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Sabato 31, a Rieti.
16/10/2026

Sabato 31, a Rieti.

𝑨𝒊𝒎𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝑺𝒂𝒗𝒐𝒊𝒂-𝑨𝒐𝒔𝒕𝒂, 𝒒𝒖𝒆𝒍 𝒑𝒓𝒐𝒇𝒊𝒍𝒐 𝒊𝒔𝒕𝒊𝒕𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒂𝒍𝒆 𝒂𝒑𝒊𝒄𝒂𝒍𝒆 𝒅𝒊 𝒄𝒖𝒊 𝒊𝒍 𝑷𝒂𝒆𝒔𝒆 𝒂𝒗𝒓𝒆𝒃𝒃𝒆 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐.Spesso, coloro che tendono a ...
13/10/2026

𝑨𝒊𝒎𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝑺𝒂𝒗𝒐𝒊𝒂-𝑨𝒐𝒔𝒕𝒂, 𝒒𝒖𝒆𝒍 𝒑𝒓𝒐𝒇𝒊𝒍𝒐 𝒊𝒔𝒕𝒊𝒕𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒂𝒍𝒆 𝒂𝒑𝒊𝒄𝒂𝒍𝒆 𝒅𝒊 𝒄𝒖𝒊 𝒊𝒍 𝑷𝒂𝒆𝒔𝒆 𝒂𝒗𝒓𝒆𝒃𝒃𝒆 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐.

Spesso, coloro che tendono a raffrontare il sistema governativo repubblicano e quello monarchico, quasi immediatamente, deducono un'informazione distintiva, netta: nella stragrande maggioranza dei casi, il/la reggente, il monarca o la monarca, 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐮𝐨𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐮𝐧 𝐨𝐭𝐭𝐢𝐦𝐨 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨, 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐥𝐞 𝐟𝐫𝐚𝐧𝐠𝐞 𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐞𝐧𝐬𝐞 𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐝𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐜𝐨.

Perché?

Perché proprio i sovrani e non i presidenti repubblicani, i quali ricoprono - de facto - la medesima funzione quantomeno emblematica?

Una delle risposte può essere connotata 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐢𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐝𝐮𝐨, 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐧𝐝𝐞𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐮𝐬 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞: oltre a dover possedere una formazione didattico-accademica eccellente, le figure monarchiche devono esser impeccabili sotto l'aspetto professionale, pubblico, mediatico, sociale.

Non possono permettersi strafalcioni politici, dato che devono esser imparziali sotto l'aspetto ideologico; non possono permettersi strafalcioni culturali; non possono permettersi strafalcioni comportamentali.

Se dovessi immaginare un ipotetico leader per il Belpaese, il profilo che riterrei più idoneo 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞, 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨, 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐞 𝐀𝐢𝐦𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐒𝐚𝐯𝐨𝐢𝐚-𝐀𝐨𝐬𝐭𝐚.

Nato il 13 ottobre 1967, a Firenze, intraprende il proprio percorso di studi presso la prestigiosa Scuola Navale Militare "Francesco Morosini" di Venezia, dal quale uscirà ottenendo ottimi voti e l'accesso all'Accademia Navale di Livorno, dal quale verrà congedato col grado di Guardiamarina (e, successivamente, ufficiale di complemento).

Conseguiti i titoli primari, continua la sua preparazione accademica alla facoltà di Economia e Business Management dell'Università "Luigi Bocconi" di Milano per, poi, subentrare nel mondo del lavoro come "𝑀𝑎𝑟𝑘𝑒𝑡𝑖𝑛𝑔 𝐴𝑟𝑒𝑎 𝑆𝑢𝑝𝑒𝑟𝑣𝑖𝑠𝑜𝑟" del gruppo "La Rinascente".

Sarà un'esperienza decisiva sotto l'aspetto professionale, poiché gli permetterà di sviluppare quelle competenze atte a scalare i vertici della "Pirelli": assunto nella multinazionale nel 2000, già nel 2005 𝒗𝒊𝒆𝒏𝒆 𝒏𝒐𝒎𝒊𝒏𝒂𝒕𝒐 𝒂𝒎𝒎𝒊𝒏𝒊𝒔𝒕𝒓𝒂𝒕𝒐𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒆𝒈𝒂𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 "𝑻𝒚𝒓𝒆𝒔", 𝒍𝒂 𝒄𝒖𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒆𝒈𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒔𝒊𝒔𝒕𝒆 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒄𝒐𝒐𝒓𝒅𝒊𝒏𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒈𝒆𝒏𝒆𝒓𝒂𝒍𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍'𝒊𝒎𝒑𝒓𝒆𝒔𝒂 𝒏𝒆𝒍 𝒎𝒆𝒓𝒄𝒂𝒕𝒐 𝒓𝒖𝒔𝒔𝒐; successivamente (ruolo che ha tuttora), è stato nominato "𝑆𝑒𝑛𝑖𝑜𝑟 𝑉𝑖𝑐𝑒-𝑃𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡 𝐼𝑛𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑡𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙 𝑎𝑛𝑑 𝑅𝑒𝑔𝑢𝑙𝑎𝑡𝑜𝑟𝑦 𝐴𝑓𝑓𝑎𝑖𝑟𝑠" dell'intera "global area".

