Rivista Indipendenza

Indicazioni Sito Web Contatta l'organizzazione

Rivista Indipendenza Sovranità, indipendenza, liberazione

Indipendenza (rivista dal 1986 e associazione dal 2015) promuove analisi, proposte, azioni anche in collaborazione con realtà nazionali e internazionali per liberare l'Italia dal controllo di NATO e UE. Senza in-dipendenza e sovranità nazionale effettive sarà sempre illusoria ogni prospettiva di emancipazione/liberazione sociale possibile, che è l'effettivo completamento di ogni processo di liberazione nazionale ([email protected])

01/11/2026

SIONISMO: STALLO POLITICO E GUERRA ALL'IRAN

Per le elezioni al Knesset (120 seggi) del 27 ottobre 2026 si è concluso il conteggio dei voti in "doppia busta" (oltre 500mila) di impossibilitati a votare al seggio di residenza (soldati e agenti in servizio, personale diplomatico all'estero, detenuti, pazienti, disabili motori). Invariata la distribuzione dei seggi sinora emersa (l'ufficialità il 4 novembre). Il Likud di Netanyahu si conferma primo partito con 27 seggi (da 32 che aveva) e, con i partiti del suo Blocco di riferimento (alcuni in flessione, particolarmente Shas), si raggiungono i 53. Il partito Yashar, guidato da Eisenkot, ottiene 21 seggi e la "Coalizione del Cambiamento" 48, con scollamento nelle ultime ore di Yisrael Beiteinu (salito a 7 seggi), il partito di destra dell'ex ministro Lieberman che rappresenta gli immigrati russofoni, per le ipotesi di sostegno esterno di parlamentari arabi. Balzo dei partiti a prevalenza araba: Lista Comune (tre partiti: comunisti, nazionalisti laici e nazionalisti di sinistra) e Ra'am (lista islamista) raggiungono 19 seggi (rispettivamente 11 e 8), un successo inedito che complica le alleanze nell'articolato campo sionista. Come da previsioni, nessuno schieramento raggiunge la maggioranza assoluta (61 seggi): di qui stallo politico e complesse trattative per formare un governo, non escluso un ritorno alle urne, che danno all'esecutivo uscente di Netanyahu la prospettiva di un interim significativamente lungo.

L'affluenza (77,7%), la più alta dal 1999, è indice degli 'umori' della società israeliana. Tolto un 20% scarso di arabi e di una esigua minoranza ebraica, il voto sionista intriso di suprematismo, razzismo, bellicismo si sparge a destra, al centro e a sinistra, con differenze su riforma giudiziaria e poteri sbilanciati sull'esecutivo, servizio militare o no per gli haredim (ebrei ultraortodossi), colonialismo in Palestina, efficacia o meno nella conduzione delle guerre. Chi pensa, ad es., che un Eisenkot, esponente del partito più votato dell'opposizione, sia il contraltare 'democratico' al genocida Netanyahu, ne ignora curriculum e posizioni attuali.
Eisenkot, ex generale, già ministro (ottobre 2023 – giugno 2024) nel governo di emergenza di Netanyahu, dirigente del neonato partito centrista Yashar, è l'ideatore ed esecutore della "Dottrina Dahiya" (da Dahiyeh, quartiere meridionale di Beirut, roccaforte di Hezbollah rasa al suolo dai bombardamenti israeliani), cioè dell'uso asimmetrico, sproporzionato e schiacciante della forza con distruzione totale delle infrastrutture civili del nemico. Eisenkot è contrario a uno Stato palestinese, approva il colonialismo in Cisgiordania, anche se vuole smantellare quegli avamposti ritenuti illegali dalla legge israeliana e ha bollato alcuni attacchi dei coloni contro i palestinesi come «terrorismo ebraico». Le differenze con Netanyahu hanno riguardato i negoziati: l’ex generale avrebbe sospeso la guerra genocida in cambio della liberazione di tutti gli israeliani prigionieri della Resistenza palestinese. Ha ridicolizzato la «vittoria totale» proclamata da Netanyahu nella Striscia di Gaza, ritenendola un «trucco retorico», perorato un approccio pragmatico e assunto l'impegno di disarticolare la dirigenza militare di Hamas entro 18 mesi in caso di 'suo' governo. Sostiene la necessità di porre fine alle ampie esenzioni dal servizio militare per gli haredim e di introdurre il servizio nazionale obbligatorio per i cittadini arabi. Esige un'inchiesta sui fallimenti della sicurezza che hanno preceduto l'operazione Diluvio Al-Aqsa.

