14/06/2026
IL NORD ILLIBATO PER DELIBERA DEL CSM
Un caso che dimostra la strutturalità dell’intracolonialismo
di Sebastiano Abbenante
Questa notizia va letta tutta e incorniciata.
E’ una notizia che, se oggetto di riflessione, decreta l’intracolonialità della Repubblica italiana. Quel sistema di subordinazione geografica che alimenta di capitali pubblici e legislazione di favore certe aree della repubblica a sottrazione di altre, perennemente colonizzate.
Accade che l’11 giugno la quinta commissione del CSM viene chiamata a individuare le procure collocate in “zone ad alta densità mafiosa”. In tali procure, ai fini delle nomine di vertice, l’organo del CSM considera decisiva l’esperienza maturata in indagini e processi di mafia. Nelle procure fuori da quella lista non sono richiesti quei requisiti di esperienza sulla criminalità mafiosa.
Quali le procure escluse dalla lista infame? Quelle delle città del nord, Bologna, Torino, Milano, Verona e così via non presentano una criticità mafiosa tale da attrezzare le procure con dirigenti che abbiano esperienza in tale tipo di criminalità.
In una sola parola, nelle città del nord, il tema non merita che lo Stato si attrezzi al contrasto delle mafie. Le mafie stanno al sud, sono una caratteristica intrinseca e consolidata delle città meridionali, al massimo fino a Roma.
Questa delibera ha l’effetto di un missile ipersonico russo scagliato nel cuore del sud Italia. A nulla servono le relazioni della DIA e della procura nazionale antimafia che segnalano un crescendo delle ramificazioni delle mafie nel tessuto economico, finanziario e imprenditoriale delle città del nord, ove i clan si sono inseriti e prosperano per l’abbondanza di flussi economici e traffici che mimetizzano l’illegalità economica ivi esportata. Un humus che attira magneticamente le cosche mafiose proprio in quei luoghi ove è più facile riciclare, generare imprenditoria illegale e investire i proventi delle illecite attività.
Un atteggiamento prudenziale sostiene il CSM. Tanto prudenziale da trascurare che proprio città come Bologna e Milano sono ormai diventati luoghi “significativi e stabili” di presenza mafiosa. Le sentenze lo dimostrano ampiamente, specie per la ‘ndrangheta che ha infiltrato attività di logistica, di impresa, di edilizia, di movimento terra, di smaltimento rifiuti e di tutto quello che richiede capitali liquidi pronti. Milano è ormai stabilmente, da più di venti anni, la capitale economica della ‘ndrangheta. D’altra parte il magnetismo economico di Milano si candida ad essere recettore di quelle operazioni economiche illecite che attirano tutte le criminalità italiane che vogliono “normalizzare” i loro flussi monetari, sciacquandoli nella metropoli nordica per eccellenza.
Cosa ne deduciamo da questa notizia da incorniciare?
Qualcosa di terribilmente consolidato! Il CSM è un organo supremo della legalità in Italia, costituito da persone di altissimo profilo giuridico e di collaudata esperienza professionale. Magistrati, la cui conoscenza del tessuto italiano non è pari a quella del cittadino medio. E allora come può accadere che possano produrre una distopia della realtà italiana?
La risposta è complicata ma possibile. I magistrati della quinta commissione hanno una percezione inconscia che li domina, direi culturale, quel tipo di percezioni che si sedimentano anche nelle professionalità elevate e che costituiscono un sentire complessivo, un modo di mediare la realtà che si vive. Costoro sanno percettivamente che il divario di concezione etica dell’Italia è un motore, un meccanismo intrinseco che consente di prospettare, a fronte di zone percepite ad alto tasso di illegalità, zone più vivibili, con un tasso di illegalità moderato e basso. Questa divaricazione è un motore della Repubblica perché consente di comunicare nell’immaginario popolare che una Italia sana e produttiva esiste o può esistere. Definire il Nord luogo in cui le procure devono combattere le mafie, con la loro esperienza pregressa, significa negare che ci possa essere un contraltare alla criminalità mafiosa, un luogo sano in cui investire senza paure, un luogo di presidio legale che è anche merito degli organi preposti dello Stato. Insomma, eleggere una parte dell’Italia come migliore significa rendere accettabile lo Stato anche in presenza delle più devastanti malefatte della criminalità economica dei clan.
Al Nord le mafie non ci sono!
Questa percezione serve e giustifica il ruolo e l’esistenza delle istituzioni statali preposte al presidio legale. Una Italia, tutta pervasa da illegalità e terreno ugualmente fertile per le mafie, fa dubitare il cittadino che i presidi di legalità funzionino. Ecco che, in questo divario etico necessario, il nord viene eletto luogo meno attaccabile e più sano di quelli che invece meritano presidi di esperienza e professionalità nella lotta alle mafie. Il nord non è immune ma non è territorio di mafie, non necessita di presidi specialistici. Quando invece i potenti flussi economici e produttivi sono humus per le illegalità, che vengono attirate e fatte espandere e, poi, con la compiacenza di certa politica amministrante, le stesse regole pubbliche possono essere piegate per rendere un po’ più legali pratiche che non lo sono, come il sacco edilizio della salva-Milano, sventata da inquirenti allerti sul tema.
Questa diffusa percezione, che si unisce alla consapevolezza che un contrasto feroce alle mafie del nord significa anche rallentare le economie in accelerazione delle aree nordiche, rende convenienti i distinguo della quinta commissione del CSM che, di cesello, precisano, correggono e deliberano perché il sud si candidi a permanente e consolidato luogo territoriale e ideale di tutte le mafie italiane, senza che il nord ne risulti ammorbato oltre un certo limite. Una Italia intracoloniale appunto. Una Italia che con l’intracolonialità cresce nelle sue economie colluse ma promettenti, tutte gran parte al nord ed in continua espansione.
Ecco la notizia da incorniciare per convincerci che questa Italia è ormai impregnata, anche ai vertici più rappresentativi, da questo motore del divario che ha una funzione dinamica, produttiva, evolutiva. Un divario che parte dal sentire e dal percepire per produrre quello spostamento di baricentri che ormai classifica l’Italia come un mondo coloniale, ove il divario da dannazione è stato trasformato in motore di sviluppo di una sola area della Repubblica.
E tutto questo sotto gli occhi dei meridionali che hanno la sola colpa di non sovvertire questo modo di pensare l’Italia!