Violo - Osservatorio per Roma

Indicazioni

Violo - Osservatorio per Roma Rodolfo Violo
OSSERVATORIO PER ROMA

24/09/2026

Premessa

Un partito che porta nello Scudo la Croce e la parola Libertas deve sapere spiegare con chiarezza che cosa significano quei simboli.

La Croce richiama una concezione della persona e della società fondata sul messaggio cristiano.

La parola Libertas ricorda però che la fede non può essere imposta e che l’azione politica si svolge nella libertà, nella democrazia, nel pluralismo e nel rispetto della coscienza di ciascuno.

Per questa ragione occorre distinguere i principi, che costituiscono il fondamento permanente dell’identità politica, dalle singole soluzioni legislative e amministrative, sulle quali possono esistere valutazioni diverse e legittime mediazioni democratiche.

La dottrina sociale della Chiesa individua nella dignità della persona umana il fondamento degli altri principi e riconosce come suoi cardini il bene comune, la sussidiarietà e la solidarietà. (Vaticano)

Da questo fondamento deriva un quadro coerente di valori.

1. La dignità della persona

La persona viene prima dello Stato, del mercato, delle tecnologie, delle ideologie e delle organizzazioni politiche.

La dignità umana non dipende dalla ricchezza, dalla salute, dall’intelligenza, dall’età, dalla capacità produttiva, dall’origine, dalle condizioni fisiche o dalla posizione sociale.

Questa deve essere la prima regola di ogni azione politica.

Una società può essere giudicata anche dal modo in cui tratta chi dispone di minore forza: il bambino, l’anziano, il malato, il disabile, il povero, chi è solo, chi ha perso il lavoro, chi non riesce a difendere autonomamente i propri diritti.

2. La vita umana

La tutela della vita costituisce uno dei principi tradizionalmente definiti non negoziabili.

Essa riguarda l’intero arco dell’esistenza, dal concepimento fino alla morte naturale. (Vaticano)

Questo principio comprende necessariamente le grandi questioni della bioetica:

l’aborto;

la protezione della maternità;

la tutela dell’embrione;

la procreazione medicalmente assistita;

la sperimentazione sull’essere umano;

l’eutanasia;

il suicidio assistito;

le cure palliative;

la condizione delle persone disabili;

l’assistenza agli anziani e ai malati terminali.

Difendere la vita non può però ridursi ad un’affermazione astratta.

Una politica coerente con questo principio deve anche aiutare concretamente chi si trova nella difficoltà: una madre che teme di non poter mantenere un figlio, una famiglia con una persona disabile, un anziano non autosufficiente, un malato che soffre.

3. Genetica, biotecnologie ed eugenetica

La genetica offre possibilità straordinarie alla medicina.

La ricerca finalizzata alla cura delle malattie deve essere incoraggiata.

Esiste però una differenza essenziale tra curare l’uomo e progettare l’uomo.

La terapia genetica destinata a combattere una patologia pone problemi diversi dalla modificazione finalizzata a scegliere o potenziare determinate caratteristiche dell’essere umano.

Una società personalista deve quindi respingere ogni forma di selezione eugenetica che conduca a considerare alcuni esseri umani desiderabili e altri indesiderabili.

Il patrimonio genetico non può diventare un criterio di valore della persona.

Il principio fondamentale dovrebbe essere:

la medicina deve curare la persona, non fabbricare la persona desiderata.

4. Clonazione e manipolazione dell’essere umano

La possibilità tecnica di clonare, selezionare o modificare biologicamente l’uomo impone limiti etici.

Un essere umano non può essere prodotto come replica di un altro né progettato secondo caratteristiche determinate da terzi.

La libertà scientifica resta fondamentale, ma non può trasformarsi in un potere assoluto sull’origine e sulla struttura biologica della persona.

5. Procreazione, maternità e bambino

Il desiderio di diventare genitori merita rispetto.

Ma deve essere considerato insieme ai diritti e alla dignità del bambino e della donna.

In questa prospettiva acquistano particolare rilevanza i problemi della produzione e conservazione degli embrioni, della selezione embrionale e della maternità surrogata.