Lo stallo politico sarebbe superato dal rilancio di una grande guerra che l'esecutivo uscente di Netanyahu persegue e che l'opposizione non contrasta: con una nuova aggressione all'Iran, d'intesa con gli USA, si profilerebbe un governo unitario di emergenza per la "sicurezza" del sionismo.

1 novembre 2026

01/11/2026

POLONIA/ DA UNA GRAVISSIMA CRISI ISTITUZIONALE A UNA GUERRA CIVILE?

Grave frattura istituzionale e scontro tra le massime cariche dello Stato polacco per il controllo della Corte Costituzionale: da un lato il governo europeista di Tusk e dall'altro la presidenza della Repubblica. A Varsavia l'esecutivo di Donald Tusk (su posizioni pro-UE) sta cercando di sottomettere il potere giudiziario, sostituendo otto giudici ed ignorando il rifiuto alla ratifica da parte del capo dello Stato, Nawrocki, per far approvare oltre una dozzina di provvedimenti governativi che ne limitino i poteri: ha ordinato un'irruzione negli uffici del Tribunale costituzionale di Varsavia, spingendo il presidente della Repubblica Karol Nawrocki a interrompere il viaggio ufficiale in Senegal e a rientrare in patria denunciando la «violazione dell'ordine costituzionale». Nelle prime ore di sabato ha raggiunto la sede del Tribunale.

La crisi è esplosa dopo la pubblicazione sul sito della Corte di un provvedimento che annunciava la sospensione del presidente del Tribunale, Bogdan Święczkowski e del vicepresidente, Bartłomiej Sochański, disposta dalla giudice Anna Korwin-Piotrowska, che ha rivendicato la guida temporanea dell'istituzione. Tusk ha quindi ordinato a reparti della polizia di schierarsi attorno alla sede del Tribunale costituzionale a Varsavia, promettendo di garantire la permanenza della Polonia dentro l'Unione Europea.
La dirigenza del Tribunale ha contestato subito la legittimità del provvedimento, denunciando sul proprio sito ufficiale su X la «presa di controllo illegale» del sito internet della Corte. «Tutte le persone coinvolte in queste azioni stanno commettendo il reato di colpo di Stato», si legge nel comunicato.
Manifestanti del partito conservatore Diritto e Giustizia (P*S) e membri del parlamento sono via via confluiti nei pressi della Corte per denunciare il colpo di Stato. Tusk vuole rimuovere i vertici della Corte costituzionale (ritenuti vicini alla precedente amministrazione nazionalista del P*S) e scardinare così la sua resistenza alla ricezione della legislazione europea, che viene disattesa laddove entri in conflitto o comunque si trovi in non conformità con le leggi della Costituzione polacca (gli anti-UE mantengono al suo interno una posizione dominante: otto giudici su quindici).

La Commissione europea ha chiesto al presidente polacco di convalidare la nomina degli otto nuovi giudici. L'ambasciatore statunitense a Varsavia, Tom Rose, con un messaggio ufficiale su X, è intervenuto invitando entrambe le parti alla calma e alla moderazione, definendo gli eventi in corso come «estremamente seri». Rose ha chiarito che gli Stati Uniti non intendono giudicare o interferire negli affari interni polacchi e ribadito il pieno sostegno dell'amministrazione Trump, sottolineando che l'unica preoccupazione di Washington riguarda la stabilità, la sicurezza e il futuro democratico di un Paese considerato un alleato chiave e strategico.

1 novembre 2026

01/11/2026

L’ACCORDO TURCHIA-LIBIA, UNA VITTORIA SENZA PRECEDENTI PER ANKARA

La ratifica dell'accordo sui confini marittimi e la cooperazione economica da parte del Parlamento di Tobruk rafforza Ankara e modifica i rapporti di forza tra le potenze regionali, aggravando la marginalità italiana. L'approvazione parlamentare dell'accordo (ottobre 2026) ha sancito il riavvicinamento tra la dirigenza della Cirenaica (famiglia Haftar) e la Turchia, a segnare un importante punto di svolta nel perseguimento dei suoi interessi geopolitici intanto nel Mediterraneo orientale. Il parlamento dell'est (con sede a Bengasi) ha votato a favore del memorandum d'intesa marittimo con la Turchia che, firmato nel 2019 solo con il governo di Tripoli, a lungo era stato osteggiato dalla Cirenaica.

