20/10/2026
Un’attrice teatrale (Liv Ullmann) d’improvviso diventa muta: la voce le si strozza ed è costretta al ricovero in un manicomio. La convalescenza la passerà con un’infermiera logorroica (Bibi Anderson) in una villa sul mare.
Il film è un gioco di riflessi in cui l’immagine specchiata diventa la propria identità e, in quella duplicità, l’identità dell’una finisce per essere assorbita dall’altra. La salute mentale viene trattata da Bergman in una maniera relazionale, in cui la fragilità dell’identità fa sì che il benessere psicologico si misuri costantemente nel riflesso dell’altro. È un gioco di relazioni in cui sono messi in ballo fattori come il masochismo, l’annullamento identitario, il senso di colpa, il desiderio non corrisposto, l’idealizzazione e il realismo. È un gioco in cui la riflessione ideologica si concilia con una riflessione psicologica e realista.
In questo contesto, nella parola “riflessione” intendiamo i suoi due significati sottesi: la riflessione dello specchio e la riflessione meditativa. Nel gioco linguistico che ho portato avanti tra uno e due — cioè tra unità e molteplicità —, Bergman lo trasporta attraverso tecniche cinematografiche totalmente innovative, compiendo un’operazione che viene definita da Tullio Kezich un’operazione chirurgica del cinema.
Il film si trasforma così in un thriller identitario in cui la propria coscienza diventa triplice: quella delle due donne e quella dello spettatore, che entra in una sorta di fusione con lo schermo.
Un film che diventa uno dei caposaldi della filmografia di Bergman e perciò dell’intero cinema mondiale, punto di riferimento inalienabile per la psicologia delle relazioni nel cinema.