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Lo sciopero generale del 1926: dieci giorni che non riuscirono a sconvolgere il mondo 29/05/2026

Lo sciopero generale del 1926: dieci giorni che non riuscirono a sconvolgere il mondo

A distanza di cento anni, lo sciopero generale del 1926 rimane un evento leggendario: di fronte ai livelli relativamente bassi delle lotte di classe degli ultimi decenni, molti oggi lo guardano attraverso gli occhiali colorati di rosa di una nostalgia fuori luogo. Probabilmente la più grande vertenza sindacale nella storia della Gran Bretagna, durò solo dieci giorni (nove se si conta a partire dal 4 maggio) prima di essere revocata dalla leadership sindacale. Cogliere le lezioni del 1926 significa capire perché si concluse in quel modo: con speranze deluse e il mancato raggiungimento dei suoi obiettivi.

La Gran Bretagna del dopoguerra

“Ci era stato detto che quella era «la guerra per porre fine alle guerre» e alcuni di noi, almeno, ci credettero. Può sembrare straordinariamente ingenuo, ma penso che si dovesse crederci. Tutto quel fango, quel sangue e quella bestialità avevano senso solo partendo dal presupposto che fosse l’ultima volta che l’uomo civilizzato avrebbe dovuto sopportarli. Non potevo credere che chiunque l’avesse vissuta potesse mai permettere che accadesse di nuovo. Pensavo che l’uomo comune di entrambe le parti si sarebbe ribellato all’unisono e avrebbe preso a calci nei denti qualsiasi politico che avesse anche solo accennato alla possibilità di una guerra.”

Tenente John Nettleton, Brigata dei Fucilieri, citato in: Peter Hart, 1918: A Very British Victory, 2009

Quattro anni di guerra generalizzata lasciarono profonde cicatrici sulla società europea. Le rivoluzioni abbatterono gli imperi russo e tedesco, si formarono nuovi Stati indipendenti, i confini cambiarono ripetutamente e divamparono nuove dispute territoriali. La Gran Bretagna, il più antico Stato capitalista, riuscì a evitare parte dei disordini osservati nel continente e, nonostante la Rivolta di Pasqua in Irlanda e il movimento per l’autonomia in India, conservò in gran parte il proprio Impero all’estero.

Ciononostante, si erano verificati importanti cambiamenti all’interno della società britannica. La guerra smorzò l’ondata crescente di scioperi operai che aveva caratterizzato il periodo del Grande Malcontento.(1) L’economia britannica fu riorientata verso la produzione bellica e il patriottismo divenne il più alto dovere civico. Le azioni sindacali nelle industrie belliche furono dichiarate illegali in base al Defence of the Realm Act del 1914, che conferiva inoltre al governo il potere di p***eguire chiunque fosse ritenuto un pericolo per lo sforzo bellico (ciononostante, gli scioperi continuarono, così come altre lotte sociali, ad esempio contro gli aumenti degli affitti o contro la coscrizione). Le tendenze verso un maggiore intervento statale nell’economia si acuirono e i legami tra i sindacati e lo Stato si rafforzarono. Con la mobilitazione degli uomini, la carenza di manodopera fu colmata integrando le donne nella forza lavoro su una scala senza precedenti.

La firma del Trattato di Versailles significò apparentemente un ritorno alla normalità. Tuttavia, la classe dirigente britannica riconobbe che le cose non potevano rimanere esattamente come erano, non con la minaccia di una rivoluzione che incombeva sull’Europa dopo gli eventi dell’ottobre 1917. A tal fine, ai soldati smobilitati fu promessa una “terra degna di eroi”. Estendendo il diritto di voto a tutti gli uomini di età superiore ai 21 anni e a tutte le donne di età superiore ai 30 anni, il governo sperava di far sentire i lavoratori parte integrante del sistema. L'introduzione di alcune politiche di base in materia di assicurazione e welfare mirava ad alleviare la povertà e a facilitare l'ingresso delle persone nel mercato del lavoro. Questo però non fu sufficiente. Ciò che molti soldati trovarono al loro ritorno fu la disoccupazione, la mancanza di una casa e l’inflazione. Ci volle del tempo perché l’economia britannica si riadattasse alle realtà del dopoguerra e, nel frattempo, ci si aspettava che fossero i lavoratori a sopportarne i costi. Non sorprende quindi che alcune significative lotte operaie scoppiarono prima nel 1919 e poi di nuovo nel 1921. I minatori ebbero un ruolo chiave in questo contesto e fu proprio la loro vertenza a scatenare lo sciopero generale del 1926.