La Dignitas infinita affronta espressamente, insieme alla tutela della vita, questioni quali maternità surrogata, violenza, povertà, tratta, guerra e condizione dei migranti, riconducendole tutte al tema unitario della dignità umana. (Vaticano)

La domanda etica fondamentale rimane:

può un essere umano essere oggetto di un contratto o di una transazione economica?

6. Famiglia

Il secondo dei principi esplicitamente indicati da Benedetto XVI come non negoziabili riguarda il riconoscimento della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. (Vaticano)

Sul piano politico, tuttavia, parlare di famiglia significa soprattutto costruire le condizioni perché una famiglia possa nascere e vivere.

Sono quindi parte integrante della politica familiare:

lavoro;

casa;

servizi per l’infanzia;

sostegno alla maternità;

politiche fiscali;

assistenza agli anziani;

conciliazione fra famiglia e lavoro;

lotta alla povertà educativa.

La famiglia non deve diventare soltanto un argomento identitario.

Deve diventare soggetto concreto delle politiche pubbliche.

7. Educazione e libertà educativa

Il terzo principio indicato da Benedetto XVI riguarda il diritto dei genitori all’educazione dei figli. (Vaticano)

Questo non significa negare il ruolo della scuola pubblica.

Significa affermare il pluralismo educativo, riconoscere la responsabilità primaria della famiglia e impedire che la scuola divenga strumento di indottrinamento politico, religioso o ideologico.

La scuola deve insegnare a conoscere, ragionare e confrontarsi.

8. Uomo, donna e identità personale

Una concezione cristiana riconosce il significato della differenza sessuale tra uomo e donna.

Nello stesso tempo deve essere inequivocabile il rispetto della dignità di ogni persona.

Il dibattito sull’identità di genere, sulle transizioni di genere e sull’educazione sessuale non può quindi essere affrontato con aggressività o discriminazione.

La critica ad una teoria antropologica non autorizza mai il disprezzo verso una persona.

La linea dovrebbe essere duplice:

riconoscere il valore della realtà corporea e della differenza sessuale; rispettare integralmente la dignità di chi vive condizioni o convinzioni differenti.

9. Libertà religiosa e libertà di coscienza

La parola Libertas acquista qui il suo significato più profondo.

Nessuno deve essere costretto a professare una religione.

Nessuno deve essere discriminato perché credente o non credente.

La libertà religiosa comprende il diritto di professare pubblicamente la propria fede e il diritto di non professarne alcuna.

Essa comprende anche, nei limiti previsti dall’ordinamento democratico, il problema dell’obiezione di coscienza quando una legge imponga comportamenti percepiti come incompatibili con convinzioni morali profonde.

10. Lavoro

Il lavoro non è soltanto un fattore della produzione.

La dottrina sociale cattolica lo considera un bene per l’uomo e collega strettamente lavoro, dignità, famiglia e bene comune. (Bollettino Vaticano)

Occorre quindi tutelare tanto il lavoratore dipendente quanto il lavoratore autonomo, l’artigiano, l’agricoltore, il professionista e l’imprenditore.

Il capitale deve servire l’economia reale e il lavoro, non dominarli.

Il profitto è legittimo, ma non può diventare l’unico parametro dell’attività economica.

11. Proprietà, mercato e giustizia sociale

La proprietà privata e l’iniziativa economica costituiscono elementi importanti della libertà.

Ma non sono assoluti.

La tradizione sociale cristiana collega la proprietà alla sua funzione sociale e alla destinazione universale dei beni.

Analogamente, il mercato è uno strumento importante ma non può risolvere da solo ogni problema sociale.

Lo Stato deve intervenire quando siano necessarie condizioni di maggiore giustizia, senza però sostituirsi stabilmente alla società civile quando questa è in grado di operare autonomamente. È precisamente il rapporto fra solidarietà e sussidiarietà delineato dal Compendio della dottrina sociale. (Vaticano)

12. Povertà e disuguaglianze

Un cristianesimo politico che dimenticasse i poveri perderebbe una parte essenziale del proprio fondamento evangelico.