Il mutato atteggiamento è figlio dei numerosi investimenti (dal 2025) di diverse imprese edili turche che hanno realizzato strade, ospedali e infrastrutture a Bengasi, Beida, Shahat e Tobruk, oltre all'ammodernamento di sette aeroporti regionali. Rafforzate poi le imprese congiunte nel settore petrolifero e del gas. Ankara ha via via consolidato i rapporti sia con Tripoli (governo di unità nazionale) sia con Bengasi, superando la storica contrapposizione del 2019-2020.
All'insegna della dottrina "One Libya, One Army", sta promuovendo l'interoperabilità tra le fazioni rivali. Durante le esercitazioni militari Efes 2026, nel maggio del suddetto anno a Smirne, è riuscita per la prima volta a far dispiegare ed addestrare truppe libiche rivali (331 della fazione orientale e 171 di quella occidentale) sotto un'unica bandiera. Fino ad oggi, le forze armate turche hanno addestrato oltre 23mila soldati libici. Ankara sta non solo addestrando 1.500 unità dell'Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar e fornendo droni, ma spinge per integrare le milizie della Libia occidentale e i gruppi militari dell'est sotto un'unica catena di comando nazionale. In concomitanza, il Parlamento turco ha esteso la missione delle proprie forze armate in Libia fino al 2028 e la Marina turca continua a condurre esercitazioni e operazioni di pattugliamento al largo delle coste libiche.

I ritardi di grandi aziende come WeBuild (il più grande gruppo italiano di ingegneria e costruzioni generali, nonché attore globale nel settore edile) e le incertezze sui finanziamenti hanno messo in secondo piano il peso economico e strategico di Roma nella ricostruzione libica. L'intesa tra Ankara e le autorità dell'est ha suscitato forti perplessità e condanne a livello europeo che già mal digerisce la decisa penetrazione militare russa attraverso l'Africa Corps (struttura del Ministero della Difesa subentrata alla Wagner). La Libia orientale è per Mosca una vera e propria base logistica strategica permanente. Rilevazioni satellitari hanno mostrato lo sbarco di migliaia di tonnellate di materiale pesante russo (veicoli corazzati, sistemi antimina e camion logistici) nel porto di Tobruk. Mosca, inoltre, sta ampliando le proprie infrastrutture in sei aeroporti chiave: al-Khadim, al-Jufra, Tamanhint, Maaten al-Sarra, al-Qardabiya e Brak al-Shati. Queste basi servono per addestrare operatori di droni e proiettare uomini e armi verso il Sahel (Niger, Mali, Ciad) dove ferve la lotta anticoloniale di emancipazione dall'Occidente politico.

1 novembre 2026

01/11/2026

SCONTRO USA-RUSSIA AL CONSIGLIO DI SICUREZZA
SUL SAHARA OCCIDENTALE

Al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, Mosca pone il veto alla risoluzione di Washington sul Sahara Occidentale. Gli Stati Uniti prospettavano un'ampia autonomia sotto la sovranità del Marocco, sostanzialmente rilanciando il piano proposto da Rabat, come unica soluzione praticabile alla crisi, un tentativo di predeterminare il destino del territorio a favore del Marocco. La bozza conteneva modifiche sostanziali sulla missione ONU della MINURSO, tra cui la rimozione della parola "Referendum" dal nome stesso della missione (Missione delle Nazioni Unite per l'Organizzazione di un Referendum nel Sahara Occidentale). Nonostante la risoluzione avesse ottenuto 11 voti favorevoli, Mosca ha bloccato il testo, giudicandolo incompatibile con il diritto all'autodeterminazione del popolo Sahrawi e con la linea storica dell'ONU.

