31/10/2026
Quanto spazio occupa la paura?
Nei giorni che hanno preceduto la manifestazione studentesca del 30 ottobre a Senigallia ci siamo fatti una domanda: quanto spazio diamo alla paura quando raccontiamo una piazza? La risposta, purtroppo, la conosciamo: tanto. Troppo.
Funziona sempre allo stesso modo. Prima arriva l’allarme: ansia, preoccupazione, apprensione. Poi il repertorio da invasione barbarica: città messe a ferro e fuoco, vetrine in frantumi, grave pericolo. Manca solo l’olio bollente dalle mura. E tutto questo prima che sia successo qualcosa. Anzi, senza che succeda niente.
E le ragioni di chi scende in piazza? Quelle possono aspettare. Scuola, lavoro, carovita, riarmo: argomenti evidentemente meno interessanti di una vetrina che potrebbe rompersi. Gli organizzatori parlano di festa, sorrisi, dialogo? Si riportano tra virgolette, per carità. Ma la cornice resta quella del sospetto.
Poi la manifestazione si svolge. Pacifica, esattamente come annunciato. E allora, solo allora, si scopre che i ragazzi avevano qualcosa da dire. La paura sparisce di colpo, raccontata al passato come una tempesta scampata. Peccato che quella tempesta non sia mai esistita, se non sulla carta.
Una tempesta immaginaria, però, lascia danni veri: l’idea che i giovani in piazza siano un problema di ordine pubblico da contenere, prima ancora che cittadini da ascoltare.
Senigallia non ha una storia di cortei violenti. Basterebbe conoscerla un po’. I ragazzi lo hanno ricordato a tutti nel modo più semplice: lasciando fiori sulle porte dei negozi.
L’informazione, soprattutto quella locale, dovrebbe spiegare, dare contesto, aiutare a capire. Quando invece amplifica i timori e silenzia le ragioni, smette di informare e comincia a spaventare.
Quanto spazio occupa la paura? Molto più di quello che merita. Molto più di quello che lascia ai ragazzi.