La lotta alla povertà deve però puntare all’emancipazione della persona, non alla sua dipendenza permanente dall’assistenza pubblica.

Occorrono istruzione, lavoro, casa, servizi e opportunità.

Solidarietà e responsabilità devono procedere insieme.

13. Sussidiarietà e corpi intermedi

La società non è composta soltanto dall’individuo e dallo Stato.

Tra i due esiste una ricchissima articolazione di famiglie, associazioni, cooperative, comunità locali, imprese, organizzazioni del volontariato e istituzioni sociali.

Il principio di sussidiarietà sostiene che il livello superiore non dovrebbe sottrarre a quello inferiore ciò che quest’ultimo può svolgere adeguatamente da sé.

La dottrina sociale collega questo principio al pluralismo, al decentramento, alla partecipazione e all’equilibrio tra pubblico e privato. (Vaticano)

14. Democrazia e Stato di diritto

Libertas significa democrazia.

Significa divisione dei poteri, legalità, indipendenza delle istituzioni, libertà di stampa, tutela delle minoranze e responsabilità di chi governa.

Significa inoltre democrazia interna ai partiti.

Una formazione politica non può chiedere alla società il rispetto del pluralismo e contemporaneamente soffocare il confronto al proprio interno.

15. Corruzione e moralità pubblica

La politica è servizio.

L’uso delle istituzioni per l’interesse personale o di gruppo è incompatibile con una concezione cristiana del bene comune.

Legalità, trasparenza, sobrietà nell’uso delle risorse pubbliche e responsabilità personale devono quindi appartenere all’etica pubblica.

16. Dipendenze e droghe

Una politica della persona non può considerare le dipendenze soltanto come problemi di ordine pubblico.

Droga, alcool, gioco d’azzardo e nuove dipendenze digitali possono compromettere la libertà effettiva della persona.

Il criterio dovrebbe combinare prevenzione, educazione, cura, recupero e contrasto alle organizzazioni criminali.

La libertà non consiste semplicemente nella possibilità di consumare qualunque cosa.

Esiste anche una libertà da difendere contro ciò che rende la persona dipendente.

17. Pornografia, sfruttamento sessuale e tutela dei minori

La sessualità non può essere separata dalla dignità della persona.

Particolare attenzione deve essere posta alla tutela dei minori, alla pornografia infantile, allo sfruttamento sessuale, alla tratta e alla violenza contro le donne.

Le nuove tecnologie rendono inoltre necessaria una riflessione sulla diffusione incontrollata di materiale pornografico e sui sistemi di protezione dell’infanzia.

18. Intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale introduce una nuova frontiera dell’etica politica.

La nota vaticana Antiqua et nova del 2025 afferma che l’IA deve essere valutata sulla base della dignità umana e del bene comune e insiste sul fatto che la responsabilità morale resta propria delle persone, non delle macchine. Richiama inoltre i problemi della privacy, del controllo algoritmico, del lavoro e della sostituzione delle relazioni umane. (Vaticano)

Una politica cristianamente ispirata dovrebbe quindi affermare alcuni limiti:

l’uomo deve conservare la responsabilità delle decisioni;

la macchina deve assistere, non sostituire integralmente il giudizio umano;

la persona non deve diventare oggetto di sorveglianza permanente;

gli algoritmi non devono discriminare;

la tecnologia deve servire il lavoro e non degradare il lavoratore.

19. Transumanesimo

Una questione ancora più radicale riguarda il tentativo di superare i limiti biologici dell’uomo attraverso genetica, impianti, neuroscienze o tecnologie digitali.

Curare una menomazione è una cosa.

Costruire artificialmente un uomo “superiore” è un’altra.

Il limite cristiano nasce ancora una volta dall’idea che la dignità dell’uomo non dipenda dalle sue prestazioni.

La persona fragile non vale meno della persona potenziata.

20. Neuroscienze e libertà mentale

Le nuove tecnologie potrebbero consentire forme sempre più invasive di conoscenza o condizionamento dell’attività cerebrale.

La tutela dell’intimità mentale e della libertà di pensiero deve quindi diventare una nuova frontiera dei diritti della persona.

