Possibile LGBTI +

Possibile LGBTI +

Share

Il presidio di Possibile a sostegno della Comunità LGBTI+ e delle sue battaglie.

05/04/2026

Nell’ultimo anno, Udine ha compiuto passi concreti e significativi nella costruzione di una rete di tutela e accoglienza per le persone LGBTQIA+. Un percorso avviato da Arcigay Udine Fûr!, in rete con le realtà del territorio e con il supporto dell’Amministrazione comunale, che ha ora il suo tassello più importante: l’apertura di Casa Carra.

Tutto ha preso avvio il 27 giugno scorso con l’inaugurazione del CAD Carra, il primo Centro Antidiscriminazione della città dedicato alla tutela delle persone LGBTQIA+. Dal 1° dicembre, Giornata Mondiale contro l’AIDS, è diventato attivo presso il CAD l’Udine Checkpoint, servizio community based di supporto alla salute sessuale. Oggi, con Casa Carrà, si aggiunge il tassello dell’accoglienza abitativa: un appartamento a indirizzo riservato con due posti letto, realizzato nell’ambito del progetto europeo POWER (Promoting Organisations Empowerment Women’s Rights) grazie alla collaborazione con il Centro Balducci, destinato a persone LGBTQIA+ in grave emergenza a causa di violenze, maltrattamenti o discriminazioni sistemiche. Non solo un tetto, ma un percorso strutturato verso l’autonomia, sostenuto da un’équipe multidisciplinare — legale, psicologica, sanitaria, educativa, sociale — e da una rete capace di rispondere a bisogni complessi e troppo spesso invisibili.

Con Casa Carra, il Friuli Venezia Giulia ritrova un presidio di protezione specializzata che mancava dal 2023, quando aveva chiuso Villa Carrà: fino ad oggi, chi si trovava in condizioni di emergenza era costretto a cercare strutture a oltre 160 chilometri di distanza.

«Casa Carra è la dimostrazione concreta di cosa significhi fare politica pubblica con le comunità e non sulle comunità. Quando un’istituzione sceglie di stare al fianco dell’associazionismo LGBTQIA+, di co-costruire risposte strutturate invece di lasciare sole le persone di fronte alla violenza e alla discriminazione, produce risultati che cambiano davvero le vite. Udine lo ha fatto: con il CAD Carra, con l’Udine Checkpoint, e oggi con Casa Carra — un presidio di libertà e autodeterminazione che colma un vuoto rimasto aperto per tre anni in tutto il Friuli Venezia Giulia. In un paese in cui il governo nazionale taglia i fondi alle politiche antiviolenza, nega i diritti delle famiglie arcobaleno e lascia le persone trans* senza tutele adeguate, questo modello di rete territoriale non è solo una buona pratica: è una risposta politica. Possibile guarda a Udine come a un esempio da replicare e da difendere.»

Gianmarco Capogna, Coordinatore del Comitato Scientifico di Possibile, Portavoce Possibile LGBTI+

«È sempre una buona notizia quando la città si arricchisce di un nuovo servizio, in particolare se destinato alle persone più vulnerabili. L’Amministrazione comunale ha sostenuto questo percorso fin dall’apertura del CAD e dell’Udine Checkpoint, fino alla nascita di Casa Carra: un’iniziativa unica sul territorio, che testimonia l’impegno di tutta la comunità contro ogni forma di violenza discriminatoria. Questo lavoro richiede approccio integrato, multidisciplinarità e altissima specializzazione — anni di formazione e presenza sul territorio. Il Comune è e resterà al fianco di chi lavora ogni giorno per rendere Udine più accogliente.»

Arianna Facchini, Assessora del Comune di Udine a Demografica e statistica, Politiche giovanili, Pari opportunità, Bilancio di sostenibilità

05/04/2026

Non esistono esseri umani di serie B.

Vogliamo un Paese che garantisca parità di trattamento e di diritti a tutte e tutti, senza distinzioni.

Vuoi aiutarci devolvi il 2x1000 a Possibile col codice S36.

02/24/2026

"Riposerò in pace solo quando le persone trans non saranno trattate come sono stata trattata io e verranno considerate esseri umani.
La mia morte deve significare qualcosa.
Cambiate la società".

