04/10/2026
Alla fine degli anni ’80, dentro il Partito Comunista dell'Unione Sovietica emerse una tendenza riformista che aprì sempre di più agli ambienti filocapitalisti. Gorbaciov, figlio di quella tendenza, lanciò politiche di liberalizzazione, utilizzando il pretesto di problemi reali come privilegi, burocrazia e disuguaglianze per smantellare il socialismo anziché rinnovarlo. Infine arrivò Boris Eltsin che, da presidente della Federazione Russa, portò a termine il lavoro dei suoi predecessori guidando la disgregazione dell’URSS, lo scioglimento del Partito Comunista e la restaurazione capitalistica.
Nell'ottobre 1993 Eltsin si scontrò con il Congresso dei Deputati del Popolo e il Soviet Supremo, dove resisteva ancora una parte del Partito Comunista, contraria alla controrivoluzione, assieme ad altre forze patriottiche. Ordinò lo scioglimento di quegli organi con decreto e, quando i deputati rifiutarono, fece aprire il fuoco dei carri armati sul parlamento russo. Decine di migliaia di manifestanti scesero nelle strade e la rivolta fu repressa nel sangue. Secondo fonti ufficiali morirono 187 persone, mentre per quelle non ufficiali furono quasi 1.500.
In tutto ciò, la stampa imperialista occidentale celebrò Eltsin come un “grande riformatore e democratico”, nonostante il caos sociale fatto di inflazione, povertà, criminalità e stipendi non pagati. Ma quelle tendenze non furono temporanee; la “terapia d’urto” post-1991 privatizzò innumerevoli imprese statali, fece crollare il reddito medio delle famiglie operaie, aumentò la mortalità e i suicidi, e reintrodusse la prostituzione.
Ricordare i fatti del 1993 significa allora riconoscere che non si trattò di un semplice scontro costituzionale, ma il culmine di una controrivoluzione guidata contro la volontà popolare. La democrazia era ed è ben altro.