Lo stesso documento vaticano sull’IA richiama i cosiddetti “neurodiritti” come possibile terreno di tutela della dignità umana. (Vaticano)

21. Ambiente e creato

Il cristianesimo non è panteismo.

Dio non coincide con la natura.

Ma proprio perché la natura è creazione, l’uomo non ne è padrone assoluto.

Ambiente, acqua, suolo, paesaggio, biodiversità e risorse naturali devono essere custoditi anche nell’interesse delle generazioni future.

La tutela ambientale deve però essere accompagnata da attenzione alle condizioni economiche e sociali delle persone, evitando di contrapporre semplicisticamente uomo e natura.

22. Pace e guerra

La pace rappresenta una finalità fondamentale della politica.

La dottrina sociale richiama il rifiuto della guerra come mezzo ordinario di soluzione delle controversie internazionali e collega il bene comune anche alla cooperazione fra i popoli. (Vaticano)

La pace non significa indifferenza davanti alle aggressioni o alle ingiustizie.

Significa cercare con ogni mezzo possibile diritto internazionale, diplomazia, cooperazione e soluzione politica dei conflitti.

23. Migrazioni

Anche le migrazioni devono essere affrontate tenendo insieme due esigenze.

Da una parte vi sono la dignità della persona, la protezione di chi fugge da guerra, persecuzione o miseria e il contrasto alla tratta.

Dall’altra esistono la responsabilità degli Stati, la legalità, la capacità concreta di accoglienza e la necessità dell’integrazione.

Ridurre tutto alla contrapposizione fra “accoglienza” e “chiusura” impedisce di affrontare seriamente il problema.

24. Bene comune

Tutto converge infine nel concetto di bene comune.

Il Compendio lo definisce come l’insieme delle condizioni sociali che consentono alle persone e alle comunità di realizzarsi più pienamente; fra le sue esigenze comprende pace, ordinamento giuridico, ambiente e servizi essenziali quali alimentazione, casa, lavoro, educazione, salute e libertà religiosa. (Vaticano)

Il bene comune non è il bene dello Stato contro l’individuo.

Non è neppure la somma degli interessi individuali.

È la ricerca delle condizioni che consentano a ciascuno di vivere nella propria dignità insieme agli altri.

Croce e Libertas

Alla fine tutto può essere ricondotto ai due elementi del nostro simbolo.

La Croce ricorda che la persona non può essere ridotta a denaro, potere, materia, consumo o tecnologia.

Libertas ricorda che nessun potere politico può impossessarsi della coscienza dell’uomo.

Da questa doppia radice nasce una concezione politica che vuole tenere insieme libertà e solidarietà, iniziativa privata e giustizia sociale, diritti e doveri, progresso scientifico e limite etico, identità e rispetto dell’altro, autonomia della persona e responsabilità verso la comunità.

È questa, più che una semplice collocazione fra destra e sinistra, la domanda fondamentale che dovrebbe caratterizzare una forza democratico-cristiana:

ogni nostra scelta politica rispetta davvero la dignità della persona, la sua libertà e il bene comune?

Se la risposta a questa domanda diventa il criterio dell’azione politica, allora la Croce e la parola Libertas cessano di essere soltanto un simbolo storico e tornano ad avere un significato concreto.

20/09/2026

ASSOCIAZIONE “DALLA TERRA AL CIELO”
Tutela dell’ambiente, del paesaggio e del territorio

AI COMUNI DEL LAZIO

CHI GOVERNA DAVVERO IL TERRITORIO?

L’Associazione “Dalla Terra al Cielo” rivolge ai Sindaci, agli Assessori, ai Consiglieri comunali e alle amministrazioni dei Comuni del Lazio una domanda che riteniamo non più rinviabile:

i Comuni dispongono ancora degli strumenti e dei poteri necessari per governare realmente il proprio territorio?

Negli ultimi decenni il sistema della pianificazione territoriale e urbanistica è diventato progressivamente più complesso.

Norme statali e regionali, piani territoriali e paesaggistici, vincoli ambientali, archeologici, idrogeologici e naturalistici, competenze delle Soprintendenze, degli Enti Parco, delle Autorità di Bacino, delle Città metropolitane, delle Province e di numerosi altri organismi si sovrappongono alle competenze comunali.