I minatori

A causa della guerra, verso la fine del 1916 il governo iniziò a nazionalizzare le miniere, al fine di garantire un approvvigionamento energetico sufficiente per il Paese. Ai minatori furono concessi aumenti salariali per preve**re gli scioperi e mantenere la forza lavoro (molti si arruolavano nell’esercito proprio per sfuggire alle terribili condizioni di lavoro). Con la fine della guerra, la domanda di carbone subì un drastico calo. Inoltre, in base al Trattato di Versailles, gli alleati costrinsero la Germania a pagare le riparazioni, che includevano forniture di carbone. I mercati europei erano ormai saturi e, di conseguenza, il prezzo del carbone crollò. Ciò ebbe un effetto deleterio sull'industria carbonifera britannica: inevitabilmente, gli attacchi alle condizioni di lavoro dei minatori furono visti come la soluzione. Nel marzo 1921, le miniere tornarono ai proprietari privati, che imposero immediatamente salari più bassi e orari di lavoro più lunghi ai minatori. I minatori che si rifiutarono di accettare le nuove condizioni furono oggetto di serrate che durarono tre mesi. E poi, il 15 aprile 1921, i sindacati dei ferrovieri e dei trasporti si rifiutarono di sostenere i minatori, rompendo di fatto la cosiddetta “Triplice Alleanza” stabilita tra quei sindacati nel lontano 1914. A testimonianza del cupo clima di tradimento, quel giorno fu da allora in poi soprannominato “Venerdì Nero”. I minatori furono di fatto costretti a tornare al lavoro per fame, ma il peggio doveva ancora ve**re.

La decisione dell’allora Cancelliere dello Scacchiere Churchill di tornare al sistema aureo nel 1925, dopo che era stato abbandonato all’inizio della guerra, portò a un ulteriore apprezzamento della sterlina e sconvolse nuovamente l’esportazione di carbone e acciaio. Così, invece di una prosperità postbellica, nel giugno 1925 furono annunciati ulteriori tagli salariali per i minatori. A differenza di quattro anni prima, questa volta la risposta degli altri sindacati fu più proattiva. Per evitare la possibilità di uno sciopero generale nell’immediato, il governo concesse un sussidio per scongiurare i tagli salariali nelle miniere. Tuttavia, questa misura fu intesa da tutte le parti come temporanea, capace solo di ritardare l’inevitabile. Mentre i leader sindacali tergiversavano, la classe dirigente colse l’occasione per radunare le forze. La polizia, l’esercito e la marina furono messi in stato di allerta, e l’Organizzazione per il Mantenimento dei Rifornimenti (OMS), di destra, fu assorbita dal governo per radunare volontari per la repressione dello sciopero (questi provenivano principalmente dagli strati della classe media: vari professionisti, ufficiali dell’esercito in pensione, giovani che lavoravano nella finanza e studenti universitari).

Infine, il 10 marzo 1926, una commissione reale istituita da Stanley Baldwin, allora primo ministro conservatore, raccomandò la fine del sussidio e tagli salariali del 13,5%. I negoziati con il sindacato fallirono il 1° maggio e i padroni misero nuovamente in serrata i minatori. Il Trades Union Congress (TUC), che si era assunto la responsabilità di guidare la vertenza per i minatori, voleva evitare uno sciopero generale e cercò di riaprire i colloqui, ma le sue opzioni erano ormai sempre più limitate e alla fine fu annunciata una “azione sindacale coordinata” a sostegno dei minatori con inizio il 3 maggio.

