10/09/2026
Risposta alle polemiche nate dalla partecipazione al sit-in di ieri per Disegno di Legge (DDL) sull'antisemitismo.
C’è un modo semplice per non discutere il merito di una manifestazione: scegliere la bandiera peggiore che vi compare e attribuirla a tutti.
È anche un metodo antico. I nazionalismi più pericolosi hanno sempre avuto bisogno di cancellare le differenze interne, trasformare individui e gruppi diversi in un unico nemico, attribuire a ciascuno le parole, i simboli e le colpe dell’altro. È un metodo tutt’altro che liberale.
La tradizione liberale che conosciamo è un’altra. John Stuart Mill non smise di essere liberale quando volle che un governatore dell’Impero britannico rispondesse della repressione in Giamaica. I liberali italiani non diventarono comunisti perché nella Resistenza combatterono il nazifascismo insieme ai comunisti. Condividere una battaglia non significa condividere ogni bandiera presente nella stessa piazza.
Alla manifestazione c’erano due persone con bandiere di Hamas, Hezbollah e della Repubblica islamica dell’Iran. Non rappresentavano gli organizzatori: contestavano la manifestazione e sono state contestate a loro volta. Hanno provocato palestinesi, persone di +Europa e altre associazioni presenti; non è stato consentito loro di intervenire. C’era, fra gli altri, Amnesty International. Raccontare quella piazza attraverso quei due provocatori significa semplicemente raccontarne un’altra.
Noi di +Europa Roma abbiamo aderito con le nostre idee: condanna di Hamas e dell’antisemitismo, diritto di Israele a esistere, diritto dei palestinesi alla libertà e all’autodeterminazione. Nessuno slogan «dal fiume al mare». Semmai l’attenzione a proposte israeliano-palestinesi come A Land for All, «Una terra per tutti», fondate su due popoli, due Stati, una terra condivisa e uguali diritti.
La posizione del segretario Riccardo Magi è pubblica ed espressa nel suo comunicato. Né quella né la nostra possono essere seriamente confuse con il favoreggiamento dell’estremismo o dell’antisemitismo.
L’ambiguità, oggi, sta piuttosto nel non esserci. Nel non riconoscere ciò che è ormai davanti agli occhi di tutti.
Gaza è stata trasformata in oltre 61 milioni di tonnellate di macerie. In Cisgiordania, nel 2026, le Nazioni Unite hanno documentato più di sei attacchi di coloni al giorno con vittime o danni: case assalite, incendiate, colpite con pietre, terreni devastati, famiglie costrette ad abbandonare le proprie comunità, uccisioni. A fine luglio erano già più di 1.380 gli episodi documentati.
Continuare, di fronte a questo, a concedere a Israele un’eccezione morale e politica che non concederemmo a nessun altro Stato non aiuta Israele. Rafforza le componenti nazionaliste e suprematiste che stanno prendendo in ostaggio la politica e la società israeliana. Il diritto internazionale, se cambia a seconda di chi lo viola, smette di essere diritto e torna a essere rapporto di forza.
Ed è significativo ciò che è accaduto appena due giorni fa. L’8 settembre dodici Paesi, undici dei quali europei, hanno annunciato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o sostenere restrizioni europee sul commercio con gli insediamenti israeliani nei territori occupati, considerati illegali dal diritto internazionale. Regno Unito e Francia, insieme al Canada, hanno annunciato misure per vietare l’importazione dei prodotti degli insediamenti; Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Norvegia e Belgio avevano già adottato proprie misure, mentre Danimarca, Finlandia, Islanda, Polonia, Portogallo e Svezia si sono associate alla nuova iniziativa.
Che proprio mentre una parte crescente dell’Europa decide di intervenire concretamente contro colonizzazione e violenza dei coloni, il governo italiano si dedichi a una legge sull’antisemitismo che rischia di rafforzare l’eccezionalismo israeliano e restringere lo spazio della critica politica è un segnale grave.
C’è poi un rapporto irrisolto della destra italiana con la propria storia fascista e con le responsabilità italiane nella persecuzione degli ebrei. Come c’è, comprensibilmente, il peso enorme della Shoah nel rapporto della Germania con Israele. Ma la memoria della persecuzione degli ebrei non può diventare un’immunità permanente per le politiche di un governo israeliano. Quella memoria dovrebbe insegnare soprattutto l’universalità dei diritti.
Noi abbiamo un faro abbastanza semplice: il diritto e lo Stato di diritto. E sentiamo ancora di più la responsabilità di ricordarlo negli anni in cui la democrazia liberale viene attaccata da molte parti.
Poi naturalmente arriva la piccola tattica italiana: Giuseppe Conte, il «sottobicchiere», le future alleanze. Mestizie della politica nazionale, assai poco utili per capire quello che sta accadendo a qualche migliaio di chilometri da noi e che non meritano molto del tempo di chi legge.
Mentre in Cisgiordania le pietre vengono lanciate contro le case per terrorizzare chi ci vive, qui c’è chi raccoglie le bandiere di due provocatori per costruirci sopra un’intera teoria politica.
Sasso dopo sasso, viene su un muro di ipocrisia.
Andrea Massaroni - Pagina Politica