La tutela dell’ambiente e del paesaggio costituisce naturalmente un interesse primario della collettività.

Ma tutelare non può significare rendere impossibile programmare.

Il problema non è soltanto la quantità delle norme.

Il problema fondamentale è stabilire con chiarezza:

chi programma, chi decide e chi risponde politicamente delle decisioni che riguardano il territorio.

Il Comune è l’istituzione più vicina ai cittadini.

È al Sindaco e al Consiglio comunale che i cittadini chiedono risposte quando mancano abitazioni, servizi, strade, parcheggi, scuole, attrezzature pubbliche, quando i centri storici si spopolano o quando le periferie crescono senza adeguate infrastrutture.

Eppure molte delle decisioni decisive per il futuro di un territorio dipendono oggi da procedimenti nei quali intervengono numerosi soggetti istituzionali, ciascuno titolare di una propria competenza settoriale.

Si determina così un evidente paradosso:

il Comune conserva davanti ai cittadini una grande responsabilità politica, mentre dispone di una capacità decisionale sempre più frammentata.

L’autonomia comunale non può ridursi alla semplice amministrazione dell’esistente.

Governare un territorio significa poter elaborare una visione del suo futuro: stabilire dove costruire e dove non costruire; recuperare il patrimonio edilizio esistente; proteggere il paesaggio; organizzare la mobilità; programmare servizi e infrastrutture; affrontare il problema della casa; rigenerare le periferie; tutelare le aree agricole; valorizzare i centri storici.

Occorre quindi interrogarsi sul funzionamento complessivo del sistema di governo del territorio nel Lazio.

Non proponiamo l’eliminazione delle tutele.

Proponiamo, al contrario, di renderle più chiare, coordinate ed efficaci.

Occorre evitare che la sovrapposizione di competenze determini immobilismo amministrativo, procedimenti interminabili e una progressiva deresponsabilizzazione delle istituzioni.

La pianificazione deve tornare ad essere il luogo nel quale gli interessi pubblici vengono ricondotti ad una visione complessiva del territorio.

Ambiente, paesaggio, mobilità, abitazione, sviluppo economico, agricoltura, infrastrutture e servizi non possono essere affrontati come compartimenti separati.

Serve una vera cultura del governo del territorio.

Per queste ragioni l’Associazione “Dalla Terra al Cielo” propone di aprire un confronto tra i Comuni del Lazio sui seguenti temi:

1. effettiva autonomia dei Comuni nella pianificazione urbanistica;
2. rapporto tra pianificazione comunale, regionale e sovracomunale;
3. semplificazione e coordinamento dei procedimenti;
4. chiarezza delle competenze e delle responsabilità;
5. tutela del paesaggio e dell’ambiente integrata nella pianificazione;
6. rigenerazione urbana e recupero del patrimonio edilizio esistente;
7. futuro delle aree agricole e periurbane;
8. partecipazione dei cittadini alle decisioni sul territorio;
9. necessità di una nuova disciplina organica del governo del territorio;
10. rafforzamento della responsabilità politica e amministrativa delle comunità locali.

Vorremmo conoscere direttamente l’esperienza dei Comuni.

Quali sono oggi le maggiori difficoltà che incontrano Sindaci, Assessori e uffici tecnici nella formazione e nell’attuazione dei propri strumenti urbanistici?

Quali competenze dovrebbero essere maggiormente coordinate?

Quali procedure potrebbero essere semplificate senza diminuire la tutela dell’ambiente, del paesaggio e dei beni culturali?

E soprattutto:

quale ruolo vogliamo riconoscere ai Comuni nel governo del territorio del Lazio dei prossimi decenni?

Su questi temi proponiamo di costruire un confronto pubblico tra amministratori, tecnici, università, associazioni e cittadini e di promuovere una Conferenza sullo stato e sul governo del territorio nel Lazio.

Perché il territorio non può essere governato attraverso una sommatoria di vincoli e autorizzazioni.