La controrisoluzione presentata dalla Russia, che prevedeva il rinnovo tecnico di un anno della MINURSO, attiva dal 1991, non ha raggiunto il quorum dei 9 voti favorevoli ed è stata bocciata dal voto contrario degli Stati Uniti, con l'astensione di altri 11 Paesi.
Il mandato, scaduto ufficialmente il 31 ottobre 2026, segna la fine della presenza ONU nell'area. Per Rabat, una svolta storica e una vittoria diplomatica: ha chiesto che adesso la questione del Sahara Occidentale sia definitivamente rimossa dall'agenda del Consiglio di Sicurezza. Sul terreno si prospetta una spirale militare tra il Marocco e il Fronte Polisario, con probabili interventi esterni.
L'ambasciatore russo, Vasily Nebenzya, ha denunciato le intenzioni statunitensi di destabilizzare l'Africa e di distruggere la missione di pace MINURSO per i propri interessi geopolitici.

Gli Stati Uniti hanno interessi strategici, diplomatici ed economici nell'area: dal consolidamento dell'alleanza con il Marocco, designato come principale alleato extra-NATO degli Stati Uniti nel 2004 e in stretti rapporti con Israele nell'ambito degli Accordi di Abramo, alla stabilità del regno –il che assicura il suo controllo sulla regione–, agli investimenti economici nelle province sahariane inclusi progetti di infrastrutture, energie rinnovabili, fosfati e accordi sui minerali critici. Insomma, un quadrante africano chiave per Washington.

31 ottobre 2026

25/10/2026

PAURE REALI E SALDATURE POSSIBILI

Sui cortei di sabato, come da copione, il 'giorno dopo' titolazioni urlate sulla violenza dei manifestanti, con appigli stavolta un po' scarni e marginali. A imprimere un po' di pepe, l'arresto della «mente strategica», il trentenne Youssef Siher, giornalista "freelance" e attivista pro-Palestina, accusato di terrorismo, istigazione a delinquere, violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, in quanto amministratore del canale Telegram e della pagina Instagram del Movimento di giovani e giovanissimi chiamato "17 ottobre". Per «concorso», indagata anche la moglie, Sagia Hammoud. Fa un po' sorridere sentire che due trentenni (l'uno la «mente», l'altra in «concorso») possano direzionare tanti giovanissimi espressione, questi, di un disagio (anche) per un futuro percepito per sé molto fosco e, per ragioni anagrafiche, non attrezzati dal punto di vista culturale e ideologico, men che meno in condizioni di essere portatori di un'idea di società.

Purtuttavia, per quanto nati in Italia, l'impegno militante dei due per la Palestina e i loro cognomi d'origine araba già di per sé risultano funzionali a rafforzare la tesi di giovani eterodiretti e manipolati –attraverso reti sociali, intelligenza artificiale e algoritmi– in una «guerra ibrida» orchestrata da «nazioni» straniere (allusione all'Iran? Alla Russia? A chi?), come aveva detto il ministro della Difesa Guido Crosetto (il 20 ottobre 2026 a Roma) al secondo Defence Procurement Forum, una supposta «guerra ibrida» volta a destabilizzare le democrazie occidentali con scontri e disordini nelle città. Peraltro, una strana idea di democrazia, quella di Crosetto, che solo due giorni prima (il 18 ottobre), in un'intervista alla BBC, dichiarava che il governo italiano avrebbe continuato a sostenere militarmente l'Ucraina, nonostante la maggioranza dell'opinione pubblica italiana sia contraria.

Ricapitolando: «guerra ibrida» nelle piazze italiane (Crosetto dixit), ampliamento delle carceri minorili esistenti (Nordio dixit), sequestro e confisca dei mezzi per autotrasportatori e agricoltori che non dismettano i blocchi stradali (governo dixit) e la cassa di risonanza massmediatica a far del suo –il che non è una novità– oscurando le ragioni politiche delle varie manifestazioni ed accendendo i riflettori pressoché solo sulle vetrine infrante. Duplice ed oggettive le implicazioni: criminalizzare il dissenso da un lato e dall'altro impaurire e militarizzare le coscienze della parte d'Italia che non manifesta, perché non consapevole e soprattutto perché non (ancora) 'toccata' così pesantemente nelle condizioni di vita.