L'ultimo messaggio di , ragazza trans morta suicida il 2014, che ricordiamo oggi.

Dopo aver fatto coming out, venne costretta dalla sua famiglia a lasciare la scuola e a frequentare incontri di riorientamento sessuale dove la invitavano a "farsi aiutare da Dio".

Una petizione per vietare le terapie di conversione in tutti gli Stati Uniti - la Legge di Leelah - raccolse centinaia di migliaia di firme, ricevendo anche l’appoggio del Presidente Obama. A dieci anni di distanza però, negli USA le sono ancora legali in troppi stati. E non sono vietate nemmeno in Italia, nonostante l'impegno e le battaglie delle associazioni per i diritti LGBTQIA+.

La strada è ancora lunga, negli USA come nel resto del mondo, ma il ricordo e le parole di Leelah continueranno a ispirarci in questa battaglia.

, per Leelah e per tutt3.

02/24/2026

Quello che è accaduto a Doha a una cittadina italiana trans è uno schiaffo politico. Uno di quelli che fanno male perché mostrano quanto valgano le persone quando la loro esistenza disturba equilibri di potere, interessi economici e ipocrisie diplomatiche.

Una donna italiana è stata fermata, umiliata, perquisita in modo degradante, interrogata sul proprio corpo e sulla propria identità, fotografata contro la sua volontà e infine rimpatriata senza spiegazioni. Non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è.

Il silenzio delle istituzioni italiane è stato assordante e pesa come una complicità. Perché quando una cittadina italiana subisce un trattamento del genere all’estero, il dovere dello Stato è pretendere rispetto, non abbassare lo sguardo per non disturbare partner strategici, fornitori di gas o alleati di comodo. Perché i diritti umani non sono una clausola opzionale delle relazioni internazionali.

C’è un altro elemento che rende questa vicenda ancora più inquietante. Quando l’associazione Libellula ha avuto il coraggio di denunciare pubblicamente l’accaduto, rompendo il muro dell’indifferenza, è stata vittima di attacchi, insulti e delegittimazione, frutto di un clima politico e culturale avvelenato. Attacchi non solo contro di loro, ma contro l’idea stessa che difendere una persona trans sia un atto legittimo. A Libellula va la nostra piena, totale solidarietà.

Difendere le persone trans oggi non è una battaglia di nicchia. È una linea di confine democratica. Dove vengono colpite le persone trans, lì arretrano tutte le libertà. Lì si normalizza l’idea che lo Stato possa decidere quali corpi sono legittimi e quali no, quali vite meritano protezione e quali possono essere sacrificate.

Non accettiamo che la dignità venga barattata, che il silenzio diventi regola, che chi denuncia venga attaccato. Stiamo dalla parte di chi subisce, di chi resiste, di chi alza la voce. Stiamo dalla parte di Libellula. Stiamo dalla parte delle persone trans. Stiamo dalla parte dei diritti, senza ambiguità e senza paura.

Perché i diritti non si negoziano. E la dignità non si rimpatria.