Ambasciatore ufficiale del "Sovrano Militare Ordine di Malta" in Russia e Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica, è sposato dal 2008 con la principessa Olga di Grecia, dalla quale ha avuto tre figli (Umberto, Amedeo e Isabella).
Egli ha sempre mostrato una bassa tendenza all'esposizione mediatica, così come la principessa Olga.
Conducono una vita riservata, tra la loro residenza meneghina e quelle provvisorie di Aimone all'estero.

E, quando si è esposto mediaticamente, non è mai caduto nei tranelli giornalistici.

Non ha mai alzato i toni.

Non ha mai fatto dichiarazioni fuori luogo.

Non ha mai palesato dettagli della sua vita privata, lasciandola alla mercé della stampa.

Non ha mai accettato ospitate o passerelle televisive.

𝙍𝙞𝙨𝙚𝙧𝙫𝙖𝙩𝙤, 𝙥𝙤𝙩𝙚𝙣𝙩𝙚 𝙚 𝙙𝙞𝙨𝙘𝙧𝙚𝙩𝙤.

𝙐𝙣'𝙤𝙩𝙩𝙞𝙢𝙖 𝙜𝙪𝙞𝙙𝙖.

𝗧𝗿𝗮 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝘀𝗺𝗼, 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁 𝗲 𝗶𝗱𝗲𝗮𝗹𝗶: 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗡𝗼𝘁𝘁𝗶𝗻𝗴𝗵𝗮𝗺 𝗙𝗼𝗿𝗲𝘀𝘁 𝗙𝗼𝗼𝘁𝗯𝗮𝗹𝗹 𝗖𝗹𝘂𝗯 (𝟭𝟴𝟲𝟱).Al "City Ground" di Nottingham, s...
10/10/2026

𝗧𝗿𝗮 𝗿𝗼𝗺𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗶𝘀𝗺𝗼, 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁 𝗲 𝗶𝗱𝗲𝗮𝗹𝗶: 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗡𝗼𝘁𝘁𝗶𝗻𝗴𝗵𝗮𝗺 𝗙𝗼𝗿𝗲𝘀𝘁 𝗙𝗼𝗼𝘁𝗯𝗮𝗹𝗹 𝗖𝗹𝘂𝗯 (𝟭𝟴𝟲𝟱).

Al "City Ground" di Nottingham, stadio da trentamila posti a sedere e casa del "Nottingham Forest Football Club" (militante in Premier League), fra le curve aleggia una figura particolare: è quella di Giuseppe Garibaldi, "l'Eroe dei Due Mondi" che visitò l'isola britannica nel 1864, accolto da f***e trionfali (500.000 persone nella sola Londra) e dallo scetticismo della regina Vittoria (preoccupata per gli intenti vertenti al socialismo dell'Eroe).

Il volto di Giuseppe Garibaldi è impresso sulle coreografie dipinte dalla tifoseria del "Forest", sui poster dedicati alla squadra, oppure il suo nome titola i fan clubs della formazione; oltretutto, il colore delle divise è il rosso, anzi, il "Garibaldi Red", così come viene denominato dalla frangia di supporters più accesa.

La storia di quest'unione, di questa fusione storica e calcistica anglo-italiana nacque, proprio, durante la visita garibaldina in Inghilterra.
Garibaldi, con piacere e solerzia, durante il suo tour (lungo la tratta Southampton-Londra), incontrava i rappresentanti delle società operaie e i primi delegati delle corporative di mutua assistenza; fra questi, vi erano alcuni minatori provenienti da Nottingham, la città dove - secondo la famosa leggenda folkloristica locale - il mitico Robin Hood trovò il suo rifugio ideale (nella altrettanto mitica "foresta di Sherwood").

𝑫𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒇𝒐𝒓𝒆𝒔𝒕𝒂 𝒊𝒏𝒄𝒂𝒏𝒕𝒂𝒕𝒂 𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒊𝒎𝒑𝒓𝒆𝒔𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝑪𝒂𝒎𝒊𝒄𝒊𝒆 𝑹𝒐𝒔𝒔𝒆.
𝑫𝒂 𝒖𝒏 𝒆𝒓𝒐𝒆 𝒇𝒐𝒍𝒌𝒍𝒐𝒓𝒊𝒔𝒕𝒊𝒄𝒐 𝒂 𝒖𝒏 𝒗𝒆𝒓𝒐 𝒆𝒓𝒐𝒆, 𝒊𝒏 𝒄𝒂𝒓𝒏𝒆 𝒆𝒅 𝒐𝒔𝒔𝒂.

Camicie Rosse che furono onorate, da quei minatori, durante la fondazione del club, presso il pub-ritrovo "Clinton Arms": per quel manipolo di proletari, Giuseppe Garibaldi e il suo esercito di volontari significavano eliminazione dei soprusi, dignità politica e patriottismo puro.

