01/11/2026
SIONISMO: STALLO POLITICO E GUERRA ALL'IRAN
Per le elezioni al Knesset (120 seggi) del 27 ottobre 2026 si è concluso il conteggio dei voti in "doppia busta" (oltre 500mila) di impossibilitati a votare al seggio di residenza (soldati e agenti in servizio, personale diplomatico all'estero, detenuti, pazienti, disabili motori). Invariata la distribuzione dei seggi sinora emersa (l'ufficialità il 4 novembre). Il Likud di Netanyahu si conferma primo partito con 27 seggi (da 32 che aveva) e, con i partiti del suo Blocco di riferimento (alcuni in flessione, particolarmente Shas), si raggiungono i 53. Il partito Yashar, guidato da Eisenkot, ottiene 21 seggi e la "Coalizione del Cambiamento" 48, con scollamento nelle ultime ore di Yisrael Beiteinu (salito a 7 seggi), il partito di destra dell'ex ministro Lieberman che rappresenta gli immigrati russofoni, per le ipotesi di sostegno esterno di parlamentari arabi. Balzo dei partiti a prevalenza araba: Lista Comune (tre partiti: comunisti, nazionalisti laici e nazionalisti di sinistra) e Ra'am (lista islamista) raggiungono 19 seggi (rispettivamente 11 e 8), un successo inedito che complica le alleanze nell'articolato campo sionista. Come da previsioni, nessuno schieramento raggiunge la maggioranza assoluta (61 seggi): di qui stallo politico e complesse trattative per formare un governo, non escluso un ritorno alle urne, che danno all'esecutivo uscente di Netanyahu la prospettiva di un interim significativamente lungo.
L'affluenza (77,7%), la più alta dal 1999, è indice degli 'umori' della società israeliana. Tolto un 20% scarso di arabi e di una esigua minoranza ebraica, il voto sionista intriso di suprematismo, razzismo, bellicismo si sparge a destra, al centro e a sinistra, con differenze su riforma giudiziaria e poteri sbilanciati sull'esecutivo, servizio militare o no per gli haredim (ebrei ultraortodossi), colonialismo in Palestina, efficacia o meno nella conduzione delle guerre. Chi pensa, ad es., che un Eisenkot, esponente del partito più votato dell'opposizione, sia il contraltare 'democratico' al genocida Netanyahu, ne ignora curriculum e posizioni attuali.
Eisenkot, ex generale, già ministro (ottobre 2023 – giugno 2024) nel governo di emergenza di Netanyahu, dirigente del neonato partito centrista Yashar, è l'ideatore ed esecutore della "Dottrina Dahiya" (da Dahiyeh, quartiere meridionale di Beirut, roccaforte di Hezbollah rasa al suolo dai bombardamenti israeliani), cioè dell'uso asimmetrico, sproporzionato e schiacciante della forza con distruzione totale delle infrastrutture civili del nemico. Eisenkot è contrario a uno Stato palestinese, approva il colonialismo in Cisgiordania, anche se vuole smantellare quegli avamposti ritenuti illegali dalla legge israeliana e ha bollato alcuni attacchi dei coloni contro i palestinesi come «terrorismo ebraico». Le differenze con Netanyahu hanno riguardato i negoziati: l’ex generale avrebbe sospeso la guerra genocida in cambio della liberazione di tutti gli israeliani prigionieri della Resistenza palestinese. Ha ridicolizzato la «vittoria totale» proclamata da Netanyahu nella Striscia di Gaza, ritenendola un «trucco retorico», perorato un approccio pragmatico e assunto l'impegno di disarticolare la dirigenza militare di Hamas entro 18 mesi in caso di 'suo' governo. Sostiene la necessità di porre fine alle ampie esenzioni dal servizio militare per gli haredim e di introdurre il servizio nazionale obbligatorio per i cittadini arabi. Esige un'inchiesta sui fallimenti della sicurezza che hanno preceduto l'operazione Diluvio Al-Aqsa.
Lo stallo politico sarebbe superato dal rilancio di una grande guerra che l'esecutivo uscente di Netanyahu persegue e che l'opposizione non contrasta: con una nuova aggressione all'Iran, d'intesa con gli USA, si profilerebbe un governo unitario di emergenza per la "sicurezza" del sionismo.
1 novembre 2026