Francesca Druetti
Gianmarco Capogna

02/24/2026

Dagli Stati Uniti arriva un segnale di allarme che non può essere ignorato. L’Istituto Lemkin, ONG internazionale impegnata nella prevenzione dei genocidi, ha recentemente pubblicato uno studio che invita a leggere con estrema attenzione le politiche adottate dall’amministrazione Trump nei confronti delle persone trans*, non binarie e intersex. Secondo l’Istituto, e secondo autorevoli studiosi della materia, tra cui due ex presidenti dell’Associazione Internazionale degli Studiosi del Genocidio, tali politiche presentano caratteristiche riconducibili alle fasi iniziali dei processi di persecuzione sistematica che, in diversi contesti storici del Novecento, hanno preceduto crimini di massa e stermini di intere comunità.
La letteratura comparata sul genocidio mostra con chiarezza come questi processi non abbiano inizio con l’eliminazione fisica, ma con la costruzione istituzionale dell’alterità: la definizione di un gruppo come deviante, pericoloso o incompatibile con l’ordine sociale; la progressiva erosione dei suoi diritti; la normalizzazione della discriminazione attraverso atti amministrativi, legislativi e retorici. Dinamiche analoghe sono state osservate nei regimi totalitari europei del secolo scorso, così come in altri contesti segnati da politiche di esclusione radicale e disumanizzazione collettiva.
In questo quadro si collocano le politiche di persecuzione delle persone transgender, non binarie e intersex, che l’Istituto Lemkin individua come un preambolo a forme più estreme di violenza. Emblematica è la normativa che obbliga le persone trans* a utilizzare i servizi igienici in base al sesso assegnato alla nascita: una misura che non può essere considerata simbolica o marginale, ma che contribuisce a legittimare socialmente il controllo dei corpi e l’esposizione forzata nello spazio pubblico.
La dottoressa Elisa von Joeden-Forgey sottolinea come la combinazione di paura, propaganda e retoriche d’odio promosse o tollerate da apparati politico-statali costituisca il terreno su cui attecchiscono le forme più estreme di violenza. È uno schema ricorrente nella storia dei genocidi: prima l’isolamento simbolico, poi l’esclusione giuridica, infine la violenza aperta. I dati che ci arrivano confermano la gravità di questo contesto, mostrando un aumento delle difficoltà nel fare coming out e un incremento dei tassi di suicidio all’interno della comunità, segnali inequivocabili di una pressione sistemica che colpisce direttamente la vita delle persone.
Trump sta utilizzando i corpi delle persone migranti e di quelle trans*, non binarie e intersex come strumenti politici, contribuendo ad anestetizzare l’opinione pubblica rispetto alla violenza strutturale tipica dei regimi autoritari. È una strategia già vista nella storia, in cui la normalizzazione dell’abuso e dell’esclusione prepara il terreno a forme sempre più radicali di disumanizzazione.
Per questo, ricordando le parole del pastore Martin Niemöller nel celebre sermone “Prima vennero…”, è nostro compito non voltarci mai dall’altra parte davanti alla violenza e alla sua normalizzazione. Non saremo mai in un mondo libero finché esisterà anche una sola persona oppressa per il suo credo, per il suo sesso, per la sua identità di genere, per la sua nazionalità o per il colore della sua pelle.

- Thomas Predieri, Vanessa Capretto, Gianmarco Capogna

02/24/2026

Le autorità di New York tornano a issare la bandiera arcobaleno a Stonewall, nonostante le disposizioni federali ne avessero ordinato la rimozione.

Il luogo dove sono nati i diritti LGBTQIA+ resiste.

02/24/2026

Quello che è successo il 12 febbraio 2026 nell’aula del Parlamento europeo non è un segnale politico forte, una dichiarazione di campo. Con 340 voti favorevoli, 141 contrari e 68 astensioni, il Parlamento ha adottato una Risoluzione, parte della Raccomandazione al Consiglio dell’Unione europea sulle priorità dell’UE in vista della 70ª sessione della Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione femminile a New York, che specifica il pieno riconoscimento delle donne trans come donne e la loro piena inclusione in qualsiasi politica di parità di genere e antiviolenza. La risoluzione non è legalmente vincolante, ma segna l’indirizzo politico che l’Unione europea intende assumere in sede multilaterale e internazionale.

In un’epoca in cui la parola “donna” è diventata terreno di conflitto, campo di battaglia culturale e politica, questa scelta non è neutrale: è dichiarazione di esistenza e di soggettività. È dire che le donne trans non sono accessorie di alcuna definizione tradizionale, non sono materia di disputa o di “compromesso”, non sono oggetto di classificazione o sospetto. Sono donne, punto. E la forza di una politica di parità si misura dalla capacità di includere tutte le donne, non di crearne di autorizzate e di proibite.

Riconoscere le donne trans come donne significa riconoscere una verità nell’esperienza del mondo: che l’identità è una esperienza vissuta, che i meccanismi di esclusione producono violenza, e che nessuna battaglia di liberazione può dirsi compiuta se lascia indietro chi è più espostә, più vulnerabile, più colpitә dai soprusi quotidiani. È ribadire che chi è oggetto di violenze multiple non può essere confinatә in un linguaggio ampio ma vuoto: deve avere accesso reale ai servizi di protezione e di sostegno, alle misure di prevenzione della violenza, alla salute, alla giustizia. Questa non è teorizzazione, è materialità politica.

