13/10/2026
il nostro intervento nella manifestazione di ieri in piazza Montecitorio, indetta da Agorà di Angelo D'Orsi contro la nuova legge elettorale e la soglia delle 450000 firme imposte dal governo Meloni per impedire la partecipazione di liste anti-Larghe Intese
C’è la possibilità di trasformare l’agonia del governo Meloni in una batosta per tutte le Larghe Intese.
Costringere il governo alle dimissioni attraverso la mobilitazione delle piazze, le azioni di lotta e le azioni militanti è il modo più efficace per mettere e per tenere “sotto scacco” anche un altro eventuale governo delle Larghe Intese (che venga dalle elezioni, che sia tecnico, che sia del Pd, ecc.).
Promuovere la mobilitazione, le azioni di lotta e le azioni militanti è anche la migliore condizione affinché i partiti, le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese riescano a raccogliere almeno una parte del malcontento che le larghe masse esprimono con l’astensione.
Quindi
-in primo luogo, si tratta di non mettere l’obiettivo di cacciare il governo Meloni con le mobilitazioni di piazza in contrapposizione con la partecipazione alle elezioni; il governo Meloni va cacciato il prima possibile perché ogni giorno che rimane in carica aggrava lo sfruttamento, il saccheggio, la sottomissione dell’Italia agli Usa, ai sionisti e alla Ue e alimenta la partecipazione dell’Italia alla Terza guerra mondiale. Non c’è nessun motivo per aspettare le elezioni.
-in secondo luogo, per coloro che intendono usare anche le elezioni per costruire un’alternativa alle Larghe Intese è necessario lavorare alla costruzione delle condizioni minime di credibilità: i candidati devono iniziare a praticare subito quello che promettono di fare una volta eletti.
Inoltre, sempre molto chiaramente: il settarismo, lo spirito di concorrenza e le mille scuse per coltivare ognuno il proprio orticello che persistono nelle file di Potere al Popolo, di Agorà e Schierarsi sono deleterie e fallimentari.
Non sono sufficienti le più articolate e arzigogolate argomentazioni politiche, ideologiche, tattiche, strategiche a giustificare il freno a convergere in una lista elettorale unitaria, plurale, aperta ad ampie alleanze nel variegato campo del fronte anti Larghe Intese. Ognuna delle eventuali giustificazioni alimenta l’idea di poca serietà e di opportunismo, alimenta la sfiducia.
Su questo specifico fronte, a settembre è arrivato dalla Sicilia un segnale importante: un documento firmato da molte, se non tutte, le organizzazioni politiche anti Larghe Intese per la costruzione di una lista unitaria per le elezioni regionali del 2027. È un passo concreto, nemmeno troppo piccolo. È un esempio che deve essere raccolto ed esteso anche a livello nazionale.
Ogni prospettiva SERIA di costruzione di una lista elettorale anti Larghe Intese deve necessariamente poggiare sulla consapevolezza che raccogliere il numero di firme necessario è impossibile senza unire realmente e concretamente le forze e allargarle verso l’area degli astenuti.
Per essere estremamente chiari: Potere al Popolo (e il suo campo politico indipendente), Agorà per l’Italia promosso da Angelo D’Orsi, Schierarsi di Di Battista, Democrazia Sovrana Popolare ecc. non hanno alcun serio motivo per tergiversare di fronte alla necessità di confluire in un’unica lista elettorale.
Ogni tentennamento mina la credibilità del progetto a partire dal fatto che nessun progetto è sufficiente a se stesso. Era così anche prima dell’emendamento Zedda, ma ora, dopo l’emendamento, la convergenza è diventata condizione indispensabile per evitare che i progetti e le prospettive rimangano lettera morta.
Marciando divisi l'ostacolo delle firme è insuperabile, unendosi in un'unica lista e quindi unendo gli sforzi per raccogliere le firme l'obiettivo diventa raggiungibile. Non solo è a queste condizioni, quindi con l'obiettivo di far saltare la manovre del governo per tenere fuori le liste anti-Larghe Intese, che le liste anti-Larghe Intese possono diventare popolari, conquistare seguito ed ispirare combattività tra le masse popolari (cioè l'opposto della depressione e della rassegnazione del comunicare che non “vogliono farci partecipare” ma non siamo in grado di metterci insieme per far saltare questa manovra)