Il territorio ha bisogno di tutela, ma anche di progetto.
Ha bisogno di regole, ma anche di responsabilità.
Ha bisogno soprattutto di una visione del futuro.

Associazione “Dalla Terra al Cielo”
Tutela dell’ambiente, del paesaggio e del territorio

Prof. Arch. Rodolfo Violo
Presidente

20/09/2026

La fine della Democrazia Cristiana

La storia è fatta di corsi e ricorsi. Gli avvenimenti non si ripetono mai nello stesso modo, ma talvolta è possibile riconoscere, a distanza di secoli, una medesima logica del potere: un’istituzione entra in crisi, viene delegittimata e lascia spazio a un nuovo equilibrio politico.

Alla fine del XIII secolo, uno degli scontri più drammatici fu quello tra Filippo IV di Francia, detto Filippo il Bello, e papa Bonifacio VIII.

Il conflitto riguardava il rapporto tra il crescente potere delle monarchie nazionali e l’autorità universale rivendicata dal papato. Bonifacio VIII, con la Unam Sanctam del 1302, portò al massimo livello l’affermazione della supremazia pontificia; Filippo il Bello reagì tentando di sottoporre il pontefice al giudizio di un concilio.

Il 7 settembre 1303, Guillaume de Nogaret, uomo del re di Francia, insieme a Sciarra Colonna e ai suoi uomini, entrò ad Anagni e prese prigioniero Bonifacio VIII. È l’episodio passato alla storia come lo “schiaffo di Anagni”, anche se non è certo che lo schiaffo sia stato materialmente inferto. La popolazione liberò il pontefice pochi giorni dopo; Bonifacio tornò a Roma e morì l’11 ottobre dello stesso anno. (Treccani)

Filippo il Bello aveva ormai rafforzato decisamente la monarchia francese nei confronti del papato. Dopo il breve pontificato di Benedetto XI, nel 1305 fu eletto il francese Clemente V. Dal 1309 la corte pontificia si stabilì ad Avignone, dove rimase sino al ritorno di Gregorio XI a Roma nel 1377. Dal 1378 seguì il grande Scisma d’Occidente, con papi e antipapi contrapposti.

Filippo il Bello esercitò inoltre forti pressioni contro l’Ordine dei Templari. Clemente V ne decretò la soppressione e il gran maestro Jacques de Molay finì sul rogo nel 1314. Le proprietà dell’Ordine furono coinvolte nella vicenda, anche se il loro destino fu più complesso di una semplice acquisizione integrale da parte della Corona francese. (Treccani)

Il paragone con la fine della Democrazia Cristiana non riguarda l’assimilazione storica degli eventi, ma una logica politica: quando un potere entra in crisi, altre forze possono accelerarne la dissoluzione e contendersene l’eredità.

Tangentopoli e la crisi della Prima Repubblica

Seicento anni dopo, nei primi anni Novanta del XX secolo, l’Italia attraversò una crisi politica di dimensioni eccezionali.

Il 17 febbraio 1992 fu arrestato a Milano Mario Chiesa, presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio, mentre riceveva una tangente di sette milioni di lire. Quell’arresto divenne il punto di partenza dell’inchiesta Mani Pulite, destinata ad allargarsi rapidamente al sistema politico e imprenditoriale italiano. (Rai Cultura)

Le indagini fecero emergere un sistema diffuso di finanziamento illecito e corruzione, coinvolgendo numerosi partiti della Prima Repubblica. Tangentopoli produsse reati accertati, condanne, assoluzioni, prescrizioni e vicende giudiziarie differenti; tuttavia, sul piano politico, l’effetto complessivo fu molto più ampio delle singole sentenze. La credibilità dei partiti tradizionali venne profondamente compromessa e l’intero sistema di rappresentanza apparve incapace di rinnovarsi.

Bettino Craxi fu coinvolto in numerosi procedimenti e riportò condanne definitive. Si trasferì ad Hammamet, in Tunisia, dove rimase sino alla morte.