𝐸 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑜𝑔𝑔𝑖, 𝑎 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑒𝑛𝑡𝑜𝑠𝑒𝑠𝑠𝑎𝑛𝑡𝑢𝑛𝑜 𝑎𝑛𝑛𝑖, 𝑙'𝐸𝑟𝑜𝑒 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑜𝑚𝑎𝑔𝑔𝑖𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑖 𝑡𝑖𝑓𝑜𝑠𝑖 𝑒𝑠𝑎𝑡𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑖ò 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑣𝑎, 𝑎𝑙𝑙'𝑒𝑝𝑜𝑐𝑎, 𝑝𝑒𝑟 𝑖 𝑠𝑢𝑜𝑖 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖.

𝐌𝐀𝐅𝐀𝐋𝐃𝐀 𝐃𝐈 𝐒𝐀𝐕𝐎𝐈𝐀 (𝐑𝐨𝐦𝐚, 𝟏𝟗/𝟏𝟏/𝟏𝟗𝟎𝟐 — 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐁𝐮𝐜𝐡𝐞𝐧𝐰𝐚𝐥𝐝, 𝟐𝟖/𝟎𝟖/𝟏𝟗𝟒𝟒). Secondogenita di Vittorio Eman...
04/10/2026

𝐌𝐀𝐅𝐀𝐋𝐃𝐀 𝐃𝐈 𝐒𝐀𝐕𝐎𝐈𝐀 (𝐑𝐨𝐦𝐚, 𝟏𝟗/𝟏𝟏/𝟏𝟗𝟎𝟐 — 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐁𝐮𝐜𝐡𝐞𝐧𝐰𝐚𝐥𝐝, 𝟐𝟖/𝟎𝟖/𝟏𝟗𝟒𝟒).

Secondogenita di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, nel 1925 sposa Filippo d'Assia e va a vivere a "Villa Polissena", nella capitale.

𝐔𝐧𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐭𝐚𝐭𝐚, 𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐭𝐭𝐫𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢.

Poi, arriva il 1943.

L'armistizio dell'8 settembre la coglie a Sofia, al capezzale del cognato Boris III di Bulgaria. Mentre la famiglia reale lascia Roma, lei fa il percorso inverso: rientra in Italia con mezzi di fortuna, perché i suoi figli sono nascosti in Vaticano e vuole riabbracciarli.
È convinta di non rischiare: è figlia del Re e moglie di un tedesco.

𝙎𝙞 𝙨𝙗𝙖𝙜𝙡𝙞𝙖.

Il 23 settembre, il colonnello delle "ShutzStaffel" Herbert Kappler la convoca all'ambasciata tedesca col pretesto d'una telefonata del marito.
È una trappola.
Viene arrestata e deportata a Buchenwald, rinchiusa nella "baracca 15" sotto il falso nome di "Frau von Weber".

Nel l***r divide il suo pasto con chi sta peggio di lei.

Il 24 agosto 1944 i bombardieri alleati colpiscono lo stabilimento accanto al campo: la sua baracca viene distrutta.
Mafalda resta ustionata e ferita al braccio; l'amputazione arriva con giorni di ritardo, secondo testimoni deliberatamente.

Morì dissanguata nella notte tra il 27 e il 28 agosto, a quarantuno anni.

Fu sepolta in una fossa senza nome, con il solo numero "262" e la dicitura "donna sconosciuta".
A guerra finita, sette marinai di Gaeta - già prigionieri dei nazisti - tornarono a cercarla e si tassarono per metterle una lapide.

"𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑖, 𝑖𝑜 𝑚𝑢𝑜𝑖𝑜. 𝑅𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑎𝑡𝑒𝑚𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑛𝑐𝑖𝑝𝑒𝑠𝑠𝑎, 𝑚𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑠𝑜𝑟𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑎".

***r

𝐂𝐀𝐑𝐋𝐎 𝐀𝐋𝐁𝐄𝐑𝐓𝐎 𝐃𝐈 𝐒𝐀𝐕𝐎𝐈𝐀, 𝐔𝐍 𝐒𝐎𝐕𝐑𝐀𝐍𝐎, 𝐔𝐍𝐀 𝐆𝐔𝐈𝐃𝐀: 𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐂𝐋𝐀𝐌𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝟏𝟖𝟒𝟖 𝐀𝐈 𝐏𝐎𝐏𝐎𝐋𝐈 𝐒𝐎𝐓𝐓𝐎 𝐃𝐎𝐌𝐈𝐍𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐀𝐔𝐒𝐓𝐑𝐈𝐀𝐂𝐀.Il 1848 fu un...
27/09/2026

𝐂𝐀𝐑𝐋𝐎 𝐀𝐋𝐁𝐄𝐑𝐓𝐎 𝐃𝐈 𝐒𝐀𝐕𝐎𝐈𝐀, 𝐔𝐍 𝐒𝐎𝐕𝐑𝐀𝐍𝐎, 𝐔𝐍𝐀 𝐆𝐔𝐈𝐃𝐀: 𝐈𝐋 𝐏𝐑𝐎𝐂𝐋𝐀𝐌𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝟏𝟖𝟒𝟖 𝐀𝐈 𝐏𝐎𝐏𝐎𝐋𝐈 𝐒𝐎𝐓𝐓𝐎 𝐃𝐎𝐌𝐈𝐍𝐀𝐙𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐀𝐔𝐒𝐓𝐑𝐈𝐀𝐂𝐀.