Lo sciopero generale

“Lo sciopero generale è una sfida al parlamento e la strada verso l'anarchia e la rovina”.

Baldwin, British Gazette, 6 maggio 1926

Il 3 maggio, a un minuto dalla mezzanotte, lo sciopero generale ebbe ufficialmente inizio. L'appello riscosse grande successo e tra 1,5 e 2 milioni di lavoratori si unirono ai minatori. La maggior parte di questi proveniva dai settori dei trasporti, dell'industria pesante e dell'energia, nonché dai settori della stampa e dell'edilizia, ma il TUC li fece scioperare in ondate scaglionate. Di conseguenza, i trasporti pubblici erano quasi paralizzati e i quotidiani nazionali non potevano essere stampati (il governo dovette trasmettere la maggior parte dei suoi annunci via radio). Al fine di mantenere il controllo sul movimento che si era scatenato, il Consiglio Generale del TUC istituì dei sottocomitati per dirigere lo sciopero a livello centrale (che alla fine si fusero nel Comitato di Organizzazione dello Sciopero guidato da Ernest Bevin del Partito Laburista). Tuttavia, furono i Consigli di Categoria esistenti o i nascenti Consigli d’Azione a organizzare effettivamente le cose sul campo. La distinzione tra questi organismi non era sempre netta:

“L'organo di controllo in ogni città aveva nomi diversi. Spesso il consiglio di categoria si trasformava in un consiglio d'azione (a Ilford un «comitato d'azione»), e un comitato di sciopero centrale, o congiunto, a volte lavorava in armonia (o meno) con esso. A Basingstoke c'era un comitato di vigilanza, altrove c'erano generalmente comitati di sciopero separati per ogni settore – a volte che non accettavano alcun controllo congiunto. ... Questi comitati o consigli mantenevano un carattere locale e non erano federati né controllati a livello regionale, tranne che nel Merseyside, a Dartford (un consiglio divisionale) e nel Northumberland e a Durham (un consiglio generale).”

Raymond Postgate, The Workers' History of the Great Strike, 1927

Il funzionamento di questi Consigli d’Azione, essenzialmente comitati di sciopero, era tutt’altro che agevole. Sebbene alcuni fossero già stati costituiti alla fine del 1925, la maggior parte vide la luce solo dopo l’inizio dello sciopero. Alcuni erano in competizione tra loro e altri rappresentavano solo gli interessi ristretti di un particolare sindacato. E, sebbene non tutte le direttive centrali fossero sempre seguite, alla fine non si liberarono mai dall’influenza soffocante del TUC. Ma nel loro momento migliore, permisero il coordinamento dello sciopero al di là delle divisioni settoriali e di categoria, produssero i propri bollettini di sciopero, organizzarono picchetti di massa, fornirono mense per gli scioperanti e le loro famiglie e in alcune città riuscirono persino a esercitare un certo controllo sul movimento di persone e merci.

Man mano che lo sciopero procedeva, ci furono scontri in tutto il paese. I lavoratori cercarono di bloccare fisicamente il traffico e entrarono in alterchi con i crumiri. La polizia tentò di disperdere i picchetti con la forza, fece irruzione negli uffici dei sindacati e dei partiti politici e arrestò lavoratori per il semplice fatto di aver distribuito un bollettino di sciopero. Ci furono atti di sabotaggio per impedire la circolazione di treni o autobus. Alcuni Consigli d’Azione formarono i propri Corpi di Difesa dei Lavoratori e Corpi Speciali di Picchetto per mantenere l’ordine.