Si teme la saldatura di un dissenso crescente e socialmente trasversale che sappia rinvenire le cause di fondo dei problemi esistenti e avanzi rivendicazioni altrettanto fondamentali, ineludibili, per uscirne. Il che, se da un lato rende manifesta la natura antidemocratica ed antinazionale che connota buona parte del mondo politico-giornalistico italiano, dall'altro rimanda alle responsabilità politiche di chi quella saldatura ha le argomentazioni, ma evidentemente non (ancora?) le capacità per innescarla, per una prospettiva di liberazione nazionale e sociale.

25 ottobre 2026

25/10/2026

Governo Meloni: fra stracci che volano e calci al barattolo

A un anno dal voto ben difficilmente ci sarà chi staccherà prematuramente la spina della maggioranza tenendo il cerino in mano di una crisi e rischiando il certo (rapporti di forza, prebende e maggioranza) per l’incerto dato da una legge elettorale che, salvi interventi della Corte Costituzionale tutt’altro che facili e scontati, garantirà un centinaio di parlamentari fra maggioranza e opposizione ed esporrà tutti gli altri a una vera e propria roulette russa di premi di maggioranza, preferenze residuali, meccanismi compensativi fra i collegi nell’assegnazione dei seggi che renderanno gli eletti praticamente i vincitori di una estrazione straordinaria della lotteria di Capodanno.

Imbullonata in sala comandi la maggioranza si trova però ad affrontare, dal suo insediamento, la prima vera fase di convergenza fra i fronti di crisi: internazionale, con le tensioni sull’Ucraina e la deflagrazione in Asia occidentale, ed interno con le proteste studentesche, il carovita, le crisi industriali (ILVA e tante altre) e i blocchi stradali in particolare al Sud. Questi ultimi particolarmente significativi perché promossi da categorie le cui associazioni esponenziali sono state, letteralmente, il comitato elettorale della maggioranza: gli agricoltori dell’area di Coldiretti, pescatori, allevatori, autotrasporto su gomma. È lecito domandarsi cosa abbiano tratto da tale sperticato sostegno.
I vincoli europei mordono; il PNRR, per quanto discutibile e parassitario, è finito; la corsa al riarmo presenta il conto e a far piovere sul bagnato ci pensano gli sperperi di questi anni (centri in Albania, ponte sullo Stretto, progetti ‘nucleari’…)… Una finanziaria elettorale sarebbe urgente, di qui l’annaspare affannoso di annunci, misure, iniziative estemporanee intanto per tamponare, disinnescare e, in prospettiva, arginare e rimandare i problemi: dallo sblocco dei fondi per l’autotrasporto, al viaggio in Egitto (3-4 settembre) e soprattutto a Istanbul (al vertice 4+4 del 23 ottobre) per riempire le taniche, fino agli annunci di prelievi sul sistema bancario: misure «sovietiche», Tajani dixit. Lui, che con la logica del "cada Sansone e tutti i filistei", propone di raschiare il barile di Cassa Depositi e Prestiti perché, se il risparmio è quello delle nonnine, razzolarlo è un po’ meno sovietico (sic!).
Si tratta di schermaglie perché Forza Italia è lì per garantire gli interessi della famiglia Berlusconi e fra questi c’è Mediolanum, quindi il discorso si chiude.

Il problema resta: il quadro vincolistico giuridico-economico e geopolitico si stringe a tenaglia sulla maggioranza, ma altrettanto succederebbe con la cosiddetta opposizione e quel che è peggio, se può esserci un peggio in tutto ciò, è che trasversalmente si continua a ritenere di trovare le soluzioni ma se ne rimuovono le cause strutturali, continuando con la dipendenza dalle fonti fossili e dall’autotrasporto su gomma, con la carenza sistemica di investimenti pubblici in particolare per le infrastrutture per il benessere collettivo (altro che ampliare le carceri minorili esistenti, come propone Nordio!), con le logiche speculative e predatorie: deve finire l’era dell’allungamento delle catene del valore e di approvvigionamento a basso costo, della predazione senza ritegno delle risorse naturali (terreno fertile, stock ittici, materie prime, allevamenti intensivi), dell’usa e getta e dell’obsolescenza programmata, delle privatizzazioni.
Una riprova: nel 2024 Giorgetti collocò il 2,8% di ENI al prezzo di 14,85 euro ad azione; la quotazione odierna è di 27,65 euro ad azione, il che significa una plusvalenza di oltre un miliardo per il mercato dei capitali privati, senza tener conto degli utili non percepiti.
Insomma, la rottura con gli appetiti dell’apparato economico-bellico egemone sono l’unica catena da perdere a fronte di un rinnovamento sistemico da guadagnare.