Il 1848 fu un anno di processi ideologici, di rinnovamenti idealistici, di progressi socio-politici: le popolazioni degli Stati preunitari - in particolare, le fasce appartenenti al ceto basso - assunsero una presa di coscienza diversa, migliore sotto l'aspetto patriottico, alimentata anche da una capillare propaganda d'informazione gestita da società segrete.

L'Italia tutta, durante quell'annata, capì non tanto i motivi per agire - già compresi nei decenni precedenti - quanto i modi, i tempi e i luoghi dove iniziare l'azione.

La Sicilia, ancora scossa dall'unificazione forzata - decisa dalle conseguenze del "Congresso di Vienna" - al regno napoletano, decise di fungere da "capofila" rivoluzionaria: già a gennaio, l'onda patriottica guidata da Pilo e La Masa travolse il governo di Ferdinando II e le guarnigioni borboniche sull'isola, che si dichiarò indipendente, si dotò di un'autonoma Costituzione - emanata il 10 luglio dal neocostituito Parlamento - ma adottando la "Trìscele", o "Trinacria", in riconoscimento all'appartenenza del proprio territorio all'Augustea Italica.

𝐼 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 "𝑇𝑟𝑖𝑛𝑎𝑐𝑟𝑖𝑎", 𝑖𝑙 𝑣𝑒𝑟𝑑𝑒, 𝑖𝑙 𝑏𝑖𝑎𝑛𝑐𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑜𝑠𝑠𝑜, ℎ𝑎𝑛 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑙'𝑢𝑛𝑖𝑐𝑎 𝑒𝑓𝑓𝑖𝑔𝑒 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑐𝑢𝑖 𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑛𝑒𝑙𝑙'𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑎 𝑝𝑒𝑛𝑖𝑠𝑜𝑙𝑎.

A marzo, anche in Lombardia l'onda patriottica fece sbandare l'assetto austriaco della regione; Milano divenne un teatro di guerriglia, ove le neocostituite Guardia Civica e Guardia Nazionale - guidate, inizialmente, dal solo Cattaneo - diedero manforte ai cittadini armati dietro le barricate e ai drappelli di militari del neonato esercito rivoluzionario.
In Veneto, nella stessa frazione temporale, i patrioti della regione riuscirono nell'impresa di cacciare le truppe occupanti dal cosiddetto "Quadrilatero" - la zona compresa tra le città di Peschiera, Verona, Mantova e Legnago, snodi cruciali per i collegamenti diplomatici con Vienna - e di assediare Venezia e Padova, attirando in quell'angolo italiano migliaia di volontari provenienti da ogni parte del futuro Regno d'Italia.

Sempre a marzo - 21 e 22 del mese - i ducati di "Modena e Reggio" e di "Parma e Piacenza", abbandonati rispettivamente da Francesco V d'Austria-Este e da Carlo II di Borbone-Parma, indirono i plebisciti d'annessione al Regno di Sardegna, nei quali fu sancito l'accorpamento ai territori di Casa Savoia.

Le Cinque Giornate di Milano e l'eroica Resistenza della Repubblica Veneta, le qual dimostrarono tutta la debolezza istituzionale del governo austriaco, diedero la stura decisiva alla "Prima Guerra d'Indipendenza" che porterà al processo definitivo d'Unità Nazionale.

Promotore principale di quest'indipendenza - e delle guerre a essa collegate, come la suddetta "Prima" - fu Carlo Alberto di Savoia, monarca del Regno di Sardegna, figura-chiave del Risorgimento e uomo tanto enigmatico quanto risolutivo e carismatico: fautore dello Statuto Albertino, della transizione dal conservatorismo allo Stato liberale, della monarchia parlamentare/bicamerale e costituzionale, egli non ebbe paura di aizzare le popolazioni italiane alla ribellione, ribellione che lui stesso avrebbe foraggiato con armi e proclami.

Totale sostenitore di una politica liberatrice, insieme all'unico alleato Leopoldo II della Toscana, visionario di un'Italia una e indivisibile, non p***e tempo a dimostrare il suo appoggio ai veneti e i lombardi che rischiarono tutto pur di non esser più giogati dagli stranieri austriaci.
Carlo Alberto sapeva che Vienna era l'avversaria più temibile in questo processo unitario, la meno prevedibile, tanto che si riprese i territori insorti in appena quattro mesi.