Anche Giulio Andreotti fu sottoposto a un processo con l’accusa di rapporti con Cosa nostra. La Cassazione, nel 2004, confermò l’assoluzione per i fatti successivi alla primavera del 1980, mentre per quelli precedenti riconobbe intervenuta la prescrizione del reato contestato. Nel distinto processo per l’omicidio Pecorelli, Andreotti fu definitivamente assolto nel 2003. (Treccani)

La crisi giudiziaria si trasformò così in una crisi politica generale. La Democrazia Cristiana, pur non essendo l’unico partito coinvolto nelle inchieste, fu colpita al centro della propria identità: era stata per decenni il principale partito di governo e il punto di riferimento di una vasta area sociale, ma ora appariva associata a un sistema politico che l’opinione pubblica considerava ormai esaurito.

La dissoluzione della DC

È in questo contesto che si colloca la fine della Democrazia Cristiana.

Nelle elezioni politiche del 1992 la DC ottenne circa 11,6 milioni di voti, pari al 29,7 per cento: quasi un terzo dell’elettorato italiano. (Wikipedia)

Il dato mostra la contraddizione di quella fase: il partito era già in crisi, ma conservava ancora una forza elettorale enorme. La sua dissoluzione non fu quindi il risultato di una semplice scomparsa del consenso, bensì l’esito di una combinazione di fattori: la delegittimazione giudiziaria, il cambiamento del sistema elettorale, la fine degli equilibri internazionali della Guerra fredda e l’incapacità della classe dirigente di proporre una riforma condivisa.

Nell’ottobre 1992 la segreteria fu affidata a Mino Martinazzoli. Dopo il referendum elettorale dell’aprile 1993 e il crollo della DC nelle amministrative di quell’anno, Martinazzoli propose di trasformare il partito recuperando il nome del Partito Popolare Italiano fondato da don Luigi Sturzo nel 1919.

Il processo si concluse nel gennaio 1994 con la costituzione del nuovo PPI. Una parte della classe dirigente democristiana non vi aderì e diede vita ad altre formazioni, tra cui il Centro Cristiano Democratico. La diaspora proseguì negli anni successivi in numerosi partiti e schieramenti. (Treccani)

Un partito che aveva governato l’Italia per quasi mezzo secolo e che nel 1992 raccoglieva oltre undici milioni e mezzo di voti cessò così di esistere, nella sua forma storica, in pochi anni.

Per una parte del popolo democristiano quella trasformazione fu una frattura traumatica. La scelta di sciogliere la DC venne percepita come una decisione presa dall’alto, mentre la base assisteva alla dissoluzione della propria casa politica senza poter partecipare realmente alla definizione del nuovo progetto.

A distanza di oltre trent’anni resta aperta una domanda: era inevitabile cancellare la Democrazia Cristiana oppure sarebbe stato possibile rinnovarla senza dissolverla?

Martinazzoli ritenne conclusa una fase storica e propose di ripartire dal popolarismo sturziano. Altri democristiani si collocarono nel centrodestra o nel centrosinistra. Da quella frattura nacquero o furono alimentate numerose esperienze: PPI, CCD, CDU, UDC, Margherita e, attraverso ulteriori passaggi, formazioni confluite nel Partito Democratico.

Il patrimonio e l’eredità materiale

La dissoluzione della DC non riguardò soltanto il nome, l’organizzazione e la rappresentanza politica. Un capitolo autonomo riguarda il patrimonio immobiliare e finanziario accumulato dal partito in decenni di attività.

La DC disponeva di sedi, strutture e beni immobili distribuiti sul territorio nazionale. Con la sua trasformazione e la nascita di nuove formazioni si aprì il problema della titolarità e della destinazione di quei beni.

Politicamente si può sostenere che l’eredità materiale e simbolica della DC avrebbe dovuto essere amministrata con maggiore trasparenza e con un più ampio coinvolgimento della base. Non si può invece affermare, senza specifiche sentenze o documenti, che determinati esponenti si siano personalmente appropriati illegalmente di quel patrimonio.

Occorre ricostruire immobile per immobile, società per società, atto per atto, ciò che avvenne realmente. La questione patrimoniale è infatti parte della più ampia domanda su come sia stata gestita l’eredità della DC dopo la sua dissoluzione: non soltanto l’eredità economica, ma anche quella politica, culturale e organizzativa.