25 ottobre 2026

IN 10.000 ABBIAMO SFIDATO IL CLIMA DI GUERRALa manifestazione Fuori l'Italia dalla guerra è stata un enorme successo, so...
25/10/2026

IN 10.000 ABBIAMO SFIDATO IL CLIMA DI GUERRA

La manifestazione Fuori l'Italia dalla guerra è stata un enorme successo, soprattutto alla luce delle premesse e del clima di panico alimentato da governo e media. A Roma eravamo 10.000: arrabbiati ma pacifici, determinati ma non aggressivi. Tantissimi studenti, lavoratori, antimperialisti radicali e italiani preoccupati per l'avanzata della terza guerra mondiale a pezzi. Un grande fiume umano che ha raccolto tutti gli spezzoni della società che non ne possono più del sistema capitalistico predatorio, del governo Meloni e di questa falsa opposizione parlamentare.

Siamo stati tutti uniti nel ripetere la nostra contrarietà alla partecipazione dell'Italia alla guerra imperialista e nel condannare il sostegno del governo allo stato sionista. Gli studenti, grandi protagonisti della nostra mobilitazione e che ringraziamo, hanno dimostrato concretamente che non vogliono essere arruolati per combattere le guerre di un potere che non li rappresenta e che li ha schifati fino all'altro giorno. Ma soprattutto è stata un'enorme prova di forza del movimento per la pace in Italia: come comitato promotore abbiamo sempre avuto l'ambizione di riunire i settori più avanzati, coerenti e radicali, indipendentemente dalle differenze che esistono fra di noi.

Al governo arriva un segnale chiaro: è giunta l'ora che vadano a casa, perché i cittadini vogliono un'Italia neutrale. Questo sentimento è più forte della militarizzazione, di ogni forma di repressione e delle vergognose campagne di demonizzazione del dissenso.
Prima o dopo, anche loro, se ne accorgeranno.

Comitato promotore

Indipendenza aderisce ed invita a partecipare al corteo di sabato 24 ottobre, a Roma, "Fuori l'Italia dalla guerra". Ore...
22/10/2026

Indipendenza aderisce ed invita a partecipare al corteo di sabato 24 ottobre, a Roma, "Fuori l'Italia dalla guerra". Ore 14, da piazza della Repubblica (Esedra).

"Teoria della classe armata”Il potere militare quale potere autonomo, auto-referenziale, emerso intorno al possesso escl...
19/10/2026

"Teoria della classe armata”

Il potere militare quale potere autonomo, auto-referenziale, emerso intorno al possesso esclusivo dei mezzi della violenza e alla professionalizzazione degli eserciti, con la sua logica autonoma di riproduzione, propri interessi di classe e un meccanismo peculiare di accumulazione del potere?

Si tratta di una "neoclasse sociale" transnazionale, di una tendenza mondiale e sistemica oppure è una necrosi che riguarda solo l’Occidente e la NATO? Come leggere la Classe Armata occidentale (una o frazionata e conflittuale al suo interno?) che esercita il potere tramite la NATO, il comparto militare-industriale integrato transnazionale e il reticolato dei ministeri della difesa occidentali?

Per confrontarci più a fondo sugli scenari internazionali, per comprendere le dinamiche dei conflitti contemporanei e le guerre scatenate dall'Occidente al di fuori di sé, nel resto del mondo bollato come una "giungla", guerre che stanno ridefinendo il nostro tempo con tutto il loro portato anche di autodistruttività.

Ne parliamo con David Colantoni, autore de “Teoria della classe armata”, che affronta questi temi intrecciando sociologia, geopolitica e analisi storica.