Fu così che, il 23 marzo 1848, da Torino emise un proclama ufficiale che non solo destò preoccupazione presso tutti gli ambasciatori europei, ma ebbe un eco giornalistico clamoroso, tanto da divenire il manifesto ufficiale della causa italiana.

𝖴𝗇 𝗆𝗈𝗇𝗂𝗍𝗈, 𝗎𝗇𝖺 𝗉𝗋𝖾𝗆𝗈𝗇𝗂𝗓𝗂𝗈𝗇𝖾 𝖽𝗂 𝖼𝗂ò 𝖼𝗁𝖾 𝗌𝖺𝗋𝖾𝖻𝖻𝖾 𝗌𝗎𝖼𝖼𝖾𝗌𝗌𝗈 𝖾𝗇𝗍𝗋𝗈 𝗂 𝖽𝗂𝖼𝗂𝗈𝗍𝗍𝗈 𝖺𝗇𝗇𝗂 𝗌𝗎𝖼𝖼𝖾𝗌𝗌𝗂𝗏𝗂.

"𝗣𝗢𝗣𝗢𝗟𝗜 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗟𝗢𝗠𝗕𝗔𝗥𝗗𝗜𝗔 𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗩𝗘𝗡𝗘𝗭𝗜𝗔.
I destini d'Italia si maturano: sorti più felici arridono agli intrepidi difensori di conculcati diritti.
Per amor di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell'unanime ammirazione che vi tributa l'Italia.
Popoli della Lombardia e della Venezia, le nostre Armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell'aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall'amico l'amico.
Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell'aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di fare da sé.
E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana".

Venerdì 2, a Roma.
21/09/2026

Venerdì 2, a Roma.

𝗜𝗹 𝗥𝗲𝗴𝗻𝗼 𝗱'𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗲 𝗹𝗮 "𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗹𝘂𝗰𝗮𝗻𝗮": 𝗹𝗮 "𝗟𝗲𝗴𝗴𝗲 𝗻. 𝟰𝟰𝟱" 𝗱𝗲𝗹 𝟭𝟵𝟬𝟴, 𝗹'𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗹𝗲𝗴𝗶𝘀𝗹𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗹𝘀𝗲 𝗶𝗹 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝗶𝗮...
19/09/2026

𝗜𝗹 𝗥𝗲𝗴𝗻𝗼 𝗱'𝗜𝘁𝗮𝗹𝗶𝗮 𝗲 𝗹𝗮 "𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗹𝘂𝗰𝗮𝗻𝗮": 𝗹𝗮 "𝗟𝗲𝗴𝗴𝗲 𝗻. 𝟰𝟰𝟱" 𝗱𝗲𝗹 𝟭𝟵𝟬𝟴, 𝗹'𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗹𝗲𝗴𝗶𝘀𝗹𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗮𝗰𝗰𝗼𝗹𝘀𝗲 𝗶𝗹 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗭𝗮𝗻𝗮𝗿𝗱𝗲𝗹𝗹𝗶.

La Basilicata, posizionata nel cuore del Mezzogiorno, è una delle regioni più interessanti dell'intera pen*sola.
Il suo tipico folklore, le sue mete montane e marittime, la gastronomia locale, l'apparato museale, la tutela degli splendidi paesaggi ne fanno un luogo quasi magico, astratto.
Eppure, per quanto possa sembrare assurdo, paradossale, questa porzione d'Italia iniziò a ricevere una considerazione politico-istituzionale degna soltanto dal 1902.

Il 14 settembre di quell'anno, infatti, il quasi settantaseienne Presidente del Consiglio del Regno, Giuseppe Zanardelli, decise di compiere un lungo viaggio conoscitivo - 12 giorni di percorrenza e 5 di permanenza nelle varie sedi di pernottamento - promosso da esponenti lucani di spessore fra i quali Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato, Emanuele Gianturco e l'onorevole Pietro Lacava, che gli fece da guida.

Un viaggio dove le pochissime stazioni ferroviarie si intersecavano con le mulattiere, mentre le mulattiere si intersecavano coi sentieri e le fiumare.

Al suo ritorno a Roma, preoccupato dalle reali condizioni di quelle bellissime terre, Zanardelli mobilitò tutte le correnti parlamentari affinché venisse approvata la "Legge Speciale n. 140" per la Basilicata, entrata in vigore il 31 marzo 1904, la quale iniettò nelle amministrazioni lucane un capitale da 70 milioni di lire dell'epoca, grazie al quale furono fondati enti come la "Cassa Provinciale del Credito Agrario" a Potenza, furono costruiti oltre duecento chilometri di strade carrozzabili, furono ammodernati gli impianti ferroviari intermedi, fu riqualificata la stazione della stessa Potenza, furono edificati gli argini per il contenimento delle piene idriche del Basento e del Sinni, furono realizzati gli acquedotti del Caramola e di Muro Lucano, fu realizzato il collegamento ferrato fra lo svincolo di Matera e la zona occidentale della Puglia.