Il 6 maggio Baldwin dichiarò che «il governo costituzionale è sotto attacco» da parte dei sindacati. Il giorno successivo il governo informò le forze armate che qualsiasi azione intraprendessero per «aiutare il potere civile» avrebbe ricevuto il suo pieno sostegno. Il TUC rispose chiarendo che «non intendeva sostituirsi al governo costituzionale», né era «desideroso di minare le nostre istituzioni parlamentari». Nonostante tutte queste minacce e intimidazioni, il movimento di sciopero non faceva che rafforzarsi. Nemmeno l’OMS, responsabile del reclutamento dei volontari e vista da alcuni come una sorta di “squadra d’assalto fascista”, riuscì a neutralizzarlo: la maggior parte dei volontari non aveva l’esperienza necessaria per svolgere adeguatamente il lavoro dei lavoratori in sciopero e, ovviamente, era fuori discussione che scendessero nelle miniere.

Eppure, il 12 maggio, il Consiglio Generale del TUC si incontrò con il governo a Downing Street e – senza consultare i lavoratori in sciopero, senza alcuna garanzia di un accordo per i minatori, né assicurazioni che non ci sarebbero state ritorsioni – i leader sindacali improvvisamente revocarono lo sciopero. Questa decisione inizialmente fu accolta con incredulità e sconcerto. Il Workers' Chronicle, pubblicato dal Newcastle Trades Council of Action, non usò mezzi termini: «Mai nella storia della lotta della classe operaia – ad eccezione del tradimento dei nostri leader nel 1914 – c’è stato un tradimento così calcolato degli interessi della classe operaia come quello che ci ha colpiti questa settimana.»(2) Il 13 maggio si unirono allo sciopero più persone che in qualsiasi giorno precedente, dimostrando che c’era ancora una reale voglia di lottare. Ma il movimento non proseguì oltre, poiché i sindacati e lo Stato, di concerto, riuscirono a far tornare i lavoratori al lavoro.

I minatori, ormai soli, continuarono a rifiutarsi di accettare i tagli salariali e rimasero in sciopero fino a novembre. Sebbene fossero stati istituiti fondi di soccorso locali e fossero state ricevute alcune donazioni dall’URSS, la fame e la povertà li costrinsero infine ad arrendersi.

“Fino a novembre ci fu una brocca di zuppa al giorno; due volte ricevemmo mezza corona dai soldi inviati dai russi, e una o due volte ricevemmo otto scellini a turno per spalare il carbone grezzo che gli ospedali potevano utilizzare come combustibile. E questo era tutto. Vivevo in un alloggio a 2 sterline a settimana e dovevo restituire ogni penny in seguito. Se eri sposato era peggio; dovevi vendere i mobili; se ti davano il sussidio parrocchiale, ti dicevano: «Non hai bisogno di quel tappeto; perché vuoi quelle tende eleganti?»”

John Campbell, minatore scozzese, citato in: R.A. Leeson, Strike: A Live History, 1973

La sconfitta dello sciopero ebbe anche conseguenze più ampie. L’adesione ai sindacati calò e subentrò la letargia. I difensori del sistema capitalista, compresi quelli di sinistra, esultarono e pensarono che sarebbe stato il colpo di grazia all’idea che lo sciopero potesse ottenere qualcosa. E per consolidare la loro vittoria, il governo approvò il Trade Disputes and Trade Unions Act del 1927, che vietava gli scioperi di solidarietà e imponeva restrizioni ai picchetti di massa (fu abrogato nel 1946 ma poi ripristinato sotto la Thatcher).

Gli attori politici

Il Partito Laburista fu fondato nel 1900, in occasione di una conferenza sponsorizzata dal TUC, come comitato di rappresentanza politica dei sindacati in Parlamento. Nel 1926 ebbe il suo primo mandato di governo con il breve ministero di Ramsay MacDonald del 1924 (quando p***e un voto di sfiducia, Baldwin tornò al potere). Pur aggrappandosi alla retorica socialista, MacDonald rivelò rapidamente da quale parte della lotta di classe si schierasse: il suo governo rifiutò di sostenere i lavoratori ferroviari nella loro vertenza e poi invocò l’Emergency Powers Act del 1920 in risposta agli scioperi nei porti e nella metropolitana di Londra. Non sorprende quindi che i lavoratori non potessero contare sul Labour, il partito della sinistra capitalista, per schierarsi dalla loro parte nel 1926. C'era anche l'Independent Labour Party (ILP), apparentemente di carattere più socialista ma essenzialmente un gruppo di pressione all'interno del Labour, con membri che avevano la doppia tessera (fino ai vertici: lo stesso MacDonald era nell'ILP). Così, sebbene l'ILP esprimesse sostegno allo sciopero, sosteneva una politica di moderazione e non proponeva alcuna strategia rivoluzionaria.

