra in quello stato di innocenza tipico delle prime puntate, quando ancora pensi che gli oggetti rimarranno al proprio posto.
Andrea, sei un ottimista.
Negli appartamenti fuori sede gli oggetti migrano.
Una forbice lasciata in cucina può essere ritrovata dopo cinque giorni nel frigorifero e un paio di scarpe nell’armadio.
Nessuno sa perché.
«Chi l’ha portata qui?»
Tutti:
«Non io.»
Quattro persone.
Una forbice.
Nessun colpevole.
La forbice si è spostata per motivazione intrinseca.
Poi c’è Ale TT, il nostro Jolly ABA, che è esattamente quel tipo di presenza che in una casa condivisa dopo poco diventa fondamentale, perché quando tutti stanno cercando qualcosa lui potrebbe già averla in mano.
«Serve un cacciavite.»
Ale TT lo appoggia sul tavolo.
«Ma da dove—»
Non importa.
«Serve una prolunga.»
Eccola.
«Serve una cosa per—»
«Questa?»
È quella.
Dopo sei mesi basterà che qualcuno dica:
«Ale…»
e lui risponderà:
«Grande o piccolo?»
Nessuno avrà ancora formulato il sostantivo.
E poi c’è Serena Cassisi, futura psicologa, tecnico del comportamento, in formazione da un anno e mezzo, che non vedete perché sta facendo la fotografia e che ha quindi già assunto il ruolo inevitabile di quella persona che alla fine dell’anno possiederà 60000 immagini dell’esperienza e comparirà personalmente in diciotto, di cui una mossa e una con gli occhi chiusi.
«Serena, fai una foto spontanea.»
E da quel momento nessuno è più spontaneo.
Andrea dimentica dove mettere le braccia.
Ale TT assume l’espressione di un uomo convocato per il riconoscimento all’americana.
Io comincio a dirigere:
«Luca perfetto, lasciate Luca com’è. Andrea un po’ più a sinistra. Non quella sinistra. Ale TT naturale.»
Tatiana taci, modello di auto monitoraggio.
Ale TT:
«Come?»
NATURALE.
La parola più pericolosa mai pronunciata davanti a una macchina fotografica.
Serena tiene il telefono alzato per tre minuti mentre quattro adulti perdono progressivamente sensibilità facciale.
Poi scatta.
«Bella.»
«Ne facciamo una verticale?»
E Serena comprende finalmente che la psicologia è stata la scelta facile.
Ma arriviamo alla cosa che mi interessava davvero questa sera.
Finisce la partita.
Andrea e Ale TT stanno aiutando Luca a sistemare le tessere con full prompt.
E Luca quelle tessere è assolutamente in grado di sistemarle autonomamente.
Lo sappiamo.
Proprio per questo, questa sera, non me ne importa niente.
Perché il target non era raccogliere le tessere.
Il target era l’ingaggio.
Era cominciare.
Era stare bene.
Era prendere la misura dell’appartamento, delle persone, della sera, della nuova quotidianità.
E qui ritorna il nostro ventiduenne universitario.
È stanco.
Ha cenato.
Sta giocando con i coinquilini.
Finiscono.
Uno raccoglie le carte anche per lui.
Nessuno urla:
«FERMO! SE GLIELE RACCOGLI TU NON DIVENTERÀ MAI INDIPENDENTE!»
Perché sembrerebbe un pazzo.
E invece, quando una persona è autistica, dobbiamo stare attentissimi a non trasformare ogni gesto di aiuto in una minaccia teorica all’autonomia.
Se qualcuno raccoglie una tessera per Luca, Luca non dimentica improvvisamente come si raccolgono le tessere.
Esattamente come il ragazzo universitario non perde la capacità di cucinare perché stasera cucina il coinquilino.
Altrimenti le case condivise sarebbero terrificanti.
«Raga, faccio il caffè, chi lo vuole?»
«Io.»
«NO, MATTEO, TU SAI USARE LA MOKA.»
«Sì, ma lo sta facendo lui.»
«NON REGREDIRE.»
«VOLEVO UN CAFFÈ.»
Oppure:
«Ti porto io la borsa.»
«NO, GIULIA POSSIEDE LA COMPETENZA.»
Dopo due giorni Giulia cambia appartamento.
E avrebbe ragione.
La cosa straordinaria è che ai ragazzi a sviluppo regolare concediamo continuamente di non essere indipendenti pur essendolo.
Ed è meraviglioso.
È amicizia.
È convivenza.
È relazione.
È quello che succede quando alle due di notte uno dice:
«Ragazzi, mi sono lasciato.»
E il coinquilino che il giorno prima gli aveva quasi dichiarato guerra per una padella si siede accanto a lui.
«Vuoi parlarne?»
«No.»
«Pizza?»
«Sì.»
Fine dell’intervento.
Outcome eccellente.
Tra quattro anni quello stesso ragazzo racconterà che le persone più importanti dell’università sono state proprio quelle con cui ha condiviso una casa, un frigorifero, bollette, amori disastrosi, sessioni d’esame, notti assurde, cene immangiabili e litigate di una violenza diplomatica impressionante sulla temperatura del termosifone.
«Ventidue gradi.»
«VENTIDUE? VUOI COLTIVARE BANANE IN SALOTTO?»
«Io ho freddo.»
«METTITI UNA FELPA.»
Questa discussione non verrà mai risolta.
Saranno amici per trent’anni.
Ed è questa la parte che voglio dentro l’anno di Luca.
Non soltanto l’autonomia.
Le esperienze che rendono desiderabile l’autonomia.
Non soltanto saper vivere in un appartamento.
Avere qualcosa da vivere dentro quell’appartamento.
Non soltanto imparare a fare.
Avere persone con cui fare, non fare, sbagliare, ridere, stare.
Perché forse la discriminazione più feroce nei confronti dei giovani adulti autistici non è soltanto dire:
«Questo non lo sa fare.»
È organizzare il mondo in modo tale che non arrivi mai il momento in cui potrebbe impararlo vivendo.
Il ragazzo a sviluppo regolare può essere impreparato e partire.
Il ragazzo autistico rischia di dover essere pronto prima ancora di poter cominciare.
E io questa logica voglio ribaltarla.
Non aspettare che Luca sia “pronto per un anno fuori sede”.
Costruire un anno fuori sede nel quale Luca possa continuare a diventare pronto per sempre più cose.
Come fanno gli altri.
Con più progettazione.
Con sostegni diversi.
Con dati.
Con l’ABA.
Ma soprattutto con la vita dentro.
Quindi eccoci qui.
Prima sera.
Prima fotografia.
Primo dopocena.
Luca è arrivato da Torino.
Andrea è ufficialmente nella squadra.
Serena ha già capito che non comparirà nell’album.
Ale TT è il nostro Jolly ABA.
Indovina Chi? è sopravvissuto.
Le tessere sono state raccolte con full prompt per procura 😂
E soprattutto, per una sera, un ragazzo autistico di ventidue anni non ha dovuto dimostrare di meritarsi la propria esperienza adulta raccogliendo correttamente del cartoncino.
Ha fatto una cosa molto più normale.
Ha cominciato a viverla.
E adesso abbiamo un anno davanti.
Che, se assomiglierà anche soltanto un po’ ad un anno fuori sede di un ragazzo neurotipico, produrrà autonomie, relazioni, competenze, amicizie, ricordi e almeno un oggetto che sparirà dall’appartamento e verrà ritrovato a maggio 2040 in un posto assolutamente inspiegabile.
Quando succederà, nessuno faccia domande.
Quella sì che sarà generalizzazione.