E mentre in molte capitali europee e in buona parte del mondo si affermano narrative reazionarie, come la sentenza della Corte Suprema del Regno Unito che restringe in legge la definizione di “donna” al sesso biologico alla nascita, costruendo una regressione giuridica sui diritti delle persone trans*, l’Unione europea sceglie di proiettare un linguaggio di inclusione nel cuore del multilateralismo.

La Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione delle donne non è un comitato qualsiasi: è una delle sedi più alte in cui Stati e società civile si confrontano, negoziano, costruiscono linguaggi condivisi su diritti, dignità e libertà. È un organismo nato nel 1946, nel dopoguerra, con la responsabilità di promuovere la parità di genere su scala globale. In un tempo in cui la cooperazione internazionale è attaccata da politiche nazionaliste, da esercizi di potere unilaterale e da chiusure identitarie, affermare una posizione chiara davanti all’ONU significa riaffermare il valore del multilateralismo come strumento politico necessario per costruire risposte collettive ai diritti umani. Significa dire che le istituzioni internazionali non sono aree tecnocratiche o neutre, ma luoghi in cui l’azione progressista può incidere sulle condizioni materiali di milioni di persone.

Il riconoscimento delle donne trans nel linguaggio ufficiale delle priorità europee non è mera retorica: è una scommessa sul diritto internazionale dei diritti umani, su quell’idea che nessuno Stato da solo può garantire sicurezza, dignità, protezione a chi è più esposto alla violenza. È un’affermazione che dice: la comunità internazionale deve scegliere da che parte sta, se con chi costruisce diritti o con chi li smonta. È un rifiuto di quei “compromessi al ribasso” che spesso caratterizzano il linguaggio diplomatico, un rifiuto netto della logica secondo cui quando i diritti diventano negoziabili, la prima vittima è sempre chi ha meno potere.

E tutto questo è profondamente politico, non soltanto “tecnico”. Perché mentre gruppi reazionari, anche in Italia e in Europa, gridano alla “minaccia gender” – che non esiste - o bollano questi testi come “manifesto ideologico”, ciò che davvero è in gioco è la direzione della nostra civiltà: se accettare che la dignità sia definita da pochi o che sia garantita da tuttӡ.

In Italia, come altrove, la retorica della parità di genere è spesso utilizzata come scudo simbolico mentre si tollerano discriminazioni sistemiche e pratiche di esclusione. La promessa di protezione per tutte le donne resta lettera morta se le istituzioni pubbliche non si impegnano concretamente perché ogni donna possa accedere ai servizi di protezione e sostegno, senza barriere, senza pregiudizi, senza esclusioni.

Proprio per questo nel nostro dibattito pubblico questa risoluzione europea deve essere più di una notizia: deve diventare stimolo, punto di riferimento e sfida. Perché riconoscere le donne trans come donne, con pieno accesso ai diritti, non “aggiunge” un problema alla politica di genere: la rende più vera, più giusta, più efficace. È la linea di demarcazione tra una parità che protegge solo chi è già riconosciuto e una parità che si assume la responsabilità delle vite reali di chi resiste alle violenze, alle discriminazioni e alle esclusioni.

Quando parliamo di multilaterlismo, non parliamo di istituzioni astratte. Parliamo di strumenti concreti per costruire leggi, linguaggi, tutele. Parliamo di un mondo in cui nessuna comunità, Stato o persona è lasciata sola nella lotta contro l’odio, la violenza e la marginalizzazione. E in questo senso, il riconoscimento delle donne trans non è un dettaglio: è la misura di quanto siamo capaci di trasformare il diritto internazionale in difesa della libertà, della giustizia, della dignità di tutte le donne, di tutte le identità, comprese le soggetività q***r e LGBTQIA+.

Gianmarco Capogna

02/24/2026

Le dichiarazioni del Sindaco sono l’ennesima dimostrazione di una politica senza visione, che usa i dati per giustificare scelte portate avanti senza voler ascoltare nessuno, in primis le cittadine ed i cittadini, invece di cambiare davvero rotta.