La trasformazione dello Stato nell’economia

La crisi della Prima Repubblica coincise con un’altra trasformazione decisiva: la riduzione e la riorganizzazione della presenza dello Stato nell’economia.

Negli anni Novanta si realizzò una vasta stagione di privatizzazioni e dismissioni delle partecipazioni pubbliche. Il processo iniziò formalmente nel 1992, con la trasformazione in società per azioni di grandi enti pubblici, e proseguì durante diversi governi.

L’IRI cedette progressivamente imprese siderurgiche, bancarie, alimentari, delle telecomunicazioni, dei trasporti e delle infrastrutture. Telecom Italia fu privatizzata nel 1997; importanti partecipazioni in Autostrade e Aeroporti di Roma furono cedute alla fine del decennio; nel 2000 l’IRI fu posto in liquidazione. Nel 1999 avvenne inoltre una rilevante cessione di quote di ENEL e Autostrade. (Treccani)

Romano Prodi ebbe un ruolo importante: presiedette l’IRI negli anni Ottanta e Novanta e, da Presidente del Consiglio, guidò un governo durante una fase decisiva delle privatizzazioni. Il processo attraversò però governi e maggioranze differenti e va considerato come una scelta complessiva dello Stato italiano, maturata nel clima di crisi finanziaria, integrazione europea e ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato. (Treccani)

Ferrovie dello Stato e Poste furono trasformate in società per azioni, mentre lo Stato ne mantenne il controllo. Anche ENI ed ENEL furono oggetto di cessioni azionarie senza uscire dalla sfera delle partecipazioni pubbliche. (Treccani)

Le privatizzazioni non furono quindi un fenomeno separato dalla crisi politica. Si svilupparono nello stesso periodo in cui venivano meno i partiti tradizionali e cambiava il rapporto tra Stato, economia e società. La fine della DC e la trasformazione delle partecipazioni pubbliche appartengono a un’unica grande cesura storica, anche se non possono essere ricondotte a un solo progetto o a un solo protagonista.

Resta la questione politica: la dismissione delle partecipazioni statali fu una modernizzazione necessaria oppure comportò la perdita di strumenti con cui lo Stato aveva governato parti essenziali dello sviluppo industriale e infrastrutturale italiano?

La diaspora e la cesura repubblicana

La fine della Democrazia Cristiana non fu un semplice cambio di nome. Fu parte di una trasformazione più ampia che coinvolse contemporaneamente il sistema elettorale, la struttura dei partiti, il rapporto tra Stato ed economia e la rappresentanza politica dei cattolici.

Tangentopoli delegittimò il vecchio sistema; la crisi della DC ne colpì il principale pilastro; la nascita del PPI e delle altre formazioni segnò la frammentazione dell’area democristiana; le privatizzazioni modificarono il ruolo dello Stato nell’economia. Questi processi non furono identici né necessariamente coordinati, ma si rafforzarono reciprocamente nel determinare la fine della Prima Repubblica.

Si può ritenere quella fine inevitabile o accelerata da decisioni politiche sbagliate. Si può considerare il passaggio al Partito Popolare una rinascita necessaria oppure, come io ritengo, una rottura troppo radicale con la storia democristiana.

Dodici milioni circa di elettori non scomparvero insieme alla sigla DC.

Si dispersero: una parte andò verso il centrodestra, una verso il centrosinistra, una verso le nuove formazioni centriste; molti cessarono di riconoscersi in una casa politica comune.

Fu questo il lascito più profondo del 1994: non soltanto la fine di un partito, ma la diaspora di un popolo politico che aveva partecipato alla ricostruzione dell’Italia, alla nascita della Repubblica, allo sviluppo economico e alla costruzione europea.

A oltre trent’anni di distanza, la domanda non è soltanto perché sia finita la Democrazia Cristiana. È anche necessario chiedersi che cosa rimanga oggi della cultura politica, sociale e popolare che essa rappresentava e se quella tradizione abbia ancora qualcosa da dire all’Italia del nostro tempo.

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