03/11/2026
LETTO DA NOI
Dopo un’assenza dovuta al fermento per i preparativi dell’inaugurazione, torniamo alle buone abitudini con i nostri consigli di lettura!
Con il libro di questa settimana affrontiamo un tema quanto mai attuale: il rapporto tra tecnologia, discriminazione e violenza di genere.
Silvia Semenzin, “Internet non è un posto per femmine”
Internet ci ha promesso un mondo in cui tutti potessero esprimersi liberamente, al di là delle differenze e delle barriere sociali. Silvia Semenzin, sociologa digitale e attivista, ci mostra invece come la violenza e la discriminazione di genere non siano scomparse con l'avvento delle nuove tecnologie, ma abbiano semplicemente trovato nuovi spazi in cui manifestarsi. L’autrice ripercorre la storia dell'informatica per ricordarci un aspetto spesso dimenticato: le donne sono state le pioniere della programmazione, prima che il settore venisse progressivamente mascolinizzato.
Internet, però, non è uno spazio neutrale: gli algoritmi, le piattaforme social e le infrastrutture della rete riflettono e amplificano le dinamiche di potere e le disuguaglianze presenti nella società, contribuendo talvolta persino a rafforzarle. Il mondo digitale offre nuove forme e nuovi strumenti alla violenza di genere, trasformando in bersagli le donne che scelgono di esporsi pubblicamente. Questi attacchi non mirano soltanto a ferirle, ma anche a scoraggiarle dal partecipare al dibattito pubblico. Le conseguenze non si fermano necessariamente davanti a uno schermo: per chi subisce queste forme di violenza, il confine tra vita online e vita reale è spesso molto meno netto di quanto immaginiamo.
“Se fino a quel momento la mia presenza online era stata soprattutto orientata a catturare l’attenzione dei coetanei e a strappargli qualche risata da commentare in classe il giorno dopo, l’arrivo dei social network segnò un mutamento più sottile e profondo nel mio rapporto con le altre persone e nel modo in cui mi sentivo vista e percepita. […] Attraverso quella mia prima esperienza social imparai, senza rendermene conto, a mettere in pratica ciò che la filosofa Judith Butler ha definito come performance di genere: un copione fatto di gesti e comportamenti ripetuti nel tempo, necessari per apparire riconoscibile e accettabile agli occhi degli altri come donna. Questo processo implicava non solo di modellare la mia persona in carne e ossa, ma anche il mio alter ego digitale […]”.
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Buona lettura!
Alessandra