Ma nel 1908, nonostante le condizioni dell'economia lucana fossero lievemente migliorate, il settore cerealicolo attraversò una gravissima crisi: infatti, la legge speciale non prevedeva né una regolamentazione specifica sul commercio dei prodotti agricoli lucani, né delle tutele finanziarie per eventuali perdite dei raccolti, né un'adeguata industrializzazione dei processi di lavorazione agricola.

Allora, il Parlamento del Regno d'Italia decise di studiare una legge integrativa a carattere regionale, da associare a quella originariamente approvata per volontà del Presidente Zanardelli.

𝐅𝐮 𝐢𝐥 𝐑𝐞 𝐕𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐞 𝐈𝐈𝐈 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐦𝐨𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐦𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞, alla qual si interessò sotto l'aspetto meramente istituzionale, confidando nella competenza e nel genio risolutivo dei deputati e dei senatori.
Sovente, il Re apriva le sedute ricordando il dovere delle istituzioni nei confronti dei territori meno favoriti dalle politiche centrali quali, appunto, quello della Lucania.

Il risultato fu un nuovo atto legislativo, la "Legge n. 445" - del 9 luglio 1908 - incentrato sulla modernizzazione dei processi produttivi e sulla facilitazione nell'erogazione dei fondi pubblici ai consorzi, alle cooperative e alle imprese inserite nel settore.

I punti principali prevedettero linee-guida molto chiare:
- garantire l'autonomia amministrativo-finanziaria della "Cassa Provinciale del Credito Agrario" dal Banco di Napoli, referente creditorio di tutto il Sud continentale, in modo tale da concedere a essa un ottimo margine di manovra nella gestione esecutiva delle capitalizzazioni;
- anticipare la concessione di capitali, macchinari, attrezzature, forniture frumentifere, scorte di concimato a tutte le entità riferibili quali agenti nel mondo dell'agricoltura;
- deliberare agevolazioni sulle erogazioni agli enfiteuti che si impegnassero nella realizzazione di case coloniche, di stalle, di strade poderali, di canali d'irrigazione a lungo raggio, di "rimboschimenti" - ovvero la riforestazione - delle terre non più soggette alla coltivazione oltre che nella fornitura di materie prime e nell'acquisto di bestiame;
- catalogare e monitorare l'espansione imprenditoriale del settore sul territorio.

Questa legge permise alla "Cassa Provinciale" di facilitare la continuità di numerose realtà agricole e aziendali locali, sino a quando non fu definitivamente assorbita dal Banco di Napoli - nel 1927 - per volontà del regime fascista.

𝑼𝒏 𝒃𝒖𝒍𝒍𝒅𝒐𝒈 𝒕𝒆𝒓𝒓𝒊𝒆𝒓 𝒊𝒎𝒑𝒂𝒗𝒊𝒅𝒐 𝒆 𝒇𝒆𝒅𝒆𝒍𝒊𝒔𝒔𝒊𝒎𝒐: 𝑪𝒂𝒇𝒇𝒂𝒓𝒐, 𝒊𝒍 𝒄𝒂𝒏𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒆𝒃𝒃𝒆 𝒑𝒂𝒖𝒓𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝒏𝒆𝒎𝒊𝒄𝒐.Il Risorgimento fu quel period...
05/09/2026

𝑼𝒏 𝒃𝒖𝒍𝒍𝒅𝒐𝒈 𝒕𝒆𝒓𝒓𝒊𝒆𝒓 𝒊𝒎𝒑𝒂𝒗𝒊𝒅𝒐 𝒆 𝒇𝒆𝒅𝒆𝒍𝒊𝒔𝒔𝒊𝒎𝒐: 𝑪𝒂𝒇𝒇𝒂𝒓𝒐, 𝒊𝒍 𝒄𝒂𝒏𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒆𝒃𝒃𝒆 𝒑𝒂𝒖𝒓𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝒏𝒆𝒎𝒊𝒄𝒐.

Il Risorgimento fu quel periodo straordinario che ci diede i natali, un suol patrio, un riscatto storico rivoluzionario ma, soprattutto, ci regalò storie destinate a rimanere imperiture nei secoli: storie che saranno raccontate sia accademicamente, sia generazionalmente.

Le Guerre d'Indipendenza Patrie, oltre alle spedizioni militari annesse o autonome, videro la partecipazione unanime di corpose frange di cittadini appartenenti agli ex Stati preunitari, provenienti da diversi ceti sociali, da estrazioni culturali variegate, ma unite da un ideale politico fortemente aggregante: l'Unità d'Italia.