I numeri ISTAT sulla motorizzazione e sull’inquinamento non “rafforzano” la strategia di questa amministrazione: ne certificano il fallimento. Frosinone è soffocata dal traffico perché da decenni si governa la mobilità senza coraggio, e questa Giunta sta continuando esattamente sulla stessa strada delle due precedenti.

Si interviene a macchia di leopardo, quasi esclusivamente sulla zona bassa della città, accumulando parcheggi e opere scollegate, senza alcuna visione complessiva, cambiando il piano urbano andando a tentativi, modificando, provando e poi spesso addirittura tornando indietro. Inoltre, si ignora deliberatamente ciò che accade nella zona alta, che paga il prezzo più alto: traffico riversato, strade congestionate, quartieri trasformati in imbuto permanente. Altro che mobilità sostenibile: questa è redistribuzione del disagio, non riduzione del problema.

Il Bus Rapid Transit, idea sulla quale, di base e in linea generale, siamo anche d’accordo, viene raccontato come LA soluzione, ma senza un trasporto pubblico capillare, frequente e realmente competitivo, soprattutto verso le aree collinari, resterà un’operazione di facciata come tante altre fatte e rivendicate da questa Amministrazione. Tra l'altro fatta male, intervenendo nuovamente sulla viabilità e senza nessun tipo di coinvolgimento della cittadinanza.

Vogliamo, inoltre, pensare alla riqualificazione di Largo Turriziani? Bellissima, se non fosse che a distanza di pochi metri il centro storico muore, nel degrado, nella sporcizia, nell’abbandono e nello spopolamento, anche proprio intorno e sotto casa dell’Assessora al Centro Storico, per dire.

E per tornare a quanto riguarda la mobilità, senza scelte nette contro l’uso dell’auto privata, senza riduzione dello spazio alle macchine, senza una rete integrata, non c’è alcuna transizione.

E c’è un’altra contraddizione enorme che questa amministrazione continua a ignorare: ogni nuova scelta taglia fuori il verde pubblico. I progetti di “rigenerazione” e i nuovi parcheggi si traducono troppo spesso in cementificazione, abbattimento di alberi, riduzione degli spazi verdi, come dimostra il restyling dello Scalo e di altre aree destinate alla sosta. Per non parlare dei continui cantieri di nuovi palazzi e abitazioni, a fronte di un numero sempre crescente di persone che abbandonano questa città. E su questo vorrei rivolgere una domanda al Sindaco: quante abitazioni sfitte ci sono in questa città, quanta richiesta c’è di nuovi palazzi e nuova cementificazione a danno di piazze, luoghi di aggregazione e spazi verdi? E anche alle opposizioni mi piacerebbe chiedere: quando decideremo di aprire un tavolo di confronto su cosa significa “abitare” questa città?

Abbiamo letto parole dell’Amministrazione che citano qualità dell’aria, ambiente e sostenibilità mentre si eliminano proprio quegli alberi e quegli spazi che l’aria la migliorano davvero. Questo non è sviluppo sostenibile: è greenwashing istituzionale.

La qualità dell’aria non migliora con i comunicati né con i controlli a valle, ma con una città meno trafficata, più verde, più permeabile, capace di assorbire calore, inquinanti e stress urbano. Ogni albero tagliato, ogni spazio verde sacrificato, è una scelta politica precisa: contro il benessere delle persone.

Ridurre PM10 e PM2,5 non è una formalità europea, ma una questione di salute, dignità e giustizia ambientale. Ogni giorno di traffico in più è un giorno in cui questa città si ammala. Bambini, anziani, persone fragili pagano il prezzo di una mobilità sbagliata e di un’urbanistica che continua a privilegiare l’auto e il cemento.
La qualità della vita non migliora spostando il traffico da un quartiere all’altro, né cancellando il verde per fare spazio alle macchine. Migliora solo se si ha il coraggio di cambiare modello, rompendo con il passato.

