27/08/2026
Ci sono presenze che rassicurano. E poi ci sono quelle che disturbano. La Giuria Agorà, a quanto pare, appartiene alla seconda categoria.
Non perché faccia rumore, non perché interrompa cortei o agiti cartelli sovversivi lungo il percorso di una manifestazione. Il suo difetto è assai più grave: osserva, valuta e pensa con la propria testa.
Un'abitudine incauta oramai a Piazza Armerina, soprattutto quando si ha la pretesa di costituire una giuria.
Così, anche quest'anno, in occasione della settantunesima edizione del Palio dei Normanni, nei giorni 12 e 13 agosto, Agorà si è riunita per assegnare i suoi due premi. Lo ha fatto come sempre: senza chiedere preventivamente quale fosse il giudizio più conveniente, senza consultare il bollettino meteorologico della politica locale e, soprattutto, senza esercitarsi nella disciplina — assai diffusa ma ancora inspiegabilmente esclusa dalle Olimpiadi — del salto sul carro del vincitore.
La Giuria Agorà è infatti composta da persone libere, non allineate e refrattarie a quella particolare forma di ginnastica cervicale che consiste nel tenere il capo costantemente inclinato davanti al potere.
Una caratteristica che dovrebbe essere del tutto normale in una giuria indipendente.
E che invece, a Piazza Armerina, sembra essere diventata quasi una provocazione.
Il primo incidente diplomatico non si è fatto attendere.
La Giuria Agorà aveva appena preso posto sul balcone della storica chiesa di Santo Stefano, punto privilegiato dal quale seguire il passaggio del corteo e osservare figuranti, abiti storici, allestimenti e ogni altro elemento utile alla valutazione, quando la sua presenza ha improvvisamente assunto i contorni di una questione di ordine pubblico. O quasi.
I giurati avevano persino commesso l'imprudenza di presentarsi in abiti storici e di esporre un banner con una scritta inequivocabile: GIURIA AGORÀ.
Apriti cielo.
Quel rettangolo di stoffa deve essere apparso più minaccioso di un vessillo nemico alle porte della città.
Da quel momento è cominciata una singolare trafila per ottenere la rimozione della Giuria dalla sua postazione. La questione, anziché rimanere nell'ambito organizzativo della manifestazione, è arrivata persino agli ambienti della Curia, fino a tradursi in una comunicazione indirizzata al parroco perché la nostra presenza nella chiesa cessasse.
Insomma, per una giuria nata per osservare il Palio, essere osservata mentre osservava sembrava essere diventato improvvisamente intollerabile.
Il parroco di Santo Stefano, comprensibilmente messo in forte imbarazzo da una vicenda tanto spiacevole quanto surreale, ha scelto una soluzione di buon senso: è stato rimosso il banner con la scritta GIURIA AGORÀ, mentre ai giurati è stato consentito di continuare regolarmente il proprio lavoro.
Ed eccoci dunque al primo grande risultato della settantunesima edizione del Palio: la scritta era stata neutralizzata.
La Giuria, invece, era ancora lì.
Pensante, osservante e, particolare forse ancora più preoccupante, perfettamente intenzionata a formulare il proprio giudizio.
Ma mentre ai piani alti ci si interrogava su come arginare il temibile fenomeno Agorà, in strada accadeva qualcosa di molto diverso.
Cittadini, spettatori e semplici curiosi hanno cominciato spontaneamente a stringersi intorno alla Giuria, a segnalarci particolari, a commentare costumi e allestimenti, a proporre candidature. La nostra presenza, anziché passare inosservata, ha suscitato simpatia e partecipazione.
Forse perché l'indipendenza, quando è autentica, possiede ancora un certo fascino.
Forse perché una giuria che non rappresenta nessuno, non deve compiacere nessuno e non riceve indicazioni da nessuno finisce inevitabilmente per rappresentare qualcosa: la libertà di giudizio.
E così, quando ormai il corteo era terminato e la città avrebbe potuto finalmente concedersi qualche ora di tregua, i nostri telefoni continuavano a ricevere fotografie e segnalazioni. Ancora intorno all'una di notte c'era chi ci inviava immagini di figuranti, abiti e dettagli proponendo possibili vincitori.
Altro che sfratto: Agorà si era allargata.
Dal balcone di Santo Stefano era scesa nelle strade, nelle fotografie, nei messaggi e soprattutto nella curiosità delle persone.
Il 13 agosto, seconda giornata della manifestazione, abbiamo quindi deciso di cambiare completamente metodo di osservazione: niente postazione fissa, ma full immersion nel corteo.