I lavoratori con una mentalità più militante potevano rivolgersi al Partito Comunista della Gran Bretagna (CPGB), che nei mesi precedenti lo sciopero aveva preso più sul serio la necessità di una preparazione concreta della lotta. In realtà, questo processo di radicalizzazione era stato anticipato sia dal Partito Laburista (che aveva preventivamente escluso dalle proprie file i membri del CPGB) sia dal governo conservatore (che aveva preventivamente fatto arrestare i membri di spicco del CPGB).

Nel 1924 il CPGB istituì il Movimento Nazionale delle Minoranze, guidato da Tom Mann, al fine di ampliare la propria influenza tra la classe operaia e i sindacati. Fu questa organizzazione a prendere l’iniziativa di creare i Consigli d’Azione – sebbene la leadership del CPGB avvertisse che «non doveva esserci alcun organismo rivale del Consiglio dei Sindacati».(3) Ed è questo che caratterizzava le prospettive contraddittorie del CPGB: da un lato, il partito sosteneva l’estensione dello sciopero e la sua trasformazione in una potente arma di lotta; dall’altro, il partito faceva di tutto per incatenare il movimento entro i confini del “Movimento Laburista” ufficiale. Le ragioni di ciò risalgono al processo mal gestito di formazione del CPGB nel 1920 e alle direttive politiche che ora provenivano da Mosca. A causa del fallimento dell’ondata rivoluzionaria in Europa e dell’isolamento dell’URSS, la Terza Internazionale imponeva sempre più ai partiti comunisti affiliati politiche che tendevano all’appeasement con il mondo capitalista invece che alla rivoluzione mondiale – nel Regno Unito, ciò era indicato, ad esempio, dalla formazione del Comitato anglo-russo nel 1925, essenzialmente un tentativo di “fronte unico” tra la burocrazia dei sindacati britannici e sovietici. Quindi, nonostante il fatto che molti membri del CPGB avessero svolto un ruolo significativo nel movimento, il partito nel suo complesso non riuscì a fungere da punto di riferimento rivoluzionario affidabile.

La politica del “fronte unico” costrinse il CPGB a considerare la leadership del TUC e il Partito Laburista come possibili alleati. Quando lo sciopero generale si concluse con una sconfitta, ci furono alcune dispute interne al partito sul fatto che si fosse fatto abbastanza per denunciare il “tradimento” del Consiglio Generale del TUC, ma il problema andava oltre. Il CPGB fondamentalmente non capiva il ruolo strutturale che il TUC svolgeva come organo di mediazione tra lavoratori e padroni. I leader del TUC non «tradirono» i lavoratori, quanto piuttosto adempirono alla funzione che era loro destinata. Il CPGB limitò la sua analisi a un fallimento della leadership:

“Questo sciopero non è stato spezzato dal potere della classe capitalista, ma dal fallimento della leadership di destra. Il fallimento della leadership di destra non è un temporaneo cedimento di coraggio o di giudizio, ma un fallimento dell’intera politica che hanno p***eguito”.