Da ecologista e da militante di Possibile, respingo questa narrazione autocelebrativa. L’ecologismo non è compatibile con l’inerzia, con le mezze misure o con la cementificazione mascherata da modernità. È rottura, è scelta, è conflitto con un modello di città che ha fallito.

Frosinone non ha bisogno di interventi spot, ma di una rivoluzione ecologista della mobilità e dello spazio urbano, che rimetta al centro le persone, il verde e il diritto a respirare. Tutto il resto è amministrazione dell’esistente. E l’esistente, oggi, non funziona.

02/11/2026

La bandiera arcobaleno tolta dallo Stonewall National Monument di New York non riguarda solo gli Stati Uniti. Riguarda tuttə noi.

Perché Stonewall è il punto da cui siamo partitə. È il luogo in cui una comunità perseguitata ha smesso di chiedere permesso ed è diventata soggetto politico.

È lì che, dopo le rivolte della caffetteria Compton di San Francisco, siamo natə come comunità q***r e LGBTQIA+. È lì che abbiamo scelto la visibilità contro la vergogna, la collettività contro l’isolamento, l’orgoglio contro la paura. È lì che abbiamo capito che essere noi stessə, apertamente, era già un atto di liberazione.

Rimuovere quella bandiera significa colpire la memoria per colpire il presente. Tentare di dire che la nostra storia può essere messa tra parentesi, che la nostra presenza nello spazio pubblico è facoltativa, che il Pride può essere ridotto a manifestazione e non riconosciuto come lotta.

Trump sta lanciando un messaggio globale: vorrebbe riportarci ai margini, farci tornare invisibili. Ma la comunità nata a Stonewall non è mai stata invisibile. È stata rumorosa, indomabile, orgogliosa. Ogni volta che hanno provato a cancellarci, abbiamo risposto con più visibilità, più orgoglio, più politica.

Stonewall è stato Rivolta.
Stonewall è stato Libertà.
Stonewall è stato Pride, quello vero, politico, collettivo.

Non torneremo indietro.

Abbiamo già smesso di nasconderci una volta. E se sarà necessario tornare nelle strade, come nel 1969, lo faremo con la stessa fierezza.

Perché siamo tuttə figli e figlie di Stonewall. E il nostro orgoglio non si rimuove: si moltiplica.

We are the Stonewall girls
We wear our hair in curls
We wear no underwear
We show our p***c hair
We wear our dungarees
Above our nelly knees!

Possibile

02/11/2026

Un giovane studente di medicina dovrebbe essere libero di studiare, curarsi, progettare il proprio futuro.
Invece è bloccato in Iran, intrappolato da una burocrazia che oggi mette a rischio la sua vita.

È uno studente che vive in Italia. È gay.
E in Iran questo significa repressione, paura quotidiana, violenze possibili. Significa doversi nascondere per restare vivi.

Non sta chiedendo un favore.
Sta chiedendo un diritto: tornare in Italia, continuare gli studi, vivere in sicurezza.

Quando uno Stato nega il rientro a chi è in pericolo, quella non è neutralità: è una scelta politica.
E ogni giorno di silenzio pesa sulle spalle di chi rischia tutto.

L’Italia conosce la situazione in Iran. Conosce i rischi per le persone LGBTQIA+.
Può e deve intervenire ora.

✍️ Firma la petizione su https://action.allout.org/it/m/61743002

Nessuna vita può essere sacrificata sull’altare della burocrazia.

Questa campagna è condotta da: Agapanto, Agedo nazionale, Arcigay, Antinoo Arcigay Napoli, Associazione Quore, Associazione Radicale Certi Diritti, CEST centro salute trans e gender variant, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, EDGE, GayCenter, Gaynet, Intersex Esiste, Omphalos LGBTI, Open Catania, Polis aperta, Possibile LGBTI+, Rete Genitori Rainbow, Stonewall GLBT+ Siracusa, T Genus, Ygrò A.P.S., One Billion Rising Italia, Assist Ass. Naz. Atlete aps, Famiglie Arcobaleno, Genderlens e Libellula Italia APS.

03/22/2025
Want your business to be the top-listed Government Service in New York?

Click here to claim your Sponsored Listing.

Location

Category

Address


The Stonewall Inn, 53 Christopher St
New York, NY
10014