26/10/2020
Condividiamo la versione non definitiva della ricerca “La rappresentazione dell’esordio della pandemia Covid-19 e del conseguente lockdown in Italia: una ricerca psicosociale a cura di SPS, Studio di Psicosociologia di Roma”, a cui abbiamo partecipato e che verrà in seguito pubblicata sul n. 2, 2020, della Rivista di Psicologia Clinica online.
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A fine febbraio 2020, in SPS ci siamo chiesti quali fossero i vissuti evocati dalla pandemia Covid-19 in esordio, e quali fatti “derivassero” da tali vissuti.
A tal fine abbiamo interpellato 419 persone, tra l’1 marzo e il 5 maggio 2020. Il corpus raccolto è stato analizzato con l’Analisi Emozionale del Testo (AET). Si ipotizzava che la pandemia avesse destrutturato le modalità abituali di rapporto, e pensavamo stessero emergendo dimensioni relazionali inedite.
I dati dicono che l’individualismo abituale, di avida competitività, è in crisi. In risposta alla destrutturazione dello schema relazionale amico/nemico, alla base della socialità, è emerso un nuovo individualismo. La rappresentazione del pericolo insito nel contagio pandemico ci ha reso, tutti, potenzialmente nemici gli uni degli altri. Tutti siamo vissuti come potenzialmente nemici di tutti, a meno di non essere dichiaratamente malati.
I malati, di contro, non sono vissuti come nemici: sono un’alterità scissa, relegata in un altrove lontano da chi è “sano”. Le cure, nel lockdown, erano confinate nell’ospedale, caratterizzate dall’isolamento, dall’emergenza, dalla morte esperita nel peggiore dei modi. L’altrove è stato reificato in un ospedale diventato sintomatico del fallimento del sistema sanitario. Si è costituito un “noi” qui insieme, sani e maniacalmente felici, e un “loro” contagiati, dannati, isolati e “altrove”.
Internet, consentendo vicinanza senza contatto, è diventata un nuovo contesto di socialità. Ha permesso di ridiventare umani, ovvero amici, a meno che non si dimostri il contrario. Ma la nuova amicalità è fondata sulla scissione dall’altro dannato: la coppia malato/curante, e tutti gli esclusi, per diverse motivazioni, dalla protezione del lockdown.
Dalla nuova socialità è escluso anche il vissuto dello stare chiusi in casa con gli abituali conviventi, dove emerge la violenza delle relazioni familiari obbligate. Si evidenziano altri esclusi dal noi maniacalmente amicale: gli anziani che non usano internet e che più di tutti rischiano di morire.
C’è poi una cultura che, entro il fallimento delle relazioni sociali abituali, sottolinea l’impotenza delle istituzioni (politiche, sanitarie, mediatiche etc.) nella contingenza pandemica. Infine, c’è una cultura pre-lockdown, fatta della paura che porterà a scegliere l’isolamento.
Manca, nei dati, il mondo produttivo, che non ha ritrovato, per gli interpellati dalla ricerca – nel periodo di tempo da noi considerato - un codice emozionale condiviso che potesse raccogliersi in un cluster.
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