I giurati si sono mescolati agli spettatori, hanno percorso le strade, osservato da vicino figuranti, gruppi, costumi e dettagli, spostandosi liberamente lungo il percorso della manifestazione.
Del resto, impedire a una giuria di stare su un balcone può forse richiedere qualche telefonata.
Impedirle di camminare per strada sarebbe stato decisamente più complicato.
Peccato.
Abbiamo dunque camminato, osservato, confrontato fotografie, raccolto segnalazioni e discusso a lungo. E al termine della seconda giornata la Giuria Agorà ha fatto esattamente ciò per cui era nata e che, nonostante tanto trambusto, nessuno era riuscito a impedirle di fare:
ha espresso il proprio verdetto.
Il verdetto, dunque, era stato pronunciato.
Sono arrivate le prime fotografie, le prime dirette, i primi contatti con i vincitori. Ma il Palio dei Normanni era ancora nel pieno del suo svolgimento e avrebbe continuato a vivere i suoi momenti più intensi fino alla sera del 14 agosto.
C'era quindi tempo per le celebrazioni.
E soprattutto c'era il desiderio di restituire ai premi il significato con cui erano stati pensati: non una passerella, non un riconoscimento di circostanza, ma un gesto libero di apprezzamento verso chi, agli occhi della Giuria, aveva saputo distinguersi.
Così, ieri pomeriggio, negli uffici di Agorà, abbiamo finalmente accolto e festeggiato i due vincitori: Roberto Messina e Giorgia Di Vita.
Ed è stato probabilmente questo il momento più bello dell'intera esperienza.
Niente cortei, niente balconi contesi, niente banner capaci di turbare gli equilibri istituzionali. Soltanto due giovani visibilmente emozionati, felici e orgogliosi del riconoscimento ricevuto.
Roberto e Giorgia hanno portato con sé quella soddisfazione genuina che restituisce a un premio il suo valore più autentico: essere scelti perché qualcuno ti ha osservato, ti ha apprezzato e ha deciso liberamente che meritavi di essere premiato. Oltre alla targa premio, come già concordato con i giurati in precedenza, alla dama è stato anche consegnato un premio in denaro per le spese di make up. Una cifra certamente simbolica. Ma proprio per questo carica di significato.
Perché dietro ogni dama, cavaliere o figurante che per qualche ora restituisce alla città l'illusione del Medioevo non ci sono soltanto velluti, broccati, acconciature e sorrisi per le fotografie. Ci sono persone vere che dedicano tempo, energie e, molto spesso, denaro proprio alla riuscita della manifestazione.
Un tempo ai cittadini che partecipavano in costume veniva riconosciuto almeno un gettone di presenza. Oggi quel piccolo riconoscimento economico non viene più corrisposto.
E allora abbiamo voluto compiere un gesto volutamente polemico.
Pagare simbolicamente il make-up di una dama significa ricordare una cosa molto semplice: il Palio non lo fanno soltanto i nomi scritti sui manifesti. Lo fanno anche, e soprattutto, i cittadini che lo indossano.È una questione di priorità.
In una manifestazione nella quale trovano spazio cachet importanti destinati a personalità e artisti provenienti da fuori città, possibile che non si riesca più a trovare neppure una piccola forma di riconoscimento per quelle centinaia di persone che prestano il proprio volto, il proprio tempo e la propria passione alla rappresentazione?
Perché senza l'ospite prestigioso il Palio si farebbe comunque.
Senza dame, cavalieri, armigeri, musici e figuranti, semplicemente, il Palio non esisterebbe.
Il contributo consegnato a Giorgia Di Vita vuole dire esattamente questo.
Non pretende certo di rimborsare l'impegno economico di chi partecipa alla manifestazione. Vuole piuttosto rimettere simbolicamente al centro chi troppo facilmente rischia di diventare scenografia umana di un grande evento, anziché esserne riconosciuto come protagonista.
Alla fine, dunque, dopo telefonate, malumori, tentativi di allontanamento e persino un povero banner caduto sul campo dell'onore, la pericolosissima Giuria Agorà è riuscita a portare a termine la propria missione. Senza padrini, senza suggeritori e senza chiedere a nessuno il permesso di pensare. Forse è proprio questo il piccolo scandalo di Agorà.
Essere una giuria libera in una città nella quale, da troppo tempo ormai, la libertà di giudizio sembra ancora una forma di insubordinazione.
Raffaella Motta.