E, proprio all'apice del fervore della "Terza Guerra d'Indipendenza" - tra il fumo dei cannoni, gli assalti alla baionetta e il fango addensato sugli stivali da marcia - si distinse una figura tanto insolita, quanto leggendaria: quella del cane "Caffaro", un intrepido bulldog terrier il cui nome divenne sinonimo di fedeltà assoluta e spiccato senso d'accomunanza tra i commilitoni.
​Caffaro crebbe in casa di Giulio e Antonio Grossi, veneziani, veterani della "Spedizione dei Mille" ove avevano combattuto al servizio del futuro generale Stefan István Türr; spinti dal nuovo richiamo alle armi di Giuseppe Garibaldi, risposero affermativamente alla chiamata dell'Eroe il 20 maggio 1866, presentandosi al comando generale veneto per l'immatricolazione.

L'amico a quattro zampe, però, notando la partenza dei propri umani, non esitò a seguirli: preferì lasciare il padre di Grossi, gondoliere dell'albergo lagunare "Danieli", la tranquillità domestica e la sicurezza di un tetto per il rischio delle battaglie.

Caffaro decise di seguire Giulio, a cui era più affezionato ed entrambi furono collocati al servizio della "II Compagnia" del "II Battaglione", inquadrato nel "II Reggimento Volontari Italiani" guidato dal tenente colonnello Pietro Spinazzi.
Divenne immediatamente una mascotte per le truppe in sosta, tanto che Giuseppe Cesare Abba - nelle sue memorie - non esisterà a definirlo "il più fedele delle trincee": aveva un fiuto eccezionale e riusciva a individuare tracce biologiche anche a diverse centinaia di metri dalle roccaforti amiche.
​La "II Compagnia", comandata dal capitano - e assoluto protagonista di questo periodo d'unificazione - Tommaso Marani, fu proprio la formazione d'avanguardia che il 25 giugno 1866 aprì le ostilità nella "Battaglia di Ponte Caffaro", sfondando con vigore le prime linee austriache del capitano Rudolf Ruzicka - tra i comandanti della "XII Compagnia" del Reggimento "Principe di Sassonia" - e donando al cane il nome con cui fu consegnato alla leggenda.

Difatti, mentre il capitano boemo combatteva contro il tenente Giovanni Battista Cella in un duello alla sciabola, il coraggioso cagnolino azzannò prima una natica di Ruzicka e, poi, un polpaccio del tenente austriaco Suchonel, permettendo a Cella e al caporale Giovanni "Rosso" Trovaioni di neutralizzare i due nemici.
Terminata la battaglia, ferito alle due zampe posteriori da alcune schegge metalliche, fu amorevolmente medicato e gli fu insignita una medaglia al valore, consegnata a Giulio direttamente dal tenente colonnello Spinazzi.

Grossi e il suo amico a quattro zampe seguirono tutte le tappe del Corpo Volontari Italiani sino alla drammatica "Battaglia di Pieve di Ledro" ove, durante un'assalto all'arma bianca, presso il rifugio "Alpino", Giulio fu ucciso dai tiratori del generale Philipp Graf Grünne: Caffaro vegliò il suo ca****re sino alla fine degli scontri, accompagnandolo verso l'infermeria da campo con guaiti strazianti; quando Giulio fu sepolto, il cane non si mosse dalla sua tomba per i restanti cinque giorni, nonostante il comandante Ergisto Bezzi tentasse di portarlo via.
Successivamente, fu riconsegnato al padre dei due patrioti caduti (anche Antonio cadde sul campo, durante la "Battaglia di Ponte Cimego") ma morì di crepacuore dopo pochi mesi.

𝚁𝚒𝚌𝚘𝚗𝚐𝚒𝚞𝚗𝚐𝚎𝚗𝚍𝚘𝚜𝚒, 𝚗𝚎𝚕𝚕'𝚊𝚕𝚍𝚒𝚕à, 𝚌𝚘𝚒 𝚜𝚞𝚘𝚒 𝚊𝚖𝚊𝚝𝚒𝚜𝚜𝚒𝚖𝚒 𝚞𝚖𝚊𝚗𝚒.

Venerdì, a Forio d'Ischia.
04/08/2026

Venerdì, a Forio d'Ischia.

𝐈𝐋 𝐓𝐄𝐑𝐑𝐄𝐌𝐎𝐓𝐎 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐌𝐀𝐑𝐒𝐈𝐂𝐀 𝐄 𝐈 𝐒𝐎𝐕𝐑𝐀𝐍𝐈 𝐃'𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈𝐀: 𝐋𝐀 𝐏𝐑𝐄𝐒𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐃𝐄𝐈 𝐑𝐄𝐀𝐋𝐈 𝐍𝐄𝐋 𝟏𝟗𝟏𝟓.Il terremoto che colpì la porzione abruz...
01/08/2026

𝐈𝐋 𝐓𝐄𝐑𝐑𝐄𝐌𝐎𝐓𝐎 𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐌𝐀𝐑𝐒𝐈𝐂𝐀 𝐄 𝐈 𝐒𝐎𝐕𝐑𝐀𝐍𝐈 𝐃'𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈𝐀: 𝐋𝐀 𝐏𝐑𝐄𝐒𝐄𝐍𝐙𝐀 𝐃𝐄𝐈 𝐑𝐄𝐀𝐋𝐈 𝐍𝐄𝐋 𝟏𝟗𝟏𝟓.