Comitato esecutivo del CPGB, «Why the Strike Failed», Workers' Weekly, 4 giugno 1926

Naturalmente il sentimento espresso qui è che i comunisti avrebbero dovuto occupare invece posizioni di leadership. Ma i pericoli di ciò erano già evidenti alcuni anni prima – nel 1921, Robert Williams, il presidente della Federazione Nazionale dei Lavoratori dei Trasporti che prese la famigerata decisione di non sostenere i minatori nel “Venerdì Nero”, era egli stesso in realtà un membro del CPGB. Per questo fu espulso dal partito e rientrò nel Labour; tuttavia, episodi come quello avrebbero dovuto sollevare questioni politiche più ampie sul fatto che sia il comunista a cambiare la leadership della burocrazia sindacale, o se sia la burocrazia sindacale a cambiare il comunista. Come se ciò non bastasse, per sfidare la “dirigenza di destra” il CPGB chiese... più potere al Consiglio Generale del TUC e un ulteriore intreccio con il compromesso Partito Laburista!

“Una campagna di riorganizzazione sindacale volta a: (1) garantire l’adesione sindacale al 100%, (2) conferire maggiori poteri al Consiglio Generale, (3) rafforzare i centri locali di solidarietà della classe operaia attraverso la creazione di comitati di fabbrica e consigli di categoria più influenti. ... Lo sviluppo di una politica e di una leadership di sinistra all'interno del Partito Laburista, attorno a un programma di rivendicazioni della classe operaia che sfidi il capitalismo in modo radicale e il coordinamento dell'attività parlamentare con il movimento di massa all'esterno”.

Comitato Esecutivo del CPGB, “Why the Strike Failed”, Workers' Weekly, 4 giugno 1926

In altre parole, nel 1926 ai lavoratori militanti mancava un'organizzazione politica indipendente dal Partito Laburista e dai suoi sindacati. Gruppi come il Socialist Labour Party (SLP), il Socialist Party of Great Britain (SPGB), il Communist Workers' Party (CWP) di Sylvia Pankhurst o l'Anti-Parliamentary Communist Federation (APCF) di Guy Aldred, a quel punto si erano sciolti, erano ridotti a un'esistenza locale marginale o non erano riusciti a interve**re in modo significativo nel movimento. L'APCF contrappose giustamente allo slogan del CPGB «Tutto il potere al Consiglio Generale» lo slogan «Nessun potere al Consiglio Generale» e «Tutto il potere ai lavoratori attraverso i comitati di sciopero e le assemblee di massa» (4) – tuttavia, il numero speciale del giornale in cui questi slogan furono proposti fu pubblicato quattro giorni dopo che lo sciopero era già stato revocato. Anche l’SPGB commentò lo sciopero dopo la sua conclusione, riassumendo che la lezione principale era «Fidatevi e sarete traditi» e che «agli stessi “leader” era stato affidato il potere, e hanno agito secondo le stesse linee di prima» (5), ma non propose alcuna linea d’azione alternativa che i lavoratori potessero intraprendere nella loro lotta.

Le lezioni

“Finché è durato, però, è stato bello; uno stile di vita organizzato, basato sul non lavorare. È stato bello come un corso universitario. Abbiamo ospitato relatori, come Tommy Jackson, il docente marxista, e abbiamo offerto loro un pubblico numeroso. Un pubblico vincolato, in realtà, perché non andavamo da nessuna parte. Così abbiamo usato il tempo per imparare; si può imparare qualcosa anche da una sconfitta. E bisogna ricordare che tutte le grandi battaglie di quei giorni furono azioni di retroguardia che combattemmo e perdemmo – 1921, 1925, 1926”.

John Collinson, minatore di Durham, citato in: R.A. Leeson, Strike: A Live History, 1973

Fin dal 1926, gran parte della sinistra britannica non ha fatto altro che ripetere la linea del CPGB secondo cui la sconfitta dello sciopero generale era dovuta a un fallimento della leadership. E ogni volta che c’è un segno di intensificazione dell’azione sindacale, come più recentemente durante l’ondata di scioperi del 2022/23,(6) si sentono le stesse richieste al TUC di dichiarare uno sciopero generale. In altre parole, le lezioni del 1926 non sono state imparate.

