24/09/2026
Ecco una descrizione dela Convention Citoyen Democrazia in atto a Lille:
La Convenzione cittadina per la democrazia come terreno di ricerca
Tra le iniziative partecipative che si moltiplicano in vista delle elezioni presidenziali, DemoCIS propone di mettere in discussione la democrazia stessa. Il 12 e 13 settembre la sua Convenzione cittadina ha riunito a Lille cittadini estratti a sorte, parlamentari, rappresentanti della società civile e ricercatori per gettare le basi della deliberazione, tracciare una prima diagnosi e iniziare a immaginare la democrazia di domani. Con una particolarità: fare di questa esperienza partecipativa un vero e proprio terreno di ricerca, osservato da più discipline. Una domanda accompagnerà i lavori fino a dicembre: quale democrazia vogliamo?
La Convenzione è il primo grande dispositivo partecipativo del programma di ricerca DemoCIS, coordinato dall’Università di Lille e finanziato nell’ambito di France 2030. Riunita per quattro fine settimana, da settembre a dicembre, mette in dialogo 52 cittadine e cittadini estratti a sorte, parlamentari e rappresentanti della società civile, prima della formulazione di raccomandazioni all’inizio del 2027. Missions Publiques ne cura la progettazione metodologica e la facilitazione.
Ma il percorso non si ferma alla partecipazione: gli scambi costituiscono anche un materiale di ricerca. DemoCIS riunisce oltre 330 ricercatrici e ricercatori provenienti da discipline diverse (sociologia, scienza politica, diritto, filosofia o ancora scienze del linguaggio) che lavorano in particolare sulla crisi delle istituzioni, sulle trasformazioni della cittadinanza, sulla polarizzazione e sui disordini informativi. I lavori della Convenzione sono quindi osservati e studiati lungo tutto il processo.
Régis Bordet, presidente dell’Università di Lille, ha sottolineato davanti ai partecipanti questa dimensione: « Sul piano della metodologia, non potrà essere contestata da un punto di vista scientifico. Potrà essere contestata politicamente, ed è normale, ma non scientificamente. Oggi abbiamo bisogno di scienziati, e non solo di scienza da bar. Arriverete a dei lavori che faranno epoca e che alimenteranno le scadenze politiche che abbiamo davanti, sia in Francia sia in altri paesi europei. »
Due immagini da scegliere all’arrivo. Una per rappresentare ciò che oggi ispira, nella democrazia. L’altra per dire ciò che preoccupa.
È con questo gesto che, sabato 12 settembre all’Atelier di Sciences Po Lille, si è aperta la prima sessione della Convenzione cittadina per la democrazia. Un modo di entrare nell’argomento diversamente che attraverso le istituzioni, gli articoli della Costituzione o le riforme da immaginare: partendo dalle esperienze, dai ricordi e dalle rappresentazioni di coloro che avrebbero trascorso i due giorni successivi a discuterne.
CIÒ CHE REGGE ANCORA. CIÒ CHE FUNZIONA MENO BENE. CIÒ CHE INDIGNA.
Una volta definito questo quadro, i membri entrano nel merito: che cosa funziona nella nostra democrazia oggi? Che cosa funziona meno bene? E che cosa indigna?
Gli scambi fanno emergere al tempo stesso forti attaccamenti e insoddisfazioni. I partecipanti citano in particolare le libertà democratiche, il voto o ancora la democrazia locale, esprimendo al contempo dubbi sulla rappresentanza, sulla partecipazione tra un’elezione e l’altra e sul funzionamento delle istituzioni.
Queste prime constatazioni non sono ancora conclusioni. Costituiscono un punto di partenza per il prosieguo dei lavori: individuare ciò che merita di essere preservato, ciò che deve essere messo in discussione e i temi che la Convenzione dovrà approfondire nel corso delle prossime sessioni.
PASSARE DALLA DIAGNOSI ALLA DEMOCRAZIA DESIDERATA
I membri sono stati invitati a proiettarsi verso la democrazia che vorrebbero vedere domani. Gli scambi hanno fatto emergere diversi grandi interrogativi: come permettere a ciascuno di agire di più? Come formarsi un’opinione informata? Come coinvolgere meglio i cittadini nelle decisioni? Che cosa aspettarsi da coloro che esercitano il potere? E come tenere conto delle persone che restano lontane dalle decisioni?
Queste domande hanno aperto piste di riflessione attorno alla prossimità, all’informazione, alla partecipazione, alla responsabilità e all’esemplarità, facendo emergere anche punti di dibattito che saranno approfonditi nelle prossime sessioni. A questo stadio, una domanda diventa ineludibile: per migliorare la democrazia, bisogna cambiare le istituzioni?
Vengono quindi proposti ai partecipanti due sguardi volutamente diversi.
Pierre Rosanvallon, storico e sociologo, invita a non ridurre la democrazia alle sole procedure. Essa svolge, secondo lui, diverse funzioni che occorre saper organizzare:
Innanzitutto, la rappresentanza: non soltanto delegare a qualcuno il compito di parlare al proprio posto, ma far entrare nello spazio pubblico la realtà di ciò che vivono le persone.
Poi, la deliberazione: una democrazia non può limitarsi al confronto tra posizioni già costituite o al solo momento in cui il 51% prevale sul 49%. Discutere deve anche permettere agli argomenti di circolare, alle posizioni di evolvere e alla società stessa di partecipare alla costruzione del dibattito.
Infine, il controllo dei governanti: l’elezione non consiste soltanto nel designare, ma anche nel poter valutare e sanzionare l’esercizio del potere.
Quanto ad Anne Levade, costituzionalista, invita alla prudenza. Far evolvere le istituzioni non significa necessariamente riscrivere la Costituzione. La Costituzione, ricorda, non è la democrazia in sé, ma il quadro entro cui essa si sviluppa. La sua stabilità costituisce anche una garanzia: gli attori devono conoscere le regole del gioco politico e poter contare sulla loro continuità. Un quadro, tuttavia, non deve diventare una gabbia. Una stessa Costituzione può dar luogo a molteplici pratiche e interpretazioni. Il suo monito si riassume quindi in un’idea: modificare il testo costituzionale non trasforma meccanicamente la vita politica. Ogni revisione può produrre effetti che vanno oltre quelli ricercati.