Il terremoto che colpì la porzione abruzzese della "Marsica" fu uno dei cataclismi più devastanti, distruttivi che colpì l'Italia centro-meridionale di inizio Novecento.
Il 13 gennaio 1915, una violentissima scossa tellurica (decimo grado della Scala Mercalli) destabilizzò le viscere del suolo per venti secondi: la sola città di Avezzano p***e tra i 9.000 e i 10.000 abitanti su 13.000 censiti, col 90% dell'abitato completamente disintegrato; interi borghi, intere cittadine e contrade (come Gioia dei Marsi, San Benedetto dei Marsi, Ortucchio, Pescina e Collarmele) vennero rasi al suolo; le linee telegrafiche e ferroviarie verso la "piana del Fucino" si interruppero immediatamentele, completamente danneggiate dal disastro.
Le stime ufficiali dell'epoca, stilate dapprima dal "nucleo soccorso" dalla Croce Bianca e, successivamente, dalla Soprintendenza Generale Militare dell'Aquila, parlarono di almeno 30.500 morti accertate, 55.000 sfollati e cumuli di macerie sparsi su, circa, dieci chilometri quadrati di territorio.

𝑼𝒏 𝒅𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒊𝒏𝒄𝒂𝒍𝒄𝒐𝒍𝒂𝒃𝒊𝒍𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒂 𝒓𝒆𝒈𝒊𝒐𝒏𝒆, 𝒎𝒆𝒔𝒔𝒂 𝒖𝒍𝒕𝒆𝒓𝒊𝒐𝒓𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒊𝒏 𝒈𝒊𝒏𝒐𝒄𝒄𝒉𝒊𝒐 𝒅𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒂𝒍𝒍𝒖𝒗𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒊𝒏𝒗𝒆𝒓𝒏𝒂𝒍𝒊.

Il terremoto fu avvertito anche a Roma, più lievemente ma supportato da un costante ciclo di assestamento, accusando lievissimi danni a chiese, monumenti ed edifici governativi (tra cui la caduta della statua di San Paolo sulla facciata della Basilica di San Giovanni in Laterano e le lesioni esterne al Colosseo).

Vittorio Emanuele III fu avvertito della difficilissima situazione marsicana direttamente nel pomeriggio, mediante un telegramma giunto dall'onorevole Vincenzo Riccio, abruzzese e testimone oculare della tragedia: il Re non si p***e d'animo e convocò, al Quirinale, una riunione d'emergenza per stabilire le linee operative dell'intervento verso le popolazioni danneggiate.

La sera stessa, Vittorio Emanuele si fece accompagnare in automobile alla stazione ferroviaria di Frosinone, dalla quale partì verso Tagliacozzo (l'unico centro abitato, della zona, in cui la linea ferroviaria non era stata interrotta); giunto nel cuore della regione in carrozza, visitò Avezzano, Celano, Pescina, Scurcola Marsicana, Capistrello e Trasacco, confortando gli abitanti sopravvissuti e stringendo un accordo con Don Luigi Orione per il trasferimento d'una cospicua parte dei minori nei conventi della capitale.
Al suo ritorno a Roma spinse il Presidente del Consiglio, Antonio Salandra, ad approvare un atto legislativo per la ricostruzione del tutto simile a quello istituito per il terremoto di Messina e Reggio (nel 1908); le risorse finanziarie stanziate furono enormi, stimabili in sessanta milioni di lire dell'epoca, che si andarono ad aggiungere al grande flusso di risorse umane dirottate verso la zona colpita, comprese le brigate di soldati inviate direttamente dal Ministero dell'Interno.

All'inizio delle operazioni di rimozione delle macerie, anche il Re d'Italia e la Regina Elena del Montenegro erano presenti: la Regina d'Italia riattivò un patronato (il "Patronato Regina Elena", già attivato durante altri eventi dalla stessa portata drammatica) e un ente a scopo sociale, denominato "Casa Famiglia Regina Elena", finanziato da lei stessa che si occupò del trasferimento, dell'alloggiamento in strutture laziali, del vitto nelle stesse e dell'istruzione di tutti i minori al di sotto dei dieci anni provenienti dalla Marsica; Elena si dedicò alla causa sino a quando, per una questione burocratica, non fu costretta a lasciare l'Abruzzo.

Vittorio Emanuele, invece, presenziò a quasi tutti gli interventi di rimozione e ricostruzione di città come Avezzano e Tagliacozzo, spesso coordinando personalmente i soldati negli scavi, oltre a occuparsi personalmente del trasferimento ferroviario delle famiglie marsicane più indigenti verso i luoghi di ristoro della costa adriatica della regione; inoltre, sino al mese di aprile, inviò aiuti umanitari sia ai soccorritori volontari, sia alle unità impegnate nella riedificazione.

Indirizzo

Via Giovanni Bausan 11
Naples
80121

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