Al contrario, cinquant’anni fa la neonata Communist Workers’ Organisation (CWO) scriveva:

“Una lezione preziosa che è emersa dallo sciopero generale è stata quella di mostrare chiaramente la natura dei sindacati. Nel criticare il ruolo dei sindacati dobbiamo chiarire che non si tratta semplicemente di leader cattivi, stupidi o reazionari, ma che i sindacati stessi sono parte integrante dello Stato capitalista. Non cerchiamo di riformare i sindacati, ma piuttosto di abolirli insieme a tutti gli altri aspetti del capitalismo. Che i sindacati fossero strettamente legati allo Stato capitalista divenne evidente a molti nel 1914, quando si schierarono con fermezza a sostegno della guerra imperialista. Ma per molti lavoratori la presa di coscienza del nuovo ruolo dei sindacati come parte dello Stato non sarebbe arrivata fino allo sciopero generale. ... Per i sindacati lo sciopero generale è stato una rottura con il loro precedente ruolo di parlamentarismo, una disavventura sindacalista da non ripetere mai più. ... Per la classe lo sciopero generale non può mai essere la via da seguire. Imposto com’è dai sindacati che agiscono per contenere la lotta a favore dello Stato capitalista, riflette solo la debolezza e la demoralizzazione di una classe operaia sconfitta. Oggi, mentre la classe operaia continua a combattere gli attacchi del capitale, qualsiasi attività di sciopero generalizzato non sarà il risultato di una chiamata all’«azione» da parte dei burocrati sindacali, ma la risposta della classe operaia per approfondire e generalizzare il proprio movimento al fine di portarlo a un livello superiore. Tuttavia, questo non sarà uno sciopero generale come nel 1926, ma uno sciopero di massa prodotto dalla necessità di unificare le lotte della classe contro lo Stato.”

CWO, Workers' Voice, n. 18, aprile/maggio 1976

Nel 1926, sia la classe dominante che i falsi amici all’interno del Partito Laburista e della burocrazia sindacale temevano la stessa cosa: il potere organizzato della classe operaia. J. R. Clynes, membro del Consiglio Generale, lo affermò chiaramente proprio in quell’occasione, al congresso del TUC del 1925: «Non temo la classe capitalista. L'unica classe che temo è la nostra.»(7)

Oggi, proprio come un secolo fa, è compito storico dei lavoratori riscoprire quel potere che ha il potenziale di scuotere le fondamenta dell'ordine mondiale capitalista e salvare l'umanità da un futuro di guerre infinite, crisi economiche e distruzione ambientale.

Dyjbas

Communist Workers' Organisation

November 2025

Lo sciopero generale del 1926: dieci giorni che non riuscirono a sconvolgere il mondo A distanza di cento anni, lo sciopero generale del 1926 rimane un evento leggendario: di fronte ai livelli relativamente bassi delle lotte di classe degli ultimi decenni, molti oggi lo guardano attraverso gli occhiali colorati di rosa di una nostalgia fuori luogo. Probabilmente la più grande verten...