Incontro telematico
mercoledì 21 ottobre 2026, alle ore 21:00

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: LE PICCONATE DELLE "INTESE" Il governo ha sottoscritto intese con le regioni Liguria, Lombardia...
19/10/2026

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: LE PICCONATE DELLE "INTESE"

Il governo ha sottoscritto intese con le regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto per il trasferimento di materie cruciali quali la "previdenza complementare e integrativa", la "tutela della salute – coordinamento della finanza pubblica", la "protezione civile", le "professioni". Curiosamente, ma non troppo, i testi depositati propongono contenuti identici per le quattro Regioni (in pratica, un’autonomia differenziata non-differenziata). Non viene chiarita l’effettiva portata della maggiore autonomia, né i benefici che dovrebbero derivare per i cittadini quanto ad efficacia, efficienza, equità e qualità dei servizi, a rimarcare che questa autonomia differenziata e differenziante crea solo nuovi privilegi e nuove disuguaglianze, usando il nuovo potere legislativo dei sedicenti "governatori".
Viene inoltre eluso –nodi di assoluta rilevanza– il tema del finanziamento e della perequazione per le restanti Regioni. Non è chiaro con quali compartecipazioni al gettito di tributi erariali le Regioni dovrebbero far fronte per l’esercizio delle nuove funzioni. Peraltro la Corte dei Conti ha a più riprese affermato che, per sostenere l’invarianza finanziaria di un provvedimento, è sempre necessaria una relazione tecnica che dimostri l’entità delle risorse disponibili, la loro idoneità e sufficienza rispetto agli adempimenti previsti. Nei documenti sottoscritti non c’è traccia.

La differenziazione dei diritti sulla base del certificato di residenza, che rischia di passare senza che la maggior parte della cittadinanza sia consapevole di cosa si sta addensando sulle loro teste, andrà ad incidere in modo drammatico su chi già è in sofferenza economica. Il che interesserà l'intero Paese, con un impatto negativo maggiore nel Meridione, in una situazione già degradata ed esplosiva per la desertificazione demografica in aumento (alta emigrazione giovanile all'estero), chiusure industriali, crisi delle piccole imprese per gli aumenti esponenziali dei costi dei carburanti, agitazione del settore agroalimentare (incremento dei costi di produzione, meccanismi stritolanti delle filiere della grande distribuzione, importazioni estere come da vincoli eurounionisti, significative contrazioni dei ricavi), lavoro nero o povero sempre più diffuso, finanziarizzazione del patrimonio immobiliare, sanità e trasporti prossimi al collasso, carenze infrastrutturali aggravate dall'incuria, eccetera.

I prossimi passaggi sulle intese sottoscritte: prima Consiglio dei ministri, poi definitivo approdo alle Camere. Parallelamente i presidenti delle regioni Campania e Puglia hanno dichiarato che inoltreranno ricorsi alla Consulta che, per qualsiasi percorso di autonomia differenziata, ha già fissato paletti da rispettare per non far scattare nuove censure (ogni richiesta di maggiore autonomia deve essere giustificata alla luce del principio di sussidiarietà; il trasferimento non può riguardare intere materie o ambiti di materie, ma specifiche funzioni; preventivamente da istituire un fondo di perequazione finanziaria per le altre Regioni; ecc.). Diversi dettami della Corte sembrano già violati o elusi con dette intese, per le pesanti violazioni dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione (sono devolute intere materie e non singole funzioni; si torna ad autocertificare come non-Lep materie che coinvolgono diritti costituzionali direttamente incidenti sulla qualità della vita delle persone, sull’organizzazione dei servizi pubblici, sulle condizioni di lavoro; il principio di sussidiarietà risulta in gran parte disatteso).
Un processo fortemente lesivo dei già lesi diritti sociali pericoloso per l’unità politica, economica e sociale della Nazione. I Comitati ed il Tavolo "contro qualunque autonomia differenziata,
per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti", alla cui fondazione come Indipendenza abbiamo concorso, invita a non demordere nella mobilitazione.

ass. e rivista "Indipendenza"
19 ottobre 2026

Indirizzo

Http://www. Facebook. Com/pages/Rivista-Indipendenza-Bis/225728100816494?sk=wall
Rome
00100

Notifiche

Lascia la tua email e sarai tra i primi a sapere quando Rivista Indipendenza pubblica novità e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'organizzazione

Invia un messaggio a Rivista Indipendenza:

Scelte rapide

Condividi