29/05/2026

Guerra alla guerra

Ogni anno la spesa riservata agli armamenti cresce sempre di più.
Secondo il SIPRI, un centro di ricerca di Stoccolma dedicato a misurare gli investimenti bellici, nel 2025 sono stati spesi, in tutto il mondo, 2887 miliardi di dollari in armi.
Rispetto al 2024, l’Italia ha avuto una crescita del 20% nelle spese militari, con un investimenti dal valore stimato di 48,1 miliardi di euro.
Da sottolineare che, secondo i valori Istat del 2024, nel nostro paese 5,7 milioni di persone vivevano sotto la soglia di povertà assoluta.
Su una popolazione di 59 milioni d’abitanti, ciò significa che circa un cittadino su dieci si trova in condizioni di povertà.
Il clima nel resto d’Europa non è migliore. In Germania, in seguito alla reintroduzione della leva militare obbligatoria, tutti i maschi tra i 17 e i 45 anni devono ottenere un'autorizzazione dall’esercito per poter compiere soggiorni all'estero più lunghi di tre mesi.
Ormai gli Erasmus sono fuori moda; ai giovani tedeschi viene ricordato che le loro vite contan poco quando c’è una patria per cui morire!
Tra quanto questo sarà imposto a noi giovani italiani?
Sia chiaro; la soluzione dinanzi a queste barbarie non è il semplice cambio di governo oppure l’appoggiare il “male minore”.
I partiti di opposizione, come PD e Movimento Cinque Stelle, non avrebbero problemi nell’ubbidre alle logiche di mercato e dell’imperialismo, come hanno già ampiamente dimostrato in passato durante i loro governi.
Se un domani toccasse al loro governo difendere la “patria” e la “democrazia”, non ci sarebbe esitazione nel reprimere ogni dissenso “antipatriottico” con apposite leggi, pienamente in accordo con la Costituzione che, col suo articolo 52, sancisce il sacro dovere di crepare per la nazione e i suoi grandi gruppi economici.
Noi non ci stancheremo mai di ribadire che i lavoratori non hanno patria.
L’idea di “patria” , di nazione altro non è che una menzogna, della propaganda utile ai padroni, tanto “democratici” quanto autoritari, per giustificare le loro guerre di saccheggio volute dai rispettivi grandi gruppi!
I salariati d’ogni Stato, chi in misura maggiore, chi in misura minore, condividono il fatto di dover vendersi sul mercato del lavoro per ti**re a campare. Tanto il lavoratore italiano quanto quello russo o ucraino, cinese o americano, soffre l’incertezza del domani. Loro vedono i propri salari sempre più ristretti ed una classe dominante che esige sempre più sudore per riempire le sue già strapiene tasche!
Un domani, e in certi casi già oggi, questi lavoratori saranno spediti a morire in nome della loro “patria”, che lo vogliano o meno.
Eppure un altro mondo è possibile. Cosa impedisce a questi miliardi di persone di convivere insieme nel lavoro, condividendo i frutti dell’abbondanza resa possibile da uno sviluppo tecnico senza precedenti?
A chi dice che ciò impossibile, per innata cattiveria umana o qualche insormontabile differenza culturale, è consigliato controllare la provenienza dei suoi vestiti.
Gli uomini già sono legati da una catena produttiva lunga migliaia di chilometri. I prodotti dai più
svariati continenti sono lavorati. Il cotone egiziano viene raccolto poi trasportato fino in Cina per poi essere trasformato in vestiari da rivendere in Europa.
La produzione è già libera dai confini nazionali ed è grazie questo che si riesce ad avere un’enorme abbondanza.
Purtroppo questa abbondanza viene macchiata dallo sfruttamento e da ogni sorta di problema, dall’inquinamento alla bassa qualità dei prodotti. Per di più, questa abbondanza è concessa solo dietro pagamento di un prezzo che non garantisce degna vita ai lavoratori che l’hanno resa possibile, ma soltanto l'arricchimento dell’industriale di turno
Finché sarà il Dio profitto a regnare sulla produzione queste ne saranno le conseguenze. I magnifici frutti dello sforzo collettivo umano sono lasciati a marcire in nome degli interessi del capitale, a cominciare di quelli dei grandi gruppi che con la loro propaganda, le loro televisioni e i loro social gridano alla guerra e all’odio verso lo straniero, così da giustificare le loro guerre!
Soltanto quando la produzione sarà strappata alla ricerca di profitto di pochi e sarà riconsegnata alle necessità dell’intera specie umana si potranno gettare nella pattumiera della storia guerre e razzismo e sfruttamento.
Ma questa liberazione non casca dal cielo; bisogna gettarne i semi già da oggi, costruendo l’unica organizzazione capace di unire e di rafforzare l’unità internazionale dei lavoratori: il Partito rivoluzionario
Purtroppo quest’organizzazione è debole, troppo debole! Dobbiamo rafforzarla!
Sosteniamo il partito, leggiamone gli articoli e diffondiamone la stampa!
Non abbiamo nulla da perdere che le nostre catene!
Venerdì, May 29, 2026

https://www.leftcom.org/it/articles/2026-05-29/